Il blog dei Nonni 2.0

Per chi non lo sapesse, il termine BLOG è nato alla fine del secolo scorso da una contrazione di “web” e “log” e si può liberamente tradurre come “spazio in rete”, spazio che vorremo fosse da voi utilizzato per commentare gli articoli del sito, proporre iniziative, mettere in comune esperienze, difficoltà, problemi, critiche, suggerimenti, segnalazione di libri letti, esperienze di bei momenti con i propri nipoti, ricordi della vostra infanzia e mille altre cose ancora.

Il BLOG infatti è una sorta di “bacheca” elettronica, per dar modo di confrontarci su tutta l’ampio ventaglio della nostra “nonnità” da aprire a tutti gli altri amici ed instaurare così un dialogo, non diversamente da un incontro fisico, col vantaggio che il residuo scritto non volatilizza.

Per noi diventerà poi una fonte di idee per far progredire la nostra attività in linea con il sentiment condiviso del nostro gruppo.

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15 pensieri riguardo “Il blog dei Nonni 2.0

  • 14 Gennaio 2020 in 16:24
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    Giancarlo Politi

    I tempi stanno scivolando lentamente dalla fede e dalla morale verso atteggiamenti di accordo con tutti nel mondo.C’è chi lo chiama relativismo che, a mio parere, consiste nel tirare i principi e le regole per la giacca per adattarli ai nostri capricci e mode in tradimento delle nostre antiche tradizioni cattoliche.Oggi si parla più di buonismo che di bene,il male non si cita più, il catechismo è negletto,le chiese si svuotano come pure i confessionali ma le lunghe file per ricevere la SantaComunione si allungano;ma poche omelie sono attente nel comunicare che per fare la Comunione non basta il buonismo ma bisogna non avere peccati mortali,I Comandamenti ed i Precetti della Chiesa sono un ricordo vago. Insomma pochi parlano ancora di regole da rispettare, si parla di generico amore ma non si puntualizzano le Divine Parole:’’chi mi ama osserva i miei comandamenti’’.No tutto appare opzionale,tutto si può adattare alle mode del mondo dall’aborto volontario all’eutanasia (che taluni predicano per ‘’fare del bene’’ e per ‘’non fare soffrire’’ e tante altre cose che non elenco).Dagli altari spesso non si parla più come una volta;me lo fece notare un vecchio compagno di scuola.
    La liturgia si sfilaccia in tante chiassate talvolta;ma questo è il meno.
    La famiglia cattolica non è più quella di una volta.Il matrimonio è un optional;la convivenza una moda che ormai è divenuta quasi ‘’obbligatoria’’ per essere à la page.
    Penso che sarebbe l’ora di riesumare le regole che hanno retto la Chiesa per 2000 anni.
    Dopo aver riesumatole regole occorre che sacerdoti convinti della loro missione piano piano le facciano rispettare con il massimo della carità.Piano piano la macchia si allargherebbe e si tornerebbe a dire pane al pane e vino al vino,bene al bene e male al male e non viceversa.
    Credo che l’incipit del recupero delle cose cardine sia nel ripristinare un po’ di liturgia latina;Messa in primo luogo.Tanti credono che sia nostalgia.Tanti altri credono che occorrano gli ordini die Vescovi per recuperare la Santa Messa Tridentina Vetus Ordo. Invece non è vero,NESSUNO LA HA MAI ABOLITA anzi è stata reiterata con il ‘’Summorum Pontificum’’.Essa è viva e vegeta anche nelle vecchie leggi cardine della Chiesa Cattolica. Sostanzialmente se un parroco vuole celebrare questa liturgia non ha da chiedere il permesso a nessuno poiché sono le leggi della Chiesa che lo consentono. Se qualche ‘’superiore’’ lo vietasse,farebbe un errore.Oggi la gente è più istruita e vede bene il ritorno alle tradizioni;ciò almeno nelle feste e nelle altre solennità.Che male c’è a seguire le vecchie regole?
    Questa reintroduzione lenta ma continua della vecchia liturgia comporterebbe anche la Santa Comunione in ginocchio ed ‘’in ore’’ poiché ‘’in manibus’’ diventa pericoloso;specie se c’è affollamento.Ci possono essere malversazioni e comunque mancanze di rispetto talvolta. C’è una tavola del Tintoretto che mostra Gesù che dà SE STESSO dando la comunione ‘’in ore’’ al fedele.Bisogna anche reintrodurre il ‘’piattino’’ per non disperdere briciole anche piccolissime di Pane Consacrato. Se non si recuperano e se non si rafforzano CON CORAGGIO le tradizioni si rischia piano piano di scivolare nell’eresia.
    La gente semplice è un po’ confusa.Desidera(senza dirlo) Pastori e non mercenari che raddrizzino la situazione.
    Ho scritto anche troppo e forse in maniera apparentemente impertinente.Ne chiedo scusa.Sono vecchio e non temo di rovinarmi la carriera a dire le cose come le vedo.
    Spero rinasca un folto gruppo di sacerdoti che re-inizino a raddrizzare l’albero che,con poche radici pende. Io sono fuori moda;lo so ma non me ne importa.

  • 11 Gennaio 2020 in 18:14
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    Sottoscrivo in toto quanto scrive l’amico Marco Zappa e a proposito degli effetti psicotropi del THC invito a fare un semplice test: chiedete ad un qualunque psichiatra ospedaliero quale è la più frequente causa di esordio di una psicosi nel giovane adulto.
    D’altronde non è un caso che il termine “assassino” derivi dall’arabo: hashishiya, cioè fumatore di hascisc.

  • 10 Gennaio 2020 in 19:03
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    Penso che come associazione dovremmo dare un endorsement a tutto quel fronte che , da Gandolfini a San Patrignano passando anche per prof. Garattini del Mario Negri di Milano, ha levato una voce contro il pessimo segnale dato ai giovani dalla pronuncia di Cassazione sulla coltivazione domestica piante di cannabinoidi. E’ evidente nel nostro paese il tentativo di far passare la banalizzazione delle sostanze stupefacenti, prima tramite la voluta esagerazione della funzione terapeutica di tali sostanze, poi tramite il pubblico smercio al dettaglio della cosiddetta “Light”, i cui circuiti commerciali sono stati già sospettati di attività illecite di arricchimento (vedi incendio spaventoso alle porte di Milano a settembre 2019 , per detenzione di bombolette di butano come estraente, (https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/19_settembre_21/trezzano-incendio-ditta-cannabis-sospetti-legami-clan-85d15344-dbe5-11e9-a735-da9bf15c1819.shtml) e ultimamente con l’emendamento governativo bloccato in extremis dalla presidente Casellati. Da ultima è arrivata la Cassazione, le cui motivazioni non ancora note , saranno probabilmente un altro palese esempio di capovolgimento di logica e buon senso.
    Sto pensando che i nostri nipoti più piccoli avranno facilmente accesso a queste sostanze semplicemente andando a casa del compagno di scuola a fare i compiti e che , mentre da una parte, si grida alle sfide che essi dovranno affrontare per tenere il passo a questo mondo , ivi compresa quella mal impostata dei problemi climatici, dall’altra non si sa far altro che riversar loro addosso come fossero innocui, quella mollezza e nichilismo degli adulti che stanno facendo il declino della nostra società.
    L’invito a difendere la libertà di pensiero che faremo pubblicamente con l’incontro del 18 gennaio prossimo si sostanzia sicuramente con l’invito a difendere la verità.
    I tentativi di cui sopra sono proprio un affronto alla realtà dei dati , al punto che sono stati condotti in gran numero nelle settimane in cui la commissione governativa delle dipendenze ha reso noti i dati del 2018: tra gli altri, rispetto all’anno precedente aumento del 12% decessi per overdose e aumento del 12% infrazioni alla guida per droga, mentre il 96 % delle sostanze stupefacenti in uso è costituita per l’appunto da cannabinoidi e derivati dalle piantine in questione ( Rif: Centro Studi Livatino – Tempi, 28/12/2019)
    Di fronte a questa sfacciate negazione della realtà del pericolo, dell’imprudenza della pronuncia di Cassazione e del pessimo segnale dato alla società intera, suona molto chiaro il giudizio che il prof Garattini ha espresso riguardo la perizia di quei giudici: “Pessimo segnale ai giovani. Non è basilico da coltivare, fa danni seri al loro cervello.”
    A ognuno il suo!

    Per Vs comodità riporto qui l’intervista comparsa su il Giornale del 28/12/2019.

    Garattini, questa sentenza ha alzato l’asticella della tollerabilità sulle droghe leggere. Cosa ne pensa?
    «Penso sia molto grave. Non possiamo nemmeno più parlare di tolleranza ma di vero e proprio scarico di responsabilità. Da parte della società dovrebbe esserci uno sforzo enorme per evitare che i giovani cadano nella schiavitù della droga e invece accade esattamente il contrario».
    Ai giovani viene dato un messaggio sbagliato?
    «Tremendamente sbagliato. Di fronte a ragazzi che si drogano e si riempiono di alcol non possiamo dire che la cannabis si può coltivare in balcone, come fosse basilico, per uso personale».
    Al di là della percentuale di Thc contenuta?
    «Non ci sono soglie tollerabili e non tollerabili. La differenza la fa anche il numero di canne che si fumano nell’arco della giornata, magari una in fila all’altra, non solo la percentuale di Thc, che tra l’altro nella sentenza non è nemmeno specificata. Non c’era bisogno di aprire negozi che vendessero prodotti a base di marjiuana, non abbiamo fatto altro che alimentare un certo tipo di cultura. Realizzare i cannabis shop ha dato l’impressione che questa sostanza potesse essere assimilata a un alimento».
    Dal punto di vista chimico che danni provoca la cannabis?
    «Il cervello dei ragazzi si evolve fino ai 16-18 anni. Se un giovane fuma, avrà problemi di memoria, di concentrazione, di apprendimento. Farà fatica a prendere delle decisioni, come se fosse sotto una sorta di sedazione. Ci sono studi che dicono che, dopo quindici anni, si sviluppino più facilmente malattie psichiche. Penso sia molto importante mantenere fra i giovani l’idea che la cannabis sia una droga e possa dare effetti molto importanti anche a distanza di tempo se si assume in fase giovanile».
    A differenza di altri uomini di scienza, lei condanna droghe pesanti e leggere allo stesso modo.
    «Sì. Le droghe light aprono la porta all’uso di altri tipi di droghe più pesanti. Se alziamo la soglia della tollerabilità e prendiamo certe decisioni con leggerezza, non ci rendiamo contro che facilitiamo questo processo».
    L’istituto Mario Negri ha sempre misurato l’utilizzo di droghe. Ad esempio analizzando l’acqua degli scarichi urbani. Cosa è emerso dalle ultime analisi?
    «Analizzando i campioni di acqua prelevati, ci siamo resi conto che l’utilizzo di droghe è raddoppiato. Sia per quanto riguarda la cannabis, sia per quanto riguarda la cocaina, poiché rispetto a un tempo costa molto meno e quindi risulta più accessibile ai giovani. E in una fase come questa, dove l’allarme droga è alto in tutte le scuole, che facciamo? Consentiamo l’uso personale della cannabis».

  • 10 Gennaio 2020 in 17:57
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    Cari amici,
    su sollecitazione di un nostro “giovane” associato abbiamo riaperto la porta del blog il cui accesso non è più protetto da pass-word. La “pubblicazione” di quanto vi si scrive è tuttavia soggetta ad una autorizzazione espressa di volta in volta dalla Associazione. Non vuol essere una censura, ma solo una prudente difesa da intrusioni operate da soggetti terzi.
    Detto questo l’invito che rivolgo a tutti soci ed amici è di utilizzare questo spazio intensamente con intelligenza e discrezione.
    Fatemi sapere, partendo da qui, la vostra opinione sulla sua utilità.

  • 26 Maggio 2018 in 11:28
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    Adrina Nicastri mi ha inviato il testo integrale del discorso che S.E. mons. Camisasca ha pronunciato a Modena qualche giorno fa in occasione di un incontro sul tema dell'”omosessualità”
    Leggendolo è impossibile cogliervi spunti “omofobi” come molti hanno voluto sottolineare, mentre ricco ne è il contenuto rivolto a sottolineare l’amore di Cristo per tutte gli uomini.

    Cari fratelli e sorelle,
    cari amici,

    molti si sono chiesti perché il vescovo vada a presiedere la veglia nella parrocchia di Regina Pacis. Sono qui per continuare un dialogo, un dialogo iniziato in realtà tanti anni fa, con le persone che provano attrazione per altre persone dello stesso sesso, venute da me come amico e sacerdote, per essere aiutate, confortate e consigliate nel loro cammino. Un dialogo che ho vissuto in questi anni con gli amici che partecipano ai momenti di preghiera e di condivisione di Courage; dialogo che infine ho iniziato in questa parrocchia in occasione dell’incontro con taluni di voi, giovani e genitori.

    Questa sera ci sono tante persone provenienti da tanti luoghi, ma io voglio innanzitutto continuare il dialogo con coloro che ho incontrato qui: percepite perciò queste parole che dico per tutti come se fossero rivolte soprattutto a voi.

    Che cosa significa dialogare per un vescovo? Significa incontrare le persone per aiutarle nel loro cammino verso Cristo. Io non ho altri scopi, né altri intendimenti, né altre preoccupazioni. Non sono qui per una sigla, Lgbt, che non mi appartiene. Neppure per un aggettivo, gay. Sono qui per un sostantivo: persona. Voi siete delle persone. Il vescovo vuole solo aiutare le persone, tutte le persone, di qualunque colore della pelle, di qualunque etnia, di qualunque lingua, di qualunque orientamento sessuale. Desidero anche parlare con coloro che non credono o non credono più, la cui fede è tormentata dal dubbio, dall’incertezza, dal rancore. Il vescovo deve creare dei ponti, ponti tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e Cristo. Egli non è il padrone di Cristo. Non può presentare un Cristo fatto a sua misura. Non ha il potere di diminuire la verità della vita o di cercare un banale minimo comune denominatore che possa mettere tutti d’accordo.

    Vedete, cari amici, sul mio abito nero c’è una croce. Io sono portatore di questa croce. Essa è il segno non della morte, ma della vita. È il segno che Dio si è fatto uomo per ogni uomo, per salvare ogni uomo, per risollevare ogni uomo dai suoi limiti e dalle sue colpe, per aiutare e per perdonare chi si accosta a lui con fiducia e pentimento. La croce è la strada verso la resurrezione, verso la vita. Sono venuto perciò per annunciarvi, ancora una volta, che il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte, della gioia e non della paura.

    Nello stesso tempo non posso nascondere che Gesù ha parlato di sé come della porta, della porta stretta. Come ciascuno di noi sa, camminare lungo le strade della vita vuol dire anche affrontare prove e sacrifici, che talvolta possono sembrare disumani o impossibili. Ma essi, con l’aiuto di Dio, appaiono invece possibili e addirittura affascinanti. È bello amare, anche se questo provoca fatica. Anzi, se si ama, si ama anche la fatica per coloro che si ama. È una frase di sant’Agostino, che volentieri affido alla vostra riflessione.

    Vi considero dunque figli a tutti gli effetti. Posso dirvi anche: figli amati e desiderati, proprio perché so che alcuni di voi hanno attraversato, o forse ancora attraversano, difficoltà di vario genere e si sentono oggetto di incomprensione o addirittura di dileggio o esclusione. Alcuni di voi hanno vissuto forse (dico forse perché non vi conosco personalmente) tempi difficili, chiedendosi prima: “Chi sono io? Qual è la mia identità?”, chiedendosi poi: “Con chi posso parlarne? Chi mi può aiutare? Cosa diranno? Cosa penseranno? Cosa faranno?”. Sentiva magari parole offensive e si chiedeva: “E se sapessero che offendono anche me?”.

    Dunque sono venuto qui per ascoltarvi. Anche se mi è stato chiesto di parlare prima di voi, non voglio che questo significhi che non sarò in ascolto. Sono venuto per incontrarvi. Non so cosa pensiate della Chiesa. Forse qualcuno di voi la sente come una madre, qualcuno come una matrigna, qualcuno la pensa retrograda, incapace di rispondere alle attese degli uomini. Di tutto questo parleremo, se avremo occasione di ritrovarci. Io penso che la Chiesa sia madre e che tutti noi, battezzati, siamo i suoi figli. Nella Chiesa non ci sono figli e figliastri. Tutti, in ragione del battesimo, siamo membra del corpo di Cristo. Proprio per questo, tutti, dal vescovo all’ultimo dei battezzati, siamo chiamati a conoscere colui che ci ha aperto le porte della sua casa e a rispondere alla sua domanda: “Seguimi!”. Cosa mi chiedi, Signore? Qual è la mia vocazione? Quali passi vuoi che compia?

    Cari amici, questa sera sono venuto a dirvi con franchezza che non possiamo trovare risposte a queste domande nelle filosofie del mondo, nelle logiche dominanti di questa terra. Solo Gesù sa cosa c’è nel nostro cuore. Solo lui può aiutarci a trovare una luce per le nostre attese. Egli conosce le nostre debolezze, le nostre fatiche, ma anche i nostri doni, le nostre speranze. Sono venuto a dirvi: non lasciamoci catturare dalle ideologie del mondo!

    Ecco allora, cari amici, la seconda ragione per cui sono qui. Sono qui per pregare. Voglio spiegarvi cosa vuol dire per me veglia di preghiera contro l’omofobia. Vuol dire attingere ancora una volta allo sguardo che Gesù ha avuto sull’uomo e sulla donna, e domandare a Dio che questo sguardo possa entrare anche in noi. In ogni uomo e ogni donna Gesù ha visto l’orma del Padre, un figlio di Dio, una creatura. Non è stato connivente con nessun peccato degli uomini. Ma nello stesso tempo, non ha mai lasciato che la persona fosse definita se non da questo: che essa è figlio di Dio. Perciò, se oggi possiamo dire: “Nel tuo essere straniero, nel tuo essere di pelle diversa da me, nel tuo orientamento di vita, non c’è nulla per cui possa o debba escluderti, discriminarti o addirittura odiarti – come dice la parola omofobia –”, lo dobbiamo proprio a lui, a Gesù. Il suo è stato un seme, non sempre seguito e accolto neppure dai suoi seguaci. Occorre una continua conversione del cuore perché la misura dell’amore di Gesù entri dentro di noi. Per questo partecipo alla sofferenza di chi si è sentito colpito «da ingiusta discriminazione» (CCC 2358).

    Cari amici, in un vero dialogo, in un vero incontro, ciascuno deve con delicatezza e pazienza presentare tutto se stesso. Mi sentirei perciò disonesto se non ponessi qui, per tutti noi, alcune domande. Non voglio che mi rispondiate ora. Nello stesso tempo le affido a voi, alla vostra riflessione, alla sincerità del vostro cuore. Desidererei che nel silenzio dalle voci del mondo, ciascuno potesse riflettere seriamente e chiedere a se stesso quale sia la propria posizione a riguardo delle cose che dirò. Siete qui per una veglia di preghiera, nella casa di Dio, e, in questo contesto, trovano la loro giusta collocazione le mie parole.

    La prima domanda riguarda le diverse forme dell’amore. Senza entrare in una dettagliata analisi, è chiaro a tutti che esistono diverse forme di amore. C’è l’amore del marito per la moglie, dei genitori per i figli, di un amico per un amico… non tutte queste forme hanno lo stesso valore e significato per la società e per la Chiesa.

    La Chiesa, attingendo al libro della Genesi e alla predicazione di Gesù, ha sempre considerato il matrimonio un’espressione particolare dell’amore, che lo rende una cellula decisiva della società. Per matrimonio intende l’incontro fecondo tra l’uomo e la donna. Perché dobbiamo chiamare retrogrado o superato questo convincimento? Custodire il bene della famiglia, chiamare matrimonio soltanto l’unione tra l’uomo e la donna non è forse un bene fondamentale per tutti? Se siamo qui, non è forse perché siamo nati nell’incontro tra un uomo e una donna?

    Ho una seconda domanda, forse meglio dire una seconda riflessione. Ogni forma di amore esige una distanza. Con questo voglio intendere ciò che ho detto all’inizio: ogni forma di amore porta dentro di sé una croce, la necessità di non fare dell’altro un oggetto a nostra disposizione. Per questo, nella dichiarazione con cui ho reso pubblica la mia partecipazione a questa veglia, ho parlato di castità. So benissimo che essa non è più di moda e forse risulta ai più una parola incomprensibile, che suona di tempi passati, forse anche per colpa di noi uomini di Chiesa. In realtà, se ci pensiamo, dobbiamo ringraziare chi ci aiuta a non guardare all’esercizio della sessualità come una strada per appropriarci dell’altro. Questa è la ragione per cui, essendo i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso preclusi alla nascita di una nuova vita, la Chiesa considera tali rapporti disordinati (CCC 2357). Mi rendo conto di dire una parola difficile, forse dura. Sarei serio con voi se non la dicessi? Vi nasconderei quello che è il mio profondo convincimento. Siete chiamati, se siete credenti, a realizzare la volontà di Dio nella vostra vita, sapendo che Dio non chiede a nessuno cose impossibili e che egli guarda nel profondo del nostro cuore, valorizzando anche ogni piccolo passo verso di lui.

    Cari fratelli e sorelle, qualunque sia il modo con cui avete recepito le mie parole e con cui io sia riuscito a parlarvi, ciò che conta è che siamo qui insieme a pregare. Prendete coraggio, dunque. Non siete soli a portare i vostri pesi. La Chiesa vi accoglie e vi ama. Il vescovo è qui con voi. Affido tutte queste mie riflessioni e questo mio appello alla vostra preghiera e al vostro cuore. Troverete in me sempre una persona che, se vorrete, vi potrà ascoltare e, per quanto mi sarà possibile, accompagnare. Amen.

  • 21 Maggio 2018 in 18:12
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    La giornata di sabato 12 maggio a Villa Cagnola in quel di Gazzada è stata doppiamente interessante. Al mattino, grazie alle numerose testimonianze offerteci da Don Edo Canetta su tragici trascorsi famigliari di un consistente gruppo di italiani che negli anni di fine ottocento avevano costituito una corposa comunità in Ucraina; a seguito dei travolgimenti conseguenti all’instaurazione del regime sovietico prima e della seconda guerra mondiale poi, essa era stata praticamente disgregata. Peraltro i superstiti hanno saputo mantenere vivo un ricco bagaglio di ricordi che gli ha permesso di far rifiorire la loro speranza e difendere intatto il blocco dei loro valori fondamentali. Una dimostrazione fattuale della forza e dell’importanza della memoria.
    Dopo un buon pranzetto nei fascinosi locali dell’area storica della Villa, che ha aiutato a mantenere vivo l’ambiente amicale del nostro gruppo, abbiamo tenuto come da programma la nostra assemblea annuale toccando successivamente sia pure forse troppo velocemente i vari aspetti della nostra attività con uno sguardo ai prossimi obbiettivi.
    La santa messa celebrata dall’amico don Alberto Cozzi ha concluso la nostra giornata.
    Alcuni fortunati hanno poi visitato il piccolo ma ricchissimo museo della Villa che contiene pezzi di alto valore di ceramiche, porcellane e maioliche, fra quadri ed arazzi di pregio.

  • 14 Maggio 2018 in 13:10
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    Segnalo come prima cosa una iniziativa interessante : una Tavola Rotonda ( promossa da varie Associazioni) , cui parteciperanno persone del mondo cattolico impegnate a vario titolo: dalla cultura ( Invernizzi -Alleanza Cattolica, Cannella- Argomenti 2000) all’impegno politico (Broccanelli- Forza Italia, De Carli- PDF) a quello associativo (Soave- Sidef, Ciceri- Comitato quartiere VSGR). Confronto su un argomento impegnativo (i cattolici e le ultime elezioni) nella tensione verso punti comuni di impegno e lavoro.
    “Il cambiamento d’epoca, i cattolici e la politica : dalla frammentazione alla tensione unitaria”
    26 maggio ore 15,30 teatro di via Monte Peralba 15 Milano (metro gialla-Rogoredo)

    Come seconda cosa, altrettanto interessante, segnalo il libro scritto da una nostra amica Associata, Laura D’Incalci, che fa memoria di una opera di una donna cattolica in risposta a gravi bisogni nella zona di Como. Un piccolo fiume apparentemente carsico di una fede tutta al femminile che si traduce in carità e bene comune.
    Ecco il link dove si può trovare molto per sapere :https://www.itacaedizioni.it/catalogo/irma-meda/

  • 20 Aprile 2018 in 16:35
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    La nonna è sempre brutta

  • 10 Aprile 2018 in 18:26
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    MI permetto segnalare su Youtube un video Intitolato Famiglia, alle radici della generazione, è un incontro fatto dopo la pubblicazione del documento sinodale sulla famiglia organizzato da CMC, parlano Fabrice Hadjadj che inserisce la questione della famiglia dentro la svolta epocale attuale, poi Eugenia Scabini, che completa circa il senso e la funzione della famiglia. Molto interessante, ovviamente per chi, come me, se l’ era lasciato sfuggire.

  • 5 Aprile 2018 in 21:19
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    Insieme a Lalla Succi, Nene Gaudio, Giovanna Rossi ci troviamo a riprendere la riflessione sul lavoro , in particolare vogliamo prendere in considerazione il tema donna e lavoro, come aiutare le donne più giovani ad approfondire l’identità femminile. Ci troviamo il 23 aprile, alle 17,30 a casa di Giovanna Rossi. Chi è interessato è ben accolto, per ulteriori informazioni e, soprattutto, per avere gli spunti da cui partire , ci si può rivolgere a Innocenza Laguri :lagurip@hotmail.com. A presto

  • 30 Marzo 2018 in 09:29
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    Mi è piaciuta la serenità felice che traspare dal messaggio di Salvatore nel vedere il fluire della vita di figli e nipoti sulla traccia della sua. E’ senz’altro segno di una paternità costruttiva e di una nonnità aperta.
    Buon lavoro a te caro amico.

  • 27 Marzo 2018 in 16:59
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    Sono molto contento di essermi associato perchè ritengo che “stare” insieme con chi ad una certà età vive come prima e direi più di prima il desiderio di gustarsi la vita anche quando biologicamente incomincia a portare il peso del tempo trascorso è “una cosa dell’altro mondo in questo mondo” direbbe Don Giuss. Nel contesto in cui ci troviamo a vivere sicuramente non è un fatto scontato. Sono papà di quattro figli (due sposati e due ancora in casa, fanno l’Università) e di quattro nipoti. Mi accorgo che, oltre ai nostri figli, anche i nipoti ci guardano e vogliono vedere nei nostri volti che è possibile l’Avventura della vita buona. Mia nipote Benedetta, terza media, quando siamo a tavola la domenica a mezzogiorno mi tempesta di domande su tutto. Quando le ho chiesto che tipo di scuola avesse scelto per il prossimo anno mi ha risposto il Liceo classico. Anch’io ho fatto il classico e la cosa mi ha sorpreso perchè non ho mai dato un suggerimento in tal senso. Sarà un caso oppure è il desiderio di fare i passi che hanno segnato la vita del proprio nonno e che ne porta i tratti nel proprio volto? E’ una domanda che da un pò di giorni mi sta accompagnando. Altra coincidenza e che le ultime due figlie anche loro hanno frequentato il classico e adesso una fa Lettere moderne ed una Storia e filosofia. Sarà una semplice coincidenza oppure un “contagio” di un certo modo di abitare la propria umanità? Grazie per l’attenzione ed un grandissimo buon lavoro.

  • 27 Marzo 2018 in 15:15
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    Se pure può considerarsi un successo essere arrivati a riunire in questi quattro anni oltre 250 amici, non posiamo esserne contenti; infatti la nostra potenza di fuoco, quanto a idee, energie e iniziative non riesce totalmente ad esprimersi se non riusciamo a raggiungere almeno 500 associati. Peraltro semplicisticamente per risolvere questo problema basterebbe che ogni associato si impegnasse a portare ad associarsi un nuovo amico entro l’anno. La domanda è: possiamo chiedervelo?
    Fatemi avere le vostre osservazioni.

  • 18 Marzo 2018 in 10:32
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    OK tutto funziona e da settimana prossima è uno strumento ufficiale per i nostri associati.
    Mi auguro che venga intensamente utilizzato in quanto da esso si potranno trarre anche utili idee e suggerimenti per far progredire il nostro cammino.
    Non abbiate timore a chiedere e a proporre. Le cose che qui vengono scritte sono riservate esclusivamente a noi associati e non verranno utilizzate o proposte al di fuori del nostro gruppo se non esplicitamente autorizzate dagli autori.
    Avanti c’è posto…..

  • 12 Marzo 2018 in 12:17
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    Ci abbiamo provato…..

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