Cos’è per noi la “tradizione”

Il rischio educativo di don GiussaniRaccomandiamo a tutti gli associati la lettura de “Il rischio educativo” di don Giussani, con particolare riferimento al tema della tradizione (pagg. 19-33 dell’edizione Jaca Book del 1977 e pagg. 68-83 dell’edizione Rizzoli del 2005).
I nonni, nell’attuale dibattito sull’educazione (che riguarda direttamente i nostri nipoti) possono essere i testimoni viventi di quella tradizione che, grazie all’esperienza cristiana, ha fatto arrivare fino a noi alcune certezze che oggi tanti vorrebbero scavalcare senza vere ragioni, creando così drammatiche insicurezze nei giovani.

Don Giussani durante una lezione
Don Giussani durante una lezione

Riassumiamo i punti del libro di don Giussani.

  1. “Se chiamiamo tradizione quel dato originario, con tutta la struttura di valori e di significati, in cui il ragazzo è nato, si deve dire che la prima direttiva per un’educazione della adolescenza è la leale adesione a questa tradizione.”
    La tradizione è, quindi, “l’ipotesi esplicativa della realtà” da cui occorre partire per ogni educazione sia in famiglia che a scuola.
    “L’ipotesi iniziale è la visione del mondo che hanno i genitori, o coloro cui i genitori demandano la responsabilità di educare il figlio. Non può esistere una cura del figlio e una preoccupazione della sua formazione, se non nell’almeno vaga e confusa – quasi istintiva – visione di un senso nel mondo.”
    Negare il principio della tradizione porta a conseguenze molto negative.
  2. In generale si può dire che “per giudicare e scegliere occorre un metro, un criterio, e se esso non è l’affermazione di quella realtà originaria in cui la natura ci forma, allora l’individuo si illude di crearselo da sé e il più delle volte sarà abbandonato ad una reazione, o il soggiacere ad una forza esterna sopraggiunta, un essere trascinati.”
    Così “si genera quella caratteristica incertezza che impaurisce il giovane”, creando indifferenza e disamore. “Solo una educazione come introduzione alla realtà umana e cosmica alla luce di una ipotesi offerta da una storia o tradizione può impedire sistematicamente nel giovane una partenza sconcertata e dissociata proprio per l’incoerenza e la manchevolezza con cui gli si propone la verità”.
  3. Nella scuola “la predominante analiticità dei programmi abbandona lo studente di fronte ad una eterogeneità di cose ed a una contraddittorietà di soluzioni che lo lasciano, nella misura della sua sensibilità, sconcertato e avvilito d’incertezza.”
    Nel giovane, quindi, alla fine domina lo scetticismo.
  4. In famiglia, “non è giusto che i genitori temano quasi più facilmente oltre i 14-15 anni, ma ormai sempre di più anche prima, di proporre con decisione ai figli le idee fondamentali”.

In conclusione, Giussani afferma: “la lealtà con il dato, con la tradizione da cui s’origina la coscienza dell’adolescente è il nerbo centrale di ogni educazione responsabile. In primo luogo essa fonda quel senso della dipendenza senza del quale la realtà viene violentata e manipolata dalla presunzione, o alterata dalla fantasia, o svuotata dalla illusione. In secondo luogo essa abitua ad affrontare la realtà con quella certezza della esistenza della soluzione senza cui si inaridisce la capacità di scoperta e la stessa energia creatrice di rapporti con le cose.”