Le News – Ottobre 2016

Una petizione contro la risoluzione Ue sfascia-famiglia
Robi Ronza (la nuova bussola quotidiana del 29 ottobre 2016)

Un milione di firme entro il 9 dicembre prossimo per dire “no” al tentativo della Commissione Europea di sgretolare il concetto di famiglia aggirando per questo i trattati dell’Unione. In valore assoluto non sembra un traguardo impossibile in un’Europa che ha circa 508 milioni di abitanti, ma in effetti è la sfida di Davide contro Golia se si considerano le risorse che ha potuto raccogliere il Comitato di cittadini di diversi Stati membri che sta promuovendo la petizione.

Perché la Commissione europea sia tenuta a prenderla in esame, la petizione, oltre al numero minimo complessivo di firme, fissato appunto in un milione, deve anche superare una soglia minima in un certo numero di Stati membri. Mentre scriviamo le firme già raccolte on line, cui si devono poi aggiungere quella raccolte su carta, ammontano a 212 mila, mentre i Paesi che hanno già raggiunto la loro quota minima rispettiva sono quattro: Polonia, Grecia, Finlandia e Slovacchia. Nel caso dell’Italia, dove le firme raccolte on line sono attualmente 6955, per raggiungere la quota minima ne occorrono altre 54750. Siamo insomma di fronte a un’ardua sfida, che però sarebbe meglio non perdere. L’effetto controproducente di un fallimento dell’iniziativa non è infatti difficile da immaginare.

“Mamma, papà e bimbi” (in inglese Mum, Dad & Kids) è il nome ufficiale della petizione: tecnicamente si tratta di un’«iniziativa di cittadini europei», ICE/ECI, con cui si mira a mettere un punto fermo sulla definizione di famiglia e di matrimonio. L’iniziativa gode tra l’altro dell’esplicito sostegno del cardinale Sarah, del cardinale Schönborn e degli arcivescovi presidenti delle conferenze episcopali della Lituania e della Slovacchia.

Anche se l’Unione non ha competenza in tema i diritto di famiglia, osservano i promotori dell’iniziativa, “la crescente frammentazione dei concetti di famiglia e di matrimonio sta diventando un problema in sede di Unione Europea”. In diversi provvedimenti presi in tale sede ci si riferisce sia all’una che all’altro, ma il significato delle due parole diviene sempre meno chiaro, e in diverse direttive dell’Ue se ne ritrovano al riguardo definizioni diverse. Con l’iniziativa “Mamma, Papà e Bimbi” si intende “porre rimedio a tale situazione stabilendo una definizione di entrambi i termini valida per l’intera Unione e compatibile con la legislazione di tutti gli Stati membri” senza pregiudizio per l’art. 9 della Carta dei Diritti fondamentali che fissa l’esclusiva competenza degli Stati membri a legiferare in tema di matrimonio e di famiglia.

Ciò che rende urgente questa presa di posizione è il fatto che ormai da tempo, malgrado l’Unione non abbia (come si diceva) competenza alcuna in materia di diritto di famiglia, la Commissione sta ugualmente cercando di demolire l’idea di famiglia e di matrimonio. E’ molto significativo al riguardo quanto nel giugno 2015 il primo vicepresidente della Commissione, Frans Tinnemans, disse tra l’altro in un discorso che pronunciò a Bruxelles durante un ricevimento offerto da una “lobby” LGBT: “(…) Penso inoltre che la Commissione dovrebbe andare avanti e spingere tutti gli Stati membri ad accettare incondizionatamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso come gli altri tipi di matrimonio. (…) Anche se non vogliono il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel loro Paese abbiano almeno la decenza di rispettare la decisione di altri Paesi di averlo”. Dal che si deduce che secondo Tinnemans non riconoscere il “matrimonio fra persone dello stesso sesso” è una cosa indecente.

Nel medesimo spirito la Commissione fa leva sul principio della libertà di movimento delle persone dentro il territorio dell’Unione per premere sugli Stati membri ove non vige lo pseudo-matrimonio omosessuale a riconoscerlo anche se nel loro diritto non esiste. Nel dicembre 2015 ha poi pubblicato un documento programmatico dal titolo “Elenco di azioni a favore dell’uguaglianza delle persone LGBT” nel quale si legge che la Commissione stessa sta dalla parte del “crescente movimento degli Stati membri che sostengono i diritti degli LGBT” e suggerirà tra l’altro a tali Stati membri di fare pressione su quegli altri Stati membri che invece vi sono contrari”. E persino quando dà aiuti a Paesi in via di sviluppo li vincola a riconoscimenti dei “diritti degli LGBT”.

Non solo: la Commissione finanzia pure la International Lesbian and Gay Association Europe, ILGA Europe, coprendo ben il 70 per cento del suo bilancio di esercizio. Oggi insomma le istituzioni europee, e la Commissione in particolar modo, sono divenuti un motore primario di quel processo subdolo e neo-autoritario di demolizione, al di fuori di qualsiasi aperto dibattito e confronto, del proprium della famiglia e del matrimonio. Un processo tra l’altro – osserviamo per inciso – che viene ben descritto da Roberto Marchesini in Uomo, donna, famiglia e “gender” n.4 della nostra collana “I Libri della Bussola”. “Mamma, Papà e Bimbi” (“Mum, Dad & Kids”) è perciò un’occasione da non perdere per dare un segno forte di opposizione popolare a questo sviluppo tra l’altro tanto più assurdo in un’Unione in piena crisi demografica che di tutto ha bisogno meno che di uno scardinamento della famiglia e del matrimonio.

Figli senza padri la verità nascosta
Carlo Cardia (Avvenire 4 ottobre 2016)

Dopo diverse manipolazioni, culturali e giuridiche, succedutesi nel tempo, la Corte di Cassazione con una sentenza dei giorni scorsi ha quasi teorizzato che la disciplina della procreazione debba ispirarsi al principio di non verità, recependo alcuni profili deprimenti delle teorie del gender. Ha sostenuto ad esempio che «nessun divieto costituzionale» inibisce a una coppia dello stesso sesso di «accogliere e generare figli», e ha aggiunto che «la nozione di vita familiare non presuppone necessariamente la discendenza biologica dei figli, la quale non è più considerata requisito essenziale della filiazione».
Di qui, la conclusione della sentenza che ha legittimato l’esistenza di due madri per un bambino, ignorando del tutto la figura del padre, ed evocando perfino l’interesse del minore ad avere due madri e nessun padre. Negli anni più recenti, insigni giuristi come Louis Joinet e Stefano Rodotà hanno teorizzato il cosiddetto «diritto alla verità», cioè il diritto di conoscere come i reali fatti storici che riguardano la collettività e le singole persone, e combattere ogni forma di occultamento della verità.
Con il tempo, questo diritto s’è occultato proprio nella personalissima materia della procreazione, e s’è cominciato a negarlo al nascituro, dimenticando, o contraddicendo, princìpi fondamentali di livello costituzionale e internazionale.
Dopo aver stravolto l’articolo 29 della Costituzione italiana che parla della famiglia come «società naturale», con linguaggio del tutto chiaro per l’epoca della sua elaborazione, la Cassazione ha ignorato, secondo un costume deplorevole, gli stessi principi delle Carte dei diritti umani.
Ha dimenticato, per rimanere all’essenziale, che la Dichiarazione Universale del 1948 afferma che «uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia» (art. 16) e che la Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 prevede che il fanciullo ha diritto «a conoscere i suoi genitori ed essere allevato da essi».
Se si affermasse il principio che è lecito tutto ciò che non è scritto nella Costituzione, soltanto perché allora inesistente o impossibile, avvieremmo un declino inarrestabile.
Questa dimenticanza del diritto si traduce in una violazione sistemica dei diritti del minore, e determina una narrazione manipolata, non vera, dell’origine della vita, che s’impone al bambino appena nato per tutto il corso della sua vita. Si entra così nella seconda fase della applicazione delle teorie del gender alla realtà familiare.
Queste diverse teorie, inaugurate tra gli altri da John Money, sostengono apertamente che in realtà noi siamo uomini e donne insieme, quasi un indistinto in cui si mischiamo geni e caratteri opposti, e per il quale va negato ogni ruolo, anche se esistente in natura. L’identità personale diventa un magma indefinito che cancella diversità e qualità di ciascuno di noi, e ciò peserà sull’intera esistenza delle persone: al minore è negato il diritto di conoscere le proprie origini, diritto che permette di ricostruire l’identità biologica e umana complessiva di un essere umano, ed è rifiutato arbitrariamente il diritto alla doppia genitorialità e alla crescita equilibrata che padre e madre possono garantire.
La non verità sull’origine della persona, teorizzata e praticata quasi sistematicamente, produce altri effetti già conosciuti o annunciati: maternità surrogata, nuovi asservimenti del corpo e della persona della donna, manipolazione dei geni per una pluralità di genitori biologici, stravolgimento della semantica su filiazione e famiglia; infine, anche l’imposizione delle teorie del gender nella scuola e nella formazione dei giovani. Le parole pronunciate da papa Francesco sabato scorso in Georgia sui rischi che le teorie del gender fanno correre all’umanità, vanno alla radice di questo declino etico e giuridico, per ristabilire la verità più semplice e grande sulla persona.
Esse ci avvertono che queste teorie tendono strategicamente a colpire il matrimonio in quanto tale, e la famiglia stessa come comunità di genitori e figli che realizzano l’incontro di generazioni necessario allo sviluppo dell’umanità.
Oggi, addirittura, cercano di deformare il progetto educativo per i giovani, anticipando così la soggezione dell’uomo alla pura tecnica biologica. Noi stiamo sperimentando, e vivendo, i primi danni e rischi evocati dal Papa, che colpiscono i più deboli, per favorire la soddisfazione di esigenze che i più forti fanno valere nel libero mercato dei desideri. Dobbiamo riflettere, e interrogarci se le pretese della cultura del gender possa ottenere qualche radicamento nella società moderna.
Nonostante la forte pressione mediatica, l’accondiscendenza di parte del mondo politico e l’entusiasmo di alcuni ambienti intellettuali, verrebbe da dire di no per due essenziali ordini di ragioni. Perché si tratta di pretese così contrarie all’intima natura, e alle più alte aspirazioni della persona, che non riusciranno a far regredire la civiltà giuridica rispetto a conquiste maturate nei secoli, e in modo particolare nella modernità. E perché già oggi urtano e feriscono la vita reale, l’esperienza delle persone.
Sempre più spesso, in diversi Paesi occidentali, i giovani nati con le tecniche procreative che occultano i genitori (e dimezzano la famiglia, con la figura dei genitori unisex) chiedono con insistenza, e si associano in gruppi per rafforzare la richiesta, di conoscere i propri veri genitori, poi di incontrarli e sapere tante cose sugli stessi.
Soffermiamoci su un elemento importante.Anche solo il rispetto del diritto (già codificato) della persona a conoscere i propri genitori, vanificherebbe buona parte delle manipolazioni procreative che chiedono legittimità, dal momento che al riconoscimento dei veri genitori seguirebbe l’inevitabile assunzione di
responsabilità per la crescita e i bisogni dei figli. Questa riflessione lascia intravedere che il dominio della tecnica sull’uomo non è inevitabile, trova ostacoli nel profondo della coscienza, rafforza l’impegno per fare leggi giuste sullo snodo essenziale della nascita e dell’identità della persona.

Tra “primavera cattiva”, marce e “nuovi amori”
Sabino Paciolla (Coltura cattolica del 29 ottobre 2016)

Questa “cultura del progresso”, questa cultura radicale, tesa a destrutturare e distruggere la famiglia naturale con il fine ultimo di destrutturare la persona per sottometterla, è inutile dirlo, è potentissima. Ha una copertura mondiale, ed è quindi presente anche in Europa occidentale, in particolare in quella del centro-nord. E’ presente in tutti i gangli vitali della nostra società: dalla politica alla finanza, dai media alla scuola, allo spettacolo. Ha una capacità fenomenale di influenzare tutti gli ambienti.
Notevole clamore ha suscitato, anche oltre confine, lo scioccante articolo pubblicato su Vatican Insider-La Stampa a firma del duo Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi intitolato: “Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin”, nel quale viene redatta una sorta di “lista di proscrizione” di cattolici che scrivono su disparati siti e blog e che sono critici, chi in maniera più marcata chi più soft, verso papa Francesco i quali vengono accusati, addirittura, di adorare Putin, e per questo sono additati come “fondamentalisti”. Alcuni giorni prima, sulla stessa linea, anzi quasi una fotocopia, era stato pubblicato su La Nuova Europa, l’articolo di Maurizio Vitali dal titolo: “Fondamentalismo cattolico, il panorama italiano”. Infine, veniamo a sapere che, nello stesso periodo, un “bravo collega”, come si esprime Galeazzi, del quotidiano “Avvenire”, Luigi Rancilio, ha fatto una corposa ricerca in rete per verificare quanto sia esteso questo fronte anti Francesco. E’ certamente una cosa alquanto curiosa questa coincidenza temporale di ricerche e articoli, dal contenuto quasi identico, pubblicati su ben tre testate: La Stampa, La nuova Europa e Avvenire.

Nel suo articolo, Maurizio Vitali si poneva la domanda: “Qual è l’interlocutore che si assume o che si cerca di intercettare (da parte di questi siti, ndr)?” La sua risposta è: “il mondo non progressista e di sensibilità popolare all’interno della Chiesa, che ha paura del crollo delle evidenze e cerca una difesa per farvi argine: i ‘buoni cattolici’ più o meno praticanti decisi a difendere i valori morali, a cominciare dalla vita e dalla famiglia, (…) quelli che hanno paura del gender, degli immigrati, dei ladri” (…) quelli che si scandalizzano per il “matrimonio gay e utero in affitto, e in generale per i nuovi diritti”. Insomma, sembra quasi voler dire, i più sempliciotti, quelli che sono “scandalizzati e impauriti”, e che fanno da barriera, aggiungo io, ad un “progresso” verso nuovi orizzonti culturali.

Che strano! Le parole ed il tono della risposta che Vitali dà mi fa tornare alla mente uno scandalo venuto alla luce alcuni giorni fa con Wikileaks. Infatti, sono stati resi pubblici alcuni scambi di mail del 2012 che vedono al centro la figura di John Podesta, capo della campagna elettorale 2016 di Hillary Clinton. In una di queste mail, l’attivista Sandy Newman scrive a Podesta: “…c’è bisogno di una PRIMAVERA CATTOLICA, nella quale i cattolici stessi richiedano la fine di una DITTATURA MEDIOEVALE e l’inizio di una PICCOLA DEMOCRAZIA e di RISPETTO PER L’UGUAGLIANZA DI GENERE (GENDER, ndr) nella Chiesa Cattolica. La copertura (da parte del sistema sanitario, ndr) della contraccezione potrebbe essere il fulcro attraverso cui questo potrebbe accadere. I vescovi senza dubbio continueranno a combattere…” (il maiuscolo è mia sottolineatura). La risposta di Podesta è stata la seguente: “Noi abbiamo creato Catholics in Alliance for the Common Good (CACG) per rispondere a questo fine (di cambiare la Chiesa, ndr). Ma penso che oggi essa manchi di una adeguata leadership. La stessa cosa avviene per Catholics United. Come la maggior parte dei movimenti ‘primavera’, anche questo dovrà partire dal basso verso l’alto”.

Quindi vi sono delle forze politico-finanziarie, molto potenti, impersonate da Obama, che ora vorrebbero passare il testimone a Hillary Clinton, che stanno facendo di tutto per consolidare la loro influenza mondiale usando come cavallo di Troia una cultura di stampo radical-nichilista, che ha la sua leva formale nel “politicamente corretto”. In questo loro percorso, la Chiesa Cattolica rappresenta senz’altro una “pietra di inciampo”.

Per aggirare tale ostacolo, e per modellare la fisionomia della Chiesa a loro uso e consumo, per darle cioè un volto adeguato al “nuovo mondo”, queste forze hanno cercato di lavorare dal di dentro della Chiesa.

John Podesta, infatti, si dichiara cattolico. E’ stato inviato il 27 aprile 2014 da Obama, in sua rappresentanza, in piazza San Pietro, in occasione della canonizzazione di papa Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, ed è a capo delle due associazioni sopra menzionate aventi finalità, si afferma pubblicamente, di progresso sociale in ottica cattolica. In realtà, come abbiamo visto, per la stessa ammissione di Podesta, esse servono a ben altro scopo. Infatti, la prima, Catholics in Alliance for the Common Good (CACG), è diretta da Fred Rotondaro il quale afferma che “Non ho mai capito la ragione del perché le donne non possano essere ordinate sacerdotesse” e “Il sesso gay viene da Dio”. Inoltre, gran parte del suo staff direzionale proviene da posti apicali della Conferenza Episcopale Statunitense. Tra questi, solo per fare alcuni nomi, troviamo: Alexia Kelley, John Gehring, Tom Chabolla, Francis X. Doyle, ecc. La seconda, Catholics United, invece, fondata nel 2005 dagli attivisti democratici Chris Korzen e James Salt, ha condannato i vescovi che negano la comunione ai politici che supportano l’aborto legale. Le due associazioni, dicono fonti giornalistiche accreditate, sono state foraggiate dal finanziere George Soros, che è fautore di politiche neo-malthusiane (limitazione della crescita della popolazione mediante aborto e contraccezione). E’ quello stesso George Soros, come si è saputo grazie a Wikileaks, che, in preparazione della visita di papa Francesco negli Stati Uniti, ha finanziato settori cattolici americani per fare in modo che durante la visita si privilegiassero temi sociali piuttosto che quelli relativi ai principi non negoziabili. Ciò per creare un terreno più favorevole alla campagna elettorale di Hillary Clinton, per farla apparire più vicina alle posizioni di papa Francesco.

Non è dunque difficile negli USA trovare preti, religiosi, giornalisti e professori di università cattoliche che condividono appieno il pensiero comune a queste due associazioni. Ciò nonostante, la Chiesa Cattolica, per le sue posizioni prese ad esempio contro l’Affordable Care Act di Obama (che finanzia tra l’altro aborto e contraccezione), è considerata da queste due associazioni come un ostacolo duro da superare poiché, come ha detto Sandy Newman, “i vescovi senza dubbio continueranno a combattere…”.

John Podesta, come detto, è il responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton. Quest’ultima, si è saputo, ha ricevuto circa 30 milioni di dollari da Planned Parenthood, la più potente organizzazione abortista al mondo, che ha al suo “attivo” oltre 7 milioni di aborti; ha appoggiato la politica di Obama di istituire i bagni per transessuali, di sponsorizzare il matrimonio gay, di diffondere nelle scuole l’educazione sessuale pro-gender e la contraccezione. Hillary Clinton è colei che ha perentoriamente detto: “I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e le fobie strutturali devono essere modificate. I governi devono utilizzare i loro strumenti e le risorse coercitive per ridefinire i dogmi religiosi tradizionali”.

Si capisce la gravità di queste ultime affermazioni? Hillary Clinton, in sostanza, sferra non solo un attacco frontale e micidiale al cristianesimo, ma lo lancia anche a qualsiasi identità culturale anche non religiosa che non si conformasse al “dogma” proclamato dal suo gruppo di potere. Addirittura afferma che i governi devono usare la forza per “ridefinire i dogmi religiosi tradizionali”. Sono affermazioni di una gravità assoluta che negano persino il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti il quale riconosce la terzietà della legge rispetto al culto religioso, ed è al fondamento di tutte le libertà e le battaglie culturali fino ad oggi combattute, che sono state l’humus della democrazia moderna. Ecco perché la Chiesa Cattolica rappresenta per Obama e per la Clinton un “osso duro” che deve essere reso digeribile lavorandoci dal di dentro.

Apro una parentesi. Il nostro presidente del consiglio Matteo Renzi si vanta di avere tra i suoi maggiori alleati “amici” sia Obama che la Clinton! Chiusa parentesi.

Questa “cultura del progresso”, questa cultura radicale, tesa a destrutturare e distruggere la famiglia naturale con il fine ultimo di destrutturare la persona per sottometterla, è inutile dirlo, è potentissima. Ha una copertura mondiale, ed è quindi presente anche in Europa occidentale, in particolare in quella del centro-nord. E’ presente in tutti i gangli vitali della nostra società: dalla politica alla finanza, dai media alla scuola, allo spettacolo. Ha una capacità fenomenale di influenzare tutti gli ambienti.

E giungiamo così ad episodi che ci hanno colpiti. Ne riporto alcuni, tra i più recenti, solo a titolo di esempio. Ma ve ne sono tantissimi.

Mons. Johan Bonny, vescovo di Anversa (Belgio), già collaboratore del card. Walter Kasper, e beniamino del cardinale Danneels, a lungo titolare di Bruxelles, nel suo ultimo libro afferma: “non possiamo continuare ad affermare che non esiste nessun altro tipo di amore diverso da quello del matrimonio eterosessuale. Troviamo lo stesso amore di un uomo e una donna che vivono insieme anche nei gay e nelle lesbiche”. Afferma inoltre che occorre superare il “dogma della Chiesa”, poiché “i valori intrinseci sono per me più importanti della mera questione istituzionale. L’etica cristiana si basa su relazioni durature dove esclusività, fedeltà e cura per l’altro sono centrali”.

Altro esempio è quello accaduto qualche giorno fa su Pfarrblatt, il bollettino parrocchiale della cattedrale Santo Stefano dell’arcidiocesi di Vienna, retta dal card. Christoph Schönborn, indicato da papa Francesco come il miglior interprete di Amoris Laetitia. Parliamo del n.2, datato “Autunno 2016”, dedicato per gran parte a spiegare proprio la esortazione apostolica Amoris Laetitia che, a pag. 17, a mo’ di esempio, riporta un articolo dal titolo molto chiaro: “We are the family” (Noi siamo la famiglia). Il fatto è che la famiglia in parola è quella formata da due uomini e un bambino adottato, con un’altra adozione in programma (una bambina). I due uomini sono Georg Urbanitsch e Bernd Schlachter, e sono sposati civilmente dal 2012. A scrivere l’articolo, rappresentando quanto bella è la loro vita, è proprio uno dei due uomini.

E per finire, venendo in Italia, vediamo che un vescovo organizza nella sua diocesi corsi gender per insegnanti di religione e non. Oppure che la segreteria della Conferenza Episcopale Italiana da una parte snobba platealmente due grandiose e storiche manifestazioni pubbliche, gli ultimi due Family Day, organizzate da semplici famiglie, senza alcun partito alle spalle, a difesa dei “principi irrinunciabili” da sempre insegnati dalla Chiesa, e dall’altra, invece, concede la sua CONVINTA ADESIONE ad una marcia organizzata da un piccolo partito, il Partito Radicale, da sempre sostenitore di valori non cristiani (divorzio, aborto, libera droga, transessualismo, gender, ecc.). Ma non era proprio la segreteria della CEI che aveva detto di voler mantenere una posizione neutrale rispetto alle questioni proposte dai partiti?

Ora, di fronte a questi episodi si deve concedere che un cattolico possa sentirsi interdetto, confuso, contrariato, rattristato… e non perché non “segua”, ma proprio perché segue, ha seguito o ha tentato di seguire l’insegnamento della Chiesa che è, per altro, l’insegnamento di sempre, quello trasmessoci da due millenni.

E invece, quei cattolici che tentano di esprimere con rispetto filiale queste perplessità vengono additati e incasellati in “liste di proscrizione” che servono solo a dividere, queste sì ad alzare muri, piuttosto che a costruire ponti. Giustamente padre Bernardo Cervellera, di AsiaNews, anche lui clamorosamente “proscritto”, dice: “mi chiedo a cosa serva e temo che sia usata per dividere, grazie all’opera indefessa di questi corifei che si sono autoeletti ‘interpreti infallibili’ del papa e difensori del papa”.

Sorge il dubbio che in giro si cerchi di intimidire o zittire quel giornalista, quel sacerdote, quel cardinale non per difendere il papa, che non ha certo bisogno di difensori d’ufficio, essendo egli, quanto a mezzi tecnici (giornale, TV, radio ecc), ben equipaggiato, ma per fermare ogni possibile coagulo di popolo vivo che possa configurarsi come un ostacolo alla diffusione del “nuovo credo”, della “nuova teologia” che sarà alla base della “primavera cattolica”, e che dovrà far da pavimento al “nuovo ordine mondiale” Obamian-Clintoniano.

A noi “poveri cristi”, per la salvezza della nostra anima, che poi, in fin dei conti, è quello che sommamente interessa, credo serva vivere seguendo quella speciale compagnia che si chiama Chiesa e l’insegnamento che da sempre Essa ha trasmesso e porre attenzione a quello che alcuni giorni fa ha detto Charles J. Chaput, arcivescovo di Filadelfia, riprendendo il concetto di “apostasia silente”, caro a papa Benedetto XVI: “Per papa Benedetto, i laici ed i preti non hanno bisogno di rinunciare al loro battesimo per essere apostati. A loro basta semplicemente essere silenti quando la loro fede Cattolica chiede che parlino chiaramente e ad alta voce, di essere codardi quando Gesù chiede loro di avere coraggio, di star distanti dalla verità quando necessita che loro lavorino o combattano per essa”.

O forse gli insegnamenti di papa Benedetto XVI sono considerati già roba vecchia?

Analisi / ideologie e antropologia, la lezione del Papa. La concretezza della vita per disinnescare il gender
Chiara Giaccardi (Avvenire 5 ottobre 2016)

Ancora una volta  Papa Francesco ha scelto un contesto informale la conferenza coi giornalisti sull’aereo di ritorno dal Caucaso, dopo averne già accennato pubblicamente a Tbilisi per regalare parole guida. Perché, come un padre, non si limita a pronunciarsi in pochi momenti ufficiali, ma sa cogliere ogni occasione per trasformarla in opportunità di discernimento: una pratica, quest’ultima, che richiede la piena partecipazione  individuale, ma non è mai individualistica, bensì  piuttost comunitaria.

Parlando  ai  giornalisti  il  Papa  non  emette  sentenze  da  riportare  nei  media, ma  invita  tutti a un cammino, accompagnandosi a vicenda e dando per primo l’esempio. Anche le parole pronunciate sulla delicata questione del gender vanno lette in questa chiave, per non travisarle forzandole in un senso o nell’altro. Accompagnare è un movimento cruciale per  il rinnovamento  della Chiesa, nella fedeltà alle sue origini. Non a caso nella Evangelii  gaudium (al n.24), nell’indicare i cinque verbi per la missione della Chiesa, il Papa lo pone proprio al centro, come modalità che qualifica tutti gli altri (prendere l’iniziativa, coinvolgersi, fruttificare, festeggiare). È un verbo antiindividualistico (il “con” è costituivo) ed è un verbo di movimento, di cammino, di pazienza: non si può mai saltare direttamente alla  meta. E camminando si cade: quindi, insieme ci si può aiutare a vicenda a rialzarsi. Accompagnare è un dinamismo generato dalla verità, che è amore e dunque relazione.

Ed è da questa prospettiva, accanto e in relazione, che la questione del gender va affrontata. Gender non è parola demoniaca in sé. Tuttavia, come ogni voce che definisce un ambito antropologicamente delicato, si presta alle strumentalizzazioni ideologiche.

Un po’ come ‘popolo’, che è parola preziosa, ma può venire utilizzata dai populismi e diventare mezzo  di  mortificazione della libertà e della dignità. Quella che viene definita ‘ideologia  gender’ compie esattamente questo passaggio ideologico: dal riconoscere che ogni cultura ha i propri linguaggi, usanze, modelli per rappresentare il maschile, il femminile e la loro relazione  (modelli che giustamente sono stati e vanno continuamente sottoposti a critica), passa ad affermare che non c’è (anzi non ci deve essere, perché la normatività è forte) nessun legame tra la dimensione biologica e l’identità di genere, vista esclusivamente come una scelta individuale. Come se non solo il nostro corpo, ma anche i nostri  legami, la nostra storia sempre plurale, le speranze di  altri  su di noi fossero irrilevanti. E come se bastasse un atto di volontà (che ideologicamente chiamiamo libera scelta’) per renderli tali. Ci sono almeno due coppie di dimensioni che rendono intricata la  questione: la prima è appunto individuale/sociale, laddove la nostra cultura è prigioniera di una concezione tanto assoluta quanto irrealistica del sé. Pensare al genere come pura scelta individuale, come un armadio di vestiti equivalenti, da indossare e cambiare a piacere, è possibile solo in una prospettiva di individualismo assoluto.

Perfettamente funzionale, tra l’altro, allo strapotere del sistema tecno-economico. Una posizione che non solo non è realistica (piuttosto, ideologica) ma nemmeno particolarmente desiderabile, alla fine. Per cambiare continuamente bisogna essere senza qualità, oltre che senza legami, come sostengono Miguel Benasayag, Zygmunt Bauman e tanti altri lucidi interpreti della contemporaneità, certamente non accusabili di bigottismo. L’altra opposizione è astratto/concreto. La cosiddetta ‘teoria gender’ astrae dal legame, dalla materialità del corpo, dalla storia personale per affermare un principio astratto di autodeterminazione totale che nega ogni vincolo per affermarsi. In un modo che non può che essere irrealistico, oltre che violento per chi ci sta vicino.  Perché la libertà non è cancellare i vincoli e i legami per paura che ci influenzino, ma assumerli consapevolmente e responsabilmente, per cercare di cambiare ciò che è disumano, a beneficio di  tutti. Non si è mai liberi contro altri, ma sempre con e grazie ad altri. Il pendolo dell’astrazione oscilla poi verso l’accettazione incondizionata del dato di fatto, di un particolare irriducibile e non  sottoponibile a critica. Ancora una volta una concezione adolescenziale della libertà: nessuno mi deve dire cosa devo fare.

Papa Francesco ci mostra un modo diverso di declinare il legame tra il generale e il particolare, che  non può che passare dalla concretezza. Una concretezza che non è però chiusa in sé, autosufficiente, ma connessa alle altre e al tutto (tutto è connesso, Laudato sì, n.16): un «concreto vivente» come lo definisce  Romano Guardini («L’opposizione polare»), sempre relazionale. Ciascuno di noi è un intero e non una somma di attributi. Si accompagna la persona solo quando la si riconosce come un intero. «Non riuscirò mai a ricomporti interamente / Con tutti i pezzi  ben  congiunti», scriveva la poetessa Sylvia Plath. La persona sempre eccede i suoi attributi.

Accompagnare richiede l’incontro con l’altro tutto intero, che è sempre un «inizio vivo» (Guardini), un cambiamento per tutti. Accompagnare è verbo di reciprocità, non di condiscendenza. È ricordarsi sempre di partire dalla concretezza, dall’integralità, dalla verità incarnata e situata di ognuno. Che è un intero in divenire, e non può essere inchiodato d’ufficio a un’azione, una scelta, un errore: è il tema della misericordia e del perdono. Papa Francesco ci accompagna a capire la relazione complessa e delicata tra la norma generale che rimane come riferimento essenziale  e la concretezza della vita, che non può mai essere ridotta a una norma astratta. Perché, come ha scritto nella Evangelii gaudium, la realtà supera l’idea.

Non a caso dopo aver illustrato il principio generale (non si può accettare la colonizzazione ideologica) il Papa ha raccontato una storia vera, che nella sua unicità ha un tratto di universalità: è  infatti nella concretezza delle vite che si può cercare di volta in volta un equilibrio guidati dalla verità che è amore tra la legge e l’uomo, tra il principio e la vita. Perché l’universale cattolico non  è astratto ma concreto: tutto l’uomo e tutti gli uomini. E non è relativismo, tutt’altro: è realismo evangelico. Che si fonda su una costitutiva relazionalità. Accogliere, accompagnare, discernere, integrare: tutti verbi di movimento, di concretezza e di relazione. Modi per articolare la ricchezza della nostra umanità, senza sacrificarla sull’altare delle ideologie, ma anche senza aver paura delle domande. È la strada, difficile ma autentica, da cercare di percorrere insieme in questi tempi di sfide. Senza paura, perché la nostra speranza germoglia sulla promessa di una pienezza libera.

Papa ai nonni: Nella società non manchino il vostro sorriso e la bella luminosità dei vostri occhi

Papa Francesco - AsianewsPapa Francesco ha incontrato i membri dell’Associazione Nazionale Lavoratori Anziani e la Federazione Senior Italia FederAnziani, nel contesto della Festa dei Nonni. “Maturità e saggezza, accumulate negli anni” sono necessari alla Chiesa e alla società. Contro la “cultura dello scarto”, occorre non emarginare gli anziani “ritenendoli improduttivi”. “Nei Paesi che hanno subito una grave persecuzione religiosa, sono stati i nonni a trasmettere la fede alle nuove generazioni”. Pregare “la nonna di Gesù, che è sant’Anna” per essere “buoni e saggi nonni”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Un “grazie” ai nonni “per l’esempio che offrite di amore, di dedizione e di saggezza” e un appello perché “non manchino alla società il vostro sorriso e la bella luminosità dei vostri occhi!”. Così papa Francesco ha concluso il suo incontro oggi nell’aula Paolo VI con i membri dell’Associazione Nazionale Lavoratori Anziani e la Federazione Senior Italia FederAnziani, nel contesto della Festa dei Nonni.
Ai partecipanti – non tutti anziani – che riempivano tutta la sala, il pontefice ha espresso la stima che la Chiesa ha verso gli anziani e i nonni: “La Chiesa guarda alle persone anziane con affetto, riconoscenza e grande stima. Esse sono parte essenziale della comunità cristiana e della società, in particolare rappresentano le radici e la memoria di un popolo. Voi siete una presenza importante, perché la vostra esperienza costituisce un tesoro prezioso, indispensabile per guardare al futuro con speranza e responsabilità. La vostra maturità e saggezza, accumulate negli anni, possono aiutare i più giovani, sostenendoli nel cammino della crescita e dell’apertura all’avvenire, nella ricerca della loro strada. Gli anziani, infatti, testimoniano che, anche nelle prove più difficili, non bisogna mai perdere la fiducia in Dio e in un futuro migliore. Sono come alberi che continuano a portare frutto: pur sotto il peso degli anni, possono dare il loro contributo originale per una società ricca di valori e per l’affermazione della cultura della vita.
Non sono pochi gli anziani che impiegano generosamente il loro tempo e i talenti che Dio ha loro concesso aprendosi all’aiuto e al sostegno verso gli altri. Penso a quanti si rendono disponibili nelle parrocchie per un servizio davvero prezioso: alcuni si dedicano al decoro della casa del Signore, altri come catechisti, animatori della liturgia, testimoni di carità. E che dire del loro ruolo nell’ambito familiare? Quanti nonni si prendono cura dei nipoti, trasmettendo con semplicità ai più piccoli l’esperienza della vita, i valori spirituali e culturali di una comunità e di un popolo! Nei Paesi che hanno subito una grave persecuzione religiosa, sono stati i nonni a trasmettere la fede alle nuove generazioni, conducendo i bambini a ricevere il battesimo in un contesto di sofferta clandestinità”.
“In un mondo come quello attuale, nel quale sono spesso mitizzate la forza e l’apparenza, voi avete la missione di testimoniare i valori che contano davvero e che rimangono per sempre, perché sono inscritti nel cuore di ogni essere umano e garantiti dalla Parola di Dio. Proprio in quanto persone della cosiddetta terza età voi, o meglio noi – perché anch’io ne faccio parte –, siamo chiamati a operare per lo sviluppo della cultura della vita, testimoniando che ogni stagione dell’esistenza è un dono di Dio e ha una sua bellezza e una sua importanza, anche se segnate da fragilità”.
Il papa ha ricordato anche gli anziani “che convivono con la malattia, con difficoltà motorie e hanno bisogno di assistenza”.
“Ringrazio oggi il Signore per le molte persone e strutture che si dedicano a un quotidiano servizio agli anziani, per favorire adeguati contesti umani, in cui ognuno possa vivere degnamente questa importante tappa della propria vita. Gli istituti che ospitano gli anziani sono chiamati ad essere luoghi di umanità e di attenzione amorevole, dove le persone più deboli non vengono dimenticate o trascurate, ma visitate, ricordate e custodite come fratelli e sorelle maggiori. Si esprime anche così la riconoscenza verso coloro che hanno dato tanto alla comunità e sono la sua radice”.
Francesco ha poi lanciato un appello alle istituzioni e alle comunità per facilitare la partecipazione e la valorizzazione degli anziani: “Per fare questo bisogna contrastare la cultura nociva dello scarto, che emargina gli anziani ritenendoli improduttivi. I responsabili pubblici, le realtà culturali, educative e religiose, come anche tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamati a impegnarsi per costruire una società sempre più accogliente e inclusiva”.
E per ribadire la negatività della “cultura dello scarto”, ha raccontato a braccio un episodio della sua infanzia: “Una delle mie nonne raccontava che il loro nonno abitava con loro (era vedovo). A tavola non mangiava bene e gli cadeva un po’ del pasto [dalla bocca]. Un giorno il papà ha deciso che il nonno mangiasse in cucina, su un tavolino per lui solo… Così la famiglia mangiava senza il nonno.
Alcuni giorni dopo trovò uno dei suoi bambini piccoli che giocava con martello e chiodi. Il papà gli domanda cosa sta facendo. Il bambino gli ha risposto: Sto facendo un tavolo col legno perché quando tu diventi vecchio possa mangiare così…”.
“Questa cultura dello scarto – ha ripreso – per cui ‘tu sei vecchio vai fuori…’. Non lasciare che questa cultura dello scarto vada avanti”.
“È importante – ha aggiunto – anche favorire il legame tra generazioni. Il futuro di un popolo richiede l’incontro tra giovani e anziani: i giovani sono la vitalità di un popolo in cammino e gli anziani rafforzano questa vitalità con la memoria e la saggezza. Mi fa tanto bene leggere quando Giuseppe e Maria portarono il Bambino al tempio. E lì trovarono due nonni… E loro erano la saggezza del popolo. Sono i nonni a ricevere Gesù nel tempio, non il sacerdote. Leggete questo nel vangelo di Luca (2, 22-38). Questo è bellissimo”.
Prima di benedire i presenti, Francesco li ha invitati a pregare “la nonna di Gesù, che è sant’Anna. Ognuno chieda in silenzio a sant’Anna che lei ci insegni ad essere buoni e saggi nonni”. Alla fine egli è passato a salutare le decine di malati presenti all’incontro.

Maternità surrogata. Per ora vinta solo una battaglia
Giovanni Maria Del Re (Avvenire del 27 ottobre 2016)

Al Consiglio d’Europa, che l’11 ottobre ha bocciato il Rapporto di Petra De Sutter col quale si sarebbe aperto alla maternità surrogata, è stata vinta una battaglia, ma la partita è ancora lunga per arrivare al bando definitivo.
È il messaggio lanciato nel corso di un incontro su come fermare il business degli “uteri in affitto”, ieri a Strasburgo a margine della plenaria del Parlamento europeo (che ha già condannato due volte la pratica). «Possiamo vincere la battaglia contro lo sfruttamento delle donne e la mercificazione del corpo umano – ha detto da Nicola Speranza, della Fafce (Federazione europea delle associazioni di famiglie cattoliche) – solo restando uniti». Perché «il rischio è che si venga spinti a credere che regolamentare sia meglio che vietare. Ma una proibizione non vuol dire “proibizionismo”, bensì un modo efficace per fermare l’industria della surrogazione». «La comunità internazionale – ha detto il giurista irlandese Lorcan Price, di Adf International – deve mettere al bando la surrogazione, cercare di regolamentarla porterà solo a ulteriori violazioni dei diritti umani». Del resto già ora 19 Stati membri del Consiglio d’Europa su 47 (tra essi l’Italia) vietano surrogazione, e altri 11 almeno quella “commerciale”. Ad aprile la Fafce aveva chiesto una convenzione internazionale ad hoc o un protocollo aggiuntivo alla Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo.
Il problema, dice Price, è la Corte europea dei diritti dell’uomo (legata al Consiglio d’Europa) che ha censurato Italia e Francia per aver rifiutato di registrare come genitori coppie che hanno pagato per la surrogazione all’estero. Insistere perché chi ricorre alla pratica sia riconosciuto come genitore vuol dire «aiutare la surrogazione a diffondersi».

Il Papa: Sconcertante negare la differenza tra uomo e donna
Enrico Lenzi ( Avvenire giovedì 27 ottobre 2016)

Accanto alle famiglie, guardando al loro vissuto quotidiano. Ma anche un nuovo e chiaro “no” a quella cultura “che esalta l’individualismo narcista, una concezzione di libertà sganciata dalla responsabilità dell’altro, la crescita dell’indifferenza verso il bene comune, l’imporsi di ideologie che aggrediscono direttamente il progetto familiare”. Papa Francesco ha tracciato delle vere e proprie linea guida per il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia in occasione dell’apertura del nuovo Anno accademico, alla presenza del Gran Cancelliere l’arcivescovo Vincenzo Paglia e del preside monsignor Pierangelo Sequeri.

La situazione attuale

Il Papa nel suo discorso sottolinea come “nella congiuntura attuale i legami coniugali e familiari sono in molti modi messi alla prova”: dall’individualismo, dall’assenza del senso di responsabilità, anche dalla povertà “che minaccia il futuro di tante famiglie”. Ma anche dallo sviluppo di nuove tecnologie che “rendono possibili pratiche talvolta in conflitto con la vera dignità della vita umana”. E anche sul fronte ideologico e filosofico non mancano attacchi alla famiglia. Il riferimento è a quanti vorrebbero scardinare il rapporto uomo-donna. “Il riconoscimento della dignità dell’uomo e della donna comporta una giusta valorizzazione del loro rapporto reciproco. Come possiamo conoscere a fondo l’umanità concreta di cui siamo fatti senza apprenderla attraverso questa differenza – si domanda il Papa nel suo discorso alla comunità accademica -? E ciò avviene quando l’uomo e la donna si parlano e si interrogano, si vogliono bene e agiscono insieme, con reciproco rispetto e benevolenza. È impossibile negare l’apporto della cultura moderna alla riscoperta della dignità della differenza sessuale. Per questo, è anche molto sconcertante constatare che ora questa cultura appaia come bloccata da una tendenza a cancellare la differenza invece che a risolvere i problemi che la mortificano”. Insomma è sconcertante negare la differenza uomo-donna.

Il compito della Chiesa

“È necessario applicarsi con maggior entusiasmo al riscatto – direi quasi alla riabilitazione – di questa straordinaria invenzione della creazione divina”, che è l’amore tra uomo e donna, aggiunge il Papa, precisando che “le dinamiche del rapporto fra Dio, l’uomo e la donna, e i loro figli, sono la chiave d’oro per capire il mondo e la storia, con tutto quello che contengono”. E se in passato, ammette Francesco, a volte “abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono”, oggi la Chiesa è chiamata a “sviluppare la nostra capacità di leggere e interpretare per il nostro tempo, la veirtà e la bellezza del disegno creatore di Dio”, sapendo che la Chiesa “vede nella famiglia l’icona dell’allenza di Dio con l’intera famiglia umana”. Un esempio di questo cammino, ha ricorda lo stesso Pontefice, è stato il duplice appuntamento sinodale dei vescovi proprio sul tema della famiglia. Un Sinodo straordinario nell’ottobre 2014 e uno ordinario l’anno successivo proprio focalizzato sulla famiglia. Impegno e cammino riassunto nell’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia, che “sollecita l’intero popolo di Dio ea rendere più visibile ed efficace la dimensione familiare della Chiesa”.

Accanto alle famiglie di oggi

“Il nuovo orizzonte di questo impegno vede certamente convocato in un modo del tutto speciale, il vostro Istituto – ha detto il Papa -, che è chiamato a sostenere la necessaria apertura dell’intelligenza della fede al servizio della sollecitudine pastorale del Papa”. L’invito è a far camminare insieme teologia e pastorale: “Una dottrina teologica che non si lascia orientare e plasmare dalla finalità evangelizzatrice e dalla cura pastorale della Chiesa – sottolinea Francesco – è altrettanto impensabile di una pastorale della Chiesa che non sappia fare tesoro della rivelazione e della sua tradizione in vista di una migliore intelligenza e trasmissione della fede”. Proprio per tutto questo, “vi esporto a frequentare coraggiosamente queste nuove e delicate implicazioni con tutto il rigore necessario senza cadere nella tentazione di verniciarle, di profumarle, di aggiustarle un po’ e di addomesticarle”. Ma con lo spirito di voler camminare accanto alle famiglie di oggi.

Proposta in Olanda: Eutanasia per tutti, anche in buona salute
Francesco Ognibene (Avvenire 13 ottobre 2016)

Può impressionare ma non deve stupire: l’Olanda potrebbe diventare l’anno prossimo il primo Paese al mondo a riconoscere il diritto insindacabile all’eutanasia (o suicidio assistito, ma la differenza è marginale). In una lettera al Parlamento i ministri della Salute e della Giustizia hanno chiesto ai deputati, che stanno discutendo una nuova modifica alla legge con la quale nel 2002 fu legalizzata l’eutanasia per i malati terminali, di introdurre la facoltà per qualunque cittadino di accedere al suicidio assistito se ritengono di aver «completato la propria vita», e dunque anche in perfetta salute e con una lunga aspettativa di vita. Sinora alla morte a richiesta può accedere il paziente che soffra di una malattia che non lascia speranza di guarigione o di miglioramento, un concetto che non ha impedito che all’eutanasia potessero accedere anche persone affette da malattie neurodegenerative o con problemi di depressione. Alla luce di queste applicazioni a maglie sempre più larghe di una legge che nel 2015 ha permesso a ben 5.516 persone di morire per mano dei medici (il 3,9% delle cause di morte nel Paese, un dato in continua e rapida crescita), la richiesta dei due ministri appare del tutto coerente, in qualche modo persino drammaticamente ovvia: una volta che la vita è considerata un bene disponibile, lasciata per la sua conclusione alla libera scelta di ciascuno, esposta alla conclusione anticipata per mano dello stesso Stato che dovrebbe tutelarla come un diritto inviolabile non soggetto ad alcuna limitazione anche se richiesta dal diretto interessato, perché non consentire il pieno accesso all’eutanasia? E’ del tutto illogico che, varcata ormai ampiamente la soglia dell’intangibilità di un principio primo come la vita umana, il suo destino non sia più interesse pubblico ma un affare del tutto privato nel quale lo Stato ha solo un dovere: non interferire. E dare la morte, come gli è richiesto. Nel vicino Belgio poche settimane fa è stata praticata l’eutanasia a un minorenne, una notizia che ha fatto riflettere sulla deriva del confronto sul fine vita. Ora ecco l’Olanda intenzionata a stabilire che la morte è un diritto al pari della vita. I parlamentari italiani, che stanno discutendo una delicatissima legge sul fine vita, considerino con attenzione questo dato di fatto: una volta aperto anche solo uno spiraglio alla morte per legge, l’esito finale è già scritto.

Referendum, dibattito inquinato dal caso Renzi Un libro della Nuova BQ spiega perché votare No
Robi Ronza (la Nuova Bussola Quotidiana del 11-10-2016)

Referendum Perchè NoLa crescente confusione, che sempre più caratterizza il dibattito sul referendum del 4 dicembre prossimo, non può che preoccupare chiunque abbia a cuore la causa della libertà e della democrazia nel nostro Paese. Una volta tanto la posta in gioco è chiara e inequivocabile: si tratta di dire “sì” oppure “no” a un testo di legge a questo punto immodificabile. Siamo dunque, almeno in questo caso, al riparo dalle nebbie e dalle paludi che purtroppo costituiscono il paesaggio più normale della nostra vita pubblica. Ciononostante un ceto politico, che ha l’ambiguità nel sangue, sta facendo di tutto per farci ripiombare nell’equivoco.

Come antidoto molto semplice, ma speriamo anche molto efficace, a tale stato di cose proponiamo Riforma costituzionale Renzi-Boschi: perché no, il nuovo libro della Nuova BQ uscito in questi giorni. Sin dal titolo il libro sposa con chiarezza la tesi del “No”, ma ne spiega i motivi. Inoltre contiene il testo integrale sia della riforma che della vigente Costituzione dando così modo al lettore di farsi poi, leggendoli, un’idea sua.

La confusione, anzi l’inquinamento del dibattito di cui si diceva procede in due direzioni. Da un lato Renzi e i suoi si mettono al riparo dal rischio di dover discutere sui contenuti della riforma trincerandosi dietro slogan senza alcun significato. Dall’altro dalle più diverse parti si pretende di trasformare il referendum in un voto pro o contro il governo in carica.

Tipico del primo di questi inquinamenti è la tesi secondo cui il referendum sarebbe un epico duello tra chi vuole una “nuova Italia” e chi invece sarebbe arroccato in difesa di un’Italia vecchia e superata. Veniamo insomma messi di fronte a due pacchetti ben chiusi del cui contenuto non si sa niente se non che nell’uno, quello con scritto “Sì”, c’è qualcosa di giovane e bello; e nell’altro, quello con scritto “No”, c’è invece qualcosa di vecchio e brutto. Spiegata così la questione è risolta a priori. Se è questa la situazione, chi non sceglierebbe per il “sì”? Fatto sta che invece la situazione non è questa.

Rientra nella medesima categoria anche la tesi secondo cui, siccome la Costituzione va riformata, allora non si può perdere questa occasione per riformarla. Ma chi l’ha detto? Una riforma non è buona in sé. Si tratta di vedere se migliora la Costituzione vigente o se invece la peggiora. Se ho l’auto in panne non è vero che qualsiasi intervento sul suo motore, anche una bella martellata, sia meglio che niente.

L’altro tipo di inquinamento è quello che consiste anche qui nel non occuparsi del contenuto della riforma, ma nel guardare al referendum del 4 dicembre prossimo come se fosse una specie di voto popolare di fiducia pro o contro il governo Renzi. Va detto che il primo a fare questo errore fu Renzi quando proclamò che in caso di vittoria del “No” si sarebbe dimesso e si sarebbe ritirato a vita privata.

Poi lo stesso presidente della Repubblica lo ha sollecitato a tenere distinta la sorte sua e del suo governo dall’esito del referendum, ma con scarso successo. Non soltanto perché forse era ormai troppo tardi, ma anche perché non passa quasi settimana senza che lo stesso Renzi in un modo o nell’altro non riaccrediti tale tesi.

Sulla stessa strada si sono messi però anche il grosso delle forze politiche di opposizione senza rendersi conto che così facendo si danno la zappa sui piedi. Molti elettori contrari alla riforma oggi non vedono però nell’area dell’opposizione alcuna decente alternativa a Renzi. L’eventualità che la vittoria del “No” provochi automaticamente la caduta di Renzi potrebbe spingerli o a votare “Sì” o più probabilmente a non andare a votare.

Quella che verrà sottoposta a referendum il 4 dicembre prossimo non è una riforma di dettaglio e nemmeno una semplice riforma del Senato. Si tratta di una modifica dell’impianto generale della Costituzione (che seppure in modo aggiornato riporta l’Italia al 1921, allo statalismo e al centralismo dell’antico Stato sabaudo): qualcosa destinato a durare a lungo, molto più a lungo di qualsiasi governo. Legare ad essa la sorte del governo in carica non ha senso.

La Cassazione ha introdotto anche la step child adoption
Alfredo Mantovano (La Nuova Bussola Quotidiana del 02-10-2016)

Di nuovo c’è soltanto il deposito, avvenuto venerdì 30, delle motivazioni della sentenza. Ma il contenuto della sentenza del 21 giugno 2016 della 1^ sezione civile della Cassazione era già stato anticipato, e riguardava un caso più che noto: due donne, una italiana e una spagnola, contraggono matrimonio in Spagna, una delle due ha un figlio da fecondazione artificiale di tipo eterologo con gamete di uomo non noto, il bambino viene registrato all’anagrafe come figlio delle due donne. Nel 2013 esse divorziano, l’italiana decide di rientrare a Torino, sua città di origine, e qui chiede all’ufficiale di stato civile del Comune la trascrizione dell’atto spagnolo: ciò che il funzionario rifiuta. Il Tribunale e la Corte di appello ordinano al Comune di Torino di provvedere, il Procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, presenta ricorso per Cassazione.

La Corte di Cassazione intanto decide come sezione semplice, e non – come richiesto dal Procuratore generale – a sezioni unite. Motiva questa scelta poiché non ritiene “la questione di massima di particolare importanza”. E’ la prima di una serie di affermazioni che lasciano non poco perplessi, e viene voglia di riprodurle quasi senza commento, perché parlano da sé.

Dice la Corte che una trascrizione come quella chiesta al Municipio non contrasta con i principi fondamentali dell’ordine pubblico italiano, come ha sostenuto il ministero dell’Interno, intervenuto nel giudizio, perché tali principi devono armonizzarsi con quelli che vigono in queste materie in altre nazioni (magari anche lì esito di pronunce giudiziarie prima che di provvedimenti legislativi). Rileva poco ricordare che la Corte EDU ha più volte sancito che in tema di famiglia ogni Stato, salvi i diritti fondamentali, esercita le proprie scelte, non condizionabili dalle scelte di altri Stati.

Secondo la Corte la regola secondo cui è madre chi partorisce, non avrebbe fondamento in principi di rango costituzionale, e per questo cede di fronte ad altre modalità di realizzazione della maternità: pare più di una affermazione ideologica che un principio di diritto. Simile a quella secondo cui oggi la famiglia è definibile come “comunità di affetti” (sì che l’art. 29 Cost. è messo da parte) e al suo interno vige il principio di autodeterminazione (che in realtà è stato per la prima volta teorizzato dalla Corte costituzionale quando ha legalizzato l’eterologa).

Per la Cassazione l’interesse del minore impone la trascrizione come figlio di due madri per garantire al bambino la continuità dello status di filiazione sancito dallo Stato di provenienza: è un forte incentivo ad aggirare residui ostacoli presenti nella nostra legislazione, ottenendo iscrizioni anagrafiche all’estero, salvo poi trasferirsi in Italia e pretendere “continuità” (dalla quale si perviene all’utero in affitto).

Non vi sarebbe maternità surrogata perché la nascita del bambino sarebbe avvenuta all’interno di una coppia. Confesso di non aver capito questo passaggio, posto che nessuno ha evocato nella specie un caso di maternità surrogata: si tratta piuttosto di una fecondazione eterologa con successiva acquisizione di genitorialità per via di iscrizione anagrafica. Che cosa vuol dire la Cassazione, che non si può parlare di utero in affitto se il bambino è allocato fra due persone che convivono? Ma la maternità surrogata fa riferimento alle modalità di realizzazione della maternità, non a dove va a finire il neonato…

Ma vi è un passaggio della motivazione della sentenza, verso la sua conclusione, che fa riflettere più degli altri (che in fondo non rappresentano novità assolute): quello col quale la Cassazione, facendo riferimento alla legge sulle cosiddette unioni civili, approvata prima della decisione della Corte, sostiene che essa non contiene disposizioni applicabili al caso in esame. Chissà se questo cenno veloce, in una sentenza di oltre 50 pagine, avrà indotto a qualche ripensamento quei parlamentari – soprattutto a quelli di Area Popolare – che avevano vantato come un proprio successo l’esclusione della step child adoption, cioè della possibilità del convivente di diventare genitore adottivo del figlio biologico dell’altro convivente same sex. Il ministro Costa era andato oltre; aveva spiegato che “prima sulla step child adoption c’era un vuoto”, che la giurisprudenza ha provato a colmare. Ma aveva aggiunto che con la “Cirinnà” non era più così: “c’è una norma chiara che la esclude – erano sempre sue parole – a maggior ragione alla luce dei lavori parlamentari. E quindi mi attendo di vedere chiusa una fase di giurisprudenza creativa”. Con tutto il rispetto per il ministro, e alla luce della decisione della Cassazione: a) prima della legge non c’era alcun vuoto normativo, vi è stata invece una esegesi arbitraria di qualche giudice; b) la nuova legge ha consacrato questa giurisprudenza minoritaria, proprio “alla luce dei lavori parlamentari”; c) nella medesima direzione va l’intero sistema introdotto dalla legge Cirinnà.

Il nuovo ordinamento ha equiparato in tutto e per tutto i civiluniti ai coniugi, salve – in apparenza – le norme della legge sull’adozione e poco altro. “In apparenza” perché, dopo aver escluso le disposizioni sulle adozioni, il comma 20 dell’art. 1 conclude con questa espressione: “Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Perché mai aggiungere questa frase quando l’esclusione non avrebbe lasciato margine di dubbio? Lo aveva spiegato l’on. Micaela Campana, svolgendo la sua relazione nella seduta della Commissione Giustizia della Camera del 3 marzo 2016. Tutti sanno che fra i lavori preparatori la relazione, oltre a costituire l’atto di avvio della discussione in un ramo del Parlamento, è il binario sul quale si articola la discussione stessa, quindi contribuisce all’interpretazione della legge. Il parlamentare relatore è poi assistito dagli uffici della Camera di appartenenza, quindi la sua non è una mera opinione personale. In quella sede la relatrice chiariva che “l’attuale formulazione fa salva la giurisprudenza in merito che consente ai giudici, dopo una valutazione caso per caso, di poter concedere l’adozione anche al genitore sociale per i bambini che sono presenti nelle unioni omosessuali”. Se si legge il seguito dei lavori parlamentari non vi è un solo passaggio in cui questa tesi sia stata smentita un esponente del Governo. Oggi tutto ciò viene confermato dalla Cassazione.

Chi ha votato per la Cirinnà avendo quelle convinzioni è chiamato, alla luce delle motivazioni della sentenza in questione, a riaprire il discorso e a proporre una norma da inserire nella legge, che escluda esplicitamente la filiazione/adozione quando i genitori giuridici sono dello stesso sesso. Attendiamo fiduciosi.

Lo strano caso dell'«educazione di genere» di cui nessuno sa dimostrare l'utilità
Giuliano Guzzo (Libertà e Persona 8 ottobre 2016)

«Si cerca solo di lottare contro le discriminazioni e il bullismo di cui sono vittime innocenti le persone omosessuali e trans, che non hanno scelto niente, appunto, esattamente come le persone eterosessuali», ha scritto ieri su Repubblica Michela Marzano, filosofa eletta parlamentare tra le file del Pd, in risposta alle recenti e pesantissime critiche di Papa Francesco alla teoria del gender. Analogamente, qualche tempo fa, sempre a difesa dell’«educazione di genere», Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, aveva dichiarato che «educazione di genere significa educare al rispetto delle differenze per prevenire violenza o discriminazione». Ora, tanta enfasi sull’argomento lascia intendere che davvero l’«educazione di genere», non a caso oggetto di diverse proposte di legge parlamentari, abbia risvolti se non propriamente miracolosi quanto meno d’indubbia efficacia; peccato che la realtà sia che finora, nonostante molteplici sperimentazioni, non si è stati in grado di stabilirne l’effettiva utilità.

Al punto che, ogni volta che si tenta di saperne di più sui risultati raggiunti con queste lezioni all’avanguardia, difficilmente se ne cava qualcosa. Significativo, a questo riguardo, è il caso del Trentino dove, – dopo aver promosso, lo scorso anno, percorsi di educazione alla relazione di genere in una ventina di scuole – la Provincia ha scelto, per l’anno scolastico 2016/2017, di sostenere nuovamente l’iniziativa dato che, come si legge nella Deliberazione di Giunta provinciale n° 712 del 6/5/2016, è emersa chiaramente l’«efficacia dei percorsi». Quando però un Consigliere dell’opposizione, Claudio Civettini (Civica Trentina), ha pensato di formulare un’Interrogazione – la n. 3085/XV – per sapere «sulla base di quali rilievi empirici, studi, ricerche o valutazioni rigorosamente non soggettive si è potuta riscontrare l'”efficacia dei percorsi” riproposti», si è visto sostanzialmente ignorato benché, all’atto ispettivo, abbia fatto seguire pure un sollecito di risposta. E pensare che non si trattava di chissà quale minaccioso quesito, ma solo di una pacata richiesta d’informazioni.
Ad ogni modo, per iniziare a sospettare che l’osannata «educazione di genere» sia fuffa ideologica e nei fatti serva a poco, al di là degli enormi dubbi che comunque solleva nel momento in cui viene impartita, come non di rado è accaduto, in assenza di preventivo consenso da parte dei genitori, basta dare un’occhiata alle relazioni di coloro che ne hanno messo in pratica alcuni assaggi. Per esempio, leggendo quanto riferito da un’insegnante che ha seguito lo svolgimento di un gioco presso la Scuola dell’infanzia Andrea del Sarto (Fi), durante il quale maschi e femmine si sono scambiati i grembiuli rispettivamente azzurri e rosa, si scopre quanto parziali ed evanescenti siano stati gli esiti di quell’esperimento: «Non tutti sono d’accordo, alcuni decidono di tenersi il proprio […] Si guardano, si sorridono e si compiacciono… poi dopo un pò qualcuno si stanca e tutto ritorna come prima» (Educazione alla cura e contrasto degli stereotipi. Inizio di una sperimentazione, Firenze 2008, p. 41).

Curiosamente, che l’«educazione di genere» e la lotta agli stereotipi sessisti, in prospettiva oltre che in tempi brevi, abbiano un’utilità molto dubbia è ammesso dagli stessi studiosi dell’argomento. La psicologa Cordelia Fine, per esempio, ha dedicato alla demolizione dell’idea che esistano differenze significative tra uomini e donne un intero volume, la cui edizione italiana è significativamente intitolata Maschi=Femmine (Ponte Alle Grazie, 2011). Pure lei, tuttavia, ha dovuto ammettere che allo stato «non esistono ricerche che riconducano il mercato dei giocattoli e dei libri di genere alla successiva discriminazione occupazionale o alla condivisione delle faccende domestiche» (Internazionale, 1049, 1.5.2014, p.94). Sulla stessa scia si colloca un altro fatto significativo vale a dire il dietrofront norvegese sull’«educazione di genere», concretizzatosi con la sospensione dei finanziamenti del Nordic Council of Ministers al Nordic Gender Institute. Accanto questo, c’è da considerare un altro dato interessante, che vede la percentuale di giovani italiani tra gli 11 ed i 15 vittima di bullismo (5%) assai più bassa della media europea (11%) e ai livelli della Svezia.

Chiaramente anche un solo caso di bullismo rappresenta qualcosa di inaccettabile e nessuno intende, qui, discutere l’importanza dell’educazione al rispetto tra i giovanissimi. Ma siamo sicuri che questa spetti anzitutto alla scuola anziché alle famiglie? E soprattutto, che senso ha intestardirsi con l’«educazione di genere» in assenza di ogni minimo riscontro sulla sua reale efficacia in termini di prevenzione alla violenza? Non sarebbe più saggio e lungimirante ripensare il tutto alla luce delle evidenze poc’anzi riportate? La sensazione è che vi sia un certo imbarazzo, quasi un senso di fastidio da parte dei sostenitori dell’«educazione di genere» ogni volta che vengono avanzate delle semplici domande. Come se non le idee ma i fatti stessi, nel momento in cui essi dimostrano l’infondatezza di alcune iniziative, svelandone il retroterra ideologico, fossero scomodi. Viene in mente una celebre frase di Hegel (1770-1831): «Se i fatti non si accordano alla teoria, tanto peggio per i fatti».

Senza Dio si cancella l'uomo. La verità che nessuno riesce più a dire.
Giuseppe Carbone (Libertà e Persona 7 ottobre 2016)

La teoria svedese dell’amore è un documentario di pregevole fattura realizzato da Erik Gandini, regista di Bergamo che vive da 20 anni in Svezia. La sua è una critica lucida e aspra della società svedese colpevole, a suo dire, di aver reso le persone infelici con politiche familiari che hanno promosso l’autonomia e l’indipendenza tra le persone. Oggi in Svezia più della metà della popolazione vive da sola, c’è il tasso più alto al mondo di inseminazioni artificiali da parte di donne single e può succedere che ci si accorga dopo 2 anni del suicidio di una persona dentro le mura domestiche. Il documentario nella prima parte punta a ricostruire le cause che hanno determinato tale situazione, addebitando il tutto alle politiche sulla famiglia risalenti ai primi anni ’70. Si è voluto di proposito creare una società di questo tipo dove gli esseri umani, affidandosi totalmente allo Stato, potessero essere liberi e svincolati gli uni dagli altri. Cosa fare adesso? Nella seconda parte il regista cerca di dare possibili soluzioni e lo fa, in un primo momento, seguendo un medico svedese che ha scelto di continuare il suo lavoro in Africa dove la povertà di risorse ancora costringe le persone a volersi bene e alla fine dando la parola al sociologo Bauman che tira le fila del discorso superando il concetto di indipendenza con quello dell’interdipendenza.

Seppur apprezzando l’opera cinematografica e il coraggio che Gandini mette nell’affrontare tale realtà non si può nascondere un certo disappunto su almeno tre elementi del discorso che il documentario sembra nascondere di proposito.

Il primo è l’aggettivo “socialista” che doveva essere aggiunto alla “formula magica” delle politiche familiari svedesi degli anni 70. Il regista, però, preferisce svincolare, tralasciando tra l’altro di leggere il sottotitolo del libro che compare all’inizio del film dove chiaramente si legge, anche se in svedese, “politiche socialiste sulla famiglia”. Sarebbe stato sicuramente più onesto ammettere il totale fallimento dell’ideologia progressista degli anni 70 sull’uomo e sulla famiglia, magari ricordando che non è la famiglia in generale ad aver fallito, ma proprio quel modello proposto dalle politiche socialdemocratiche di sinistra.

Il secondo elemento di disappunto è l’aver nascosto il credo religioso del medico (figura bellissima e in netto contrasto con l’algidità svedese) che compare alla fine del film. Sappiamo, ma solo dopo averlo chiesto espressamente al regista, che il dott. Erichsen è un evangelista praticante e che quasi sicuramente la sua missione in Africa è il frutto della sua fede matura. Di questo aspetto purtroppo nel film non c’è traccia.

Da ultimo la sociologia quale unica scienza capace di rispondere al grido di solitudine degli svedesi. La risposta di Bauman è di una banalità disarmante; alle sue considerazioni ci sarebbe potuta arrivare anche una nonna vissuta prima degli anni sessanta. Purtroppo nel film manca completamente la possibilità di Dio o di una qualsivoglia remota ipotesi di soprannaturale. Risulta evidente, anche per chi non professa un credo religioso, che l’uomo si è potuto liberare dagli altri uomini perché in precedenza si è liberato di Dio. Sono state le politiche socialiste, di cui sopra, atee e materialiste a produrre, dopo pochi anni, il regno della de-responsabilizzazione dove non si deve dare conto a nessuno e dove avere una relazione non è un presupposto necessario per avere un figlio. Un mondo solitario e disperato che oggi paga un conto salatissimo, quello di ritrovarsi a scrutare un abisso vuoto dove non c’è più posto per l’uomo e per la Speranza, dove solo la morte diventa l’unica consolazione.

È il tempo della responsabilità personale
Costanza Miriano (dal suo Blog del 05/10/2016)

La bambina dopo un pomeriggio di musi mi abbraccia con la consueta grazia da escavatrice e mi scaraventa sul lettone. Poi con la faccia nascosta sotto la mia ascella prosegue:

“La verità è che per tutte le cose brutte che mi succedono – se ho sonno, se non mi piace la merenda, se non mi va di fare i compiti – io preferisco arrabbiarmi con te. È più semplice”.

Guardo mia figlia come se fossi davanti a un prodigio. Ha solo dieci anni, ma ha fatto un passaggio di consapevolezza a cui certi – certe – cinquantenni faticano ad arrivare (e tenderei a pensare che dopo una certa età, salvo miracoli, è difficile che ci si arrivi). Capire che il problema siamo noi e non gli altri è un punto cruciale, direi il punto di svolta della conversione, o della maturazione se vogliamo usare un termine laico.

Ci sono persone che sembrano aver sempre qualcosa da recriminare, ed è sempre colpa di qualcosa o di qualcuno se non sono felici, perché capire che ognuno di noi è responsabile del proprio stato d’animo è davvero un passaggio di maturazione decisivo. E qui siamo ancora sul piano semplicemente umano.

Poi c’è quello di fede, che come sempre non smentisce ma si sovrappone al dato di ragione e di realtà e lo completa: io decido di prendere atto della mia realtà e di abbracciarla facendomene pienamente carico, portando tutto il mio peso (piccolo, come la merenda sbagliata, o grande che sia) e poi magari anche quello di qualcun altro, perché credo fermamente che c’è un Padre che mi ama, che mi dà la grazia di farlo, che mi ama gratuitamente e immeritatamente, e allora tutta la mia realtà è redenta e trasfigurata, tutti i pesi accolti con fiducia sono occasione di guarigione, di redenzione, perché la croce salva ed è preziosa ed è stata studiata al millimetro da Dio, della misura e pesantezza perfetta per noi, perché ci possa salvare. Pur nel mistero del dolore, del dolore innocente in particolare, questo sguardo di bene sulla realtà non ci deve mai mancare, se crediamo nella buona notizia: che la cosa più brutta che ci possa succedere, la morte, è stata sconfitta.

E invece farsi carico e non dare la colpa agli altri è difficile, per esempio nei miei figli maschi questo passaggio l’ho visto avvenire più tardi, non a dieci anni. Perché è faticoso, e i maschi di solito, esclusi i presenti, non hanno questo slancio zelante verso la fatica, e sottolineo di solito. Se la devono fare, la fanno, ma se la possono evitare, meglio (atteggiamento che peraltro spesso li rende più sani di mente di noi femmine, ma questo è ancora un altro argomento).

Insomma, in queste riflessioni in ordine sparso da madre che piega biancheria ed è in piedi da 18 ore, mi è venuto in mente un pensiero che trotterellava indietro, un po’ scostato dal gregge. Mi è venuto in mente che questo invece è per noi credenti, tutti, maschi e femmine, proprio il tempo della responsabilità. Siamo assediati da pressioni mediatiche (e politiche, e, al fondo, economiche) molto forti, tutte in direzione decisamente, ferocemente a volte, anticristiana. Ma anche nella Chiesa, inutile nasconderci dietro un dito, tanti di noi si sentono a volte un po’ lasciati soli da tanti pastori che invece che rafforzarci in questo assedio, tendono piuttosto ad andare incontro al mondo. Il rapporto col mondo è il nodo centrale della questione. Si può andare incontro al mondo senza dimenticare cosa gli si va a portare al mondo, cioè non il nostro povero e incostante amore, ma quello di Cristo? Si può uscire senza dimenticare di custodire i piccoli nella fede che hanno bisogno di pastori (nella fede siamo tutti piccoli, sennò non saremmo di fede, ma uomini di cultura innamorati di una civiltà cattolica dai bei principi, non mendicanti dello Spirito che cercano assetati un incontro col Signore)? Si può accogliere ogni volto, senza accogliere però insieme anche ogni eredità spirituale, ricordando ogni istante che essere cristiani è per forza andare contro corrente, rompere radicalmente con ogni altro modello culturale e interpretativo del mondo?

Questo per noi cristiani è il tempo della responsabilità personale. Custodire meglio che possiamo quello che ci è stato affidato in duemila anni di traditio, cioè di tesori tramandati e passati di mano in mano da generazioni di santi (cioè peccatori consegnati). Vagliare con cura decisioni e comportamenti. Difendere ciascuno, è un’immagine che usa sempre il mio amico Giampaolo, il proprio metro di trincea. Mettere intelligenza e forza e discernimento nella vita spirituale, viverla con più impegno e serietà.

Il gender è una guerra mondiale Parola di Papa
Lorenzo Bertocchi (La Nuova Bussola Quotidiana 02-10-2016)

«Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio». E’ questa la frase che rimbomba dalla giornata di ieri del viaggio papale in Georgia e Azerbajan.

L’ha pronunciata Papa Francesco rispondendo alle sollecitazioni proposte da Irina, una giovane mamma intervenuta durante l’incontro con religiosi, religiose e seminaristi nella chiesa dell’Assunta di Tiblisi. L’ultima giornata georgiana di papa Bergoglio, iniziata con la S.Messa presso lo Stadio M. Meskhi, era proseguita con l’incontro nella chiesa dell’Annunziata, quindi quello con gli assistiti e con gli operatori nel Centro di Assistenza dei Camilliani, infine si è conclusa con la visita alla Cattedrale Patriarcale di Svetitskhoveli di Mtskheta. Oggi il viaggio prosegue e si conclude in Azerbajan.

Il gender è una colonizzazione ideologica

«Assieme alle famiglie ortodosse – ha indicato la giovane mamma nel suo intervento a Tiblisi – incominciamo ad essere travolti dai problemi mondiali, quali la globalizzazione che non tiene conto dei valori locali, le nuove visioni della sessualità come la teoria del gender, e l’emarginazione della visione cristiana della vita, in particolare della nostra scelta di educare come cattolici i nostri figli». Inoltre, la giovane Irina ha ricordato l’importanza per le famiglie di «riscoprire la propria realtà sacramentale».

Rispondendo a questo intervento Papa Francesco ha fatto deflagrare un giudizio chiaro: «Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche». In effetti si tratta di un concetto che il pontefice ha già espresso in altre occasioni, e che troppe volte è stato stranamente silenziato da media, invece, particolarmente solleciti nel riportare altri gesti e altre parole di papa Bergoglio. Questa volta il messaggio è arrivato forte e chiaro e nessuno potrà far finta di non averlo sentito, dentro e fuori i Sacri Palazzi.

La piaga del divorzio

Nella risposta alla giovane Irina il Papa ha indicato che «il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio.»

«Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio?», ha proseguito il Papa rivolgendosi direttamente alla giovane donna. «Due persone, pagano. Chi paga? [Irina risponde: tutti e due] Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio. E pagano i bambini, i figli. Voi non sapete, cari fratelli e sorelle, voi non sapete quanto soffrono i bambini, i figli piccoli, quando vedono le liti e la separazione dei genitori! Si deve fare di tutto per salvare il matrimonio».

La mancata partecipazione alla messa degli ortodossi

Un altro grande tema della tappa del viaggio apostolico in Georgia, oltre alla questione della pace e dei rapporti tra le varie anime della regione caucasica, era quello delle controverse relazioni ecumeniche con la chiesa ortodossa georgiana. La giornata si era aperta ieri con la celebrazione della S.Messa del Papa dove, come era previsto dal programma, avrebbe dovuto presenziare anche una delegazione di ortodossi georgiani; per la prima volta nella storia avrebbero preso parte a una messa cattolica. Ma così non è stato. In una dichiarazione rilasciata appena prima dell’arrivo di Papa Francesco il Patriarcato sottolineava che la messa allo Stadio non poteva essere considerata “proselitismo”, accusa spesso lanciata dagli ortodossi georgiani ai cattolici, ma «i fedeli ortodossi non partecipano alla celebrazione».

La situazione quindi, a parte le dichiarazioni pubbliche del Papa e del Patriarca, rimane complessa. In questo contesto Papa Francesco, seduto a fianco del Patriarca Ilia II nell’antica cattedrale ortodossa di Svetyskhoveli a Tbilisi, ha ricordato che «nonostante i nostri limiti e al di là di ogni successiva distinzione storica e culturale, siamo chiamati a essere “uno in Cristo Gesù” e a non mettere al primo posto le disarmonie e le divisioni tra i battezzati, perché davvero è molto più ciò che ci unisce di ciò che ci divide».

Il proselitismo e l’ecumenismo con gli ortodossi

Sulla delicata questione dell’ecumenismo con gli ortodossi georgiani, Papa Francesco ha dato una chiave di lettura rispondendo ad una delle testimonianze rivoltegli nella chiesa dell’Assunta.

«Mai litigare!», ha detto il Papa ad un seminarista che gli aveva posto il problema dell’ecumenismo. «Lasciamo che i teologi studino le cose astratte della teologia. Ma che cosa devo fare io con un amico, un vicino, una persona ortodossa? Essere aperto, essere amico. “Ma devo fare forza per convertirlo?”. C’è un grosso peccato contro l’ecumenismo: il proselitismo. Mai si deve fare proselitismo con gli ortodossi! Sono fratelli e sorelle nostri, discepoli di Gesù Cristo. Per situazioni storiche tanto complesse siamo diventati così. Sia loro sia noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, crediamo nella Santa Madre di Dio.

“E cosa devo fare?”. Non condannare, no, non posso. Amicizia, camminare insieme, pregare gli uni per gli altri. Pregare e fare opere di carità insieme, quando si può. E’ questo l’ecumenismo. Ma mai condannare un fratello o una sorella, mai non salutarla perché è ortodossa».

«Inshallah»

Infine un curioso particolare emerso ieri, ma che si riferisce a venerdì sera, quando il Papa ha incontrato la comunità assiro-caldea residente in Georgia  nella chiesa di San Simone Bar Sabbae. Secondo fonti ufficiali del Patriarcato caldeo comunicate all’Agenzia Fides, il Primate della Chiesa Caldea, Louis Raphael I Sako, conosciuto come il patriarca dei cristiani perseguitati in Iraq, si è sentito rispondere dal Papa “Inshallah”, espressione araba per dire “se Dio vuole”, dopo aver chiesto al Vescovo di Roma di poter presto visitare la martoriata terra irachena.

Spoiler title
Luca Basilio Bucca (La Nuova Bussola Quotidiana del 10-10-2016)

Come si è già osservato su queste pagine, il sistema istituzionale di uno Stato non si determina esclusivamente attraverso il disposto costituzionale, bensì pure – fra l’altro – con la legge elettorale. Per questo motivo è importante, analizzando la riforma costituzionale, guardare anche alle norme che regolano le elezioni.

Al momento non è ben chiara la sorte dell’Italicum. Il presidente del Consiglio non ne ha escluso modifiche, ma non assume alcuna iniziativa in proposito, rimettendo a quella di altri; mentre, come è noto, la Corte Costituzionale si pronuncerà dopo il referendum. Allo stato, la legge elettorale in vigore per per le prossime elezioni nazionali è la n. 52/2015 (c.d. “Italicum”), recante “Disposizioni in materia di elezione della Camera”: è stata approvata dal Parlamento al posto della legge n. 270/2005 (c.d. “Porcellum”), dichiarata incostituzionale, che disciplinava l’elezione sia della Camera che del Senato.

Per l’elezione dei membri del Senato oggi non esiste alcuna legge: è vero che essa sarebbe inutile nella vigenza della riforma costituzionale, visto che il Senato vien composto su indicazione delle Regioni. Tale scelta svela però non solo la presunzione di vittoria da parte dei sostenitori del Sì, ma anche la possibilità che questo vuoto legislativo possa essere usato come elemento di propaganda durante la campagna referendaria.

Il meccanismo elettorale dell’Italicum prevede un sistema proporzionale a doppio turno con ballottaggio, premio di maggioranza e soglia di sbarramento al 3%. Il territorio sarà suddiviso in cento collegi nei quali verrà designato un capolista, indicato anche sulla scheda elettorale, che potrà proporsi nel numero massimo di dieci collegi: se eletto in più collegi, potrà optare per uno di questi permettendo lo scorrimento della lista negli altri in favore del primo dei non eletti. L’elettore avrà inoltre la possibilità di esprimere un’ulteriore preferenza, o due se di genere diverso (un uomo e una donna). La lista – non la coalizione – che supererà il 40% al primo turno (caso non molto probabile), o arriverà prima con qualsiasi percentuale al ballottaggio tra le due liste più votate al primo turno, riceverà un premio di maggioranza equivalente al 55% dei seggi, escludendo i dodici seggi della circoscrizione estero, che non rientrano nel premio di maggioranza e verranno assegnati autonomamente.

Leggendo i dati delle elezioni precedenti in proiezione, per quanto operazioni del genere non siano mai precise e totalmente prevedibili, si può affermare che questo sistema elettorale porterebbe a premiare la lista più votata con una percentuale di seggi che potrebbe anche raggiungere o superare il doppio della percentuale, o addirittura il triplo, di voti effettivamente ricevuti, mentre tutte le altre liste si vedrebbero distribuire un numero di seggi percentualmente assai inferiore all’effettivo numero di voti ricevuti, dovendosi ripartire il restante 45% tra tutti i partiti che hanno superato il 3%.

Dal combinato dell’attuale legge elettorale e della riforma costituzionale emerge uno scenario nel quale il capo di un partito che realisticamente, anche in considerazione di una fisiologica astensione, potrebbe rappresentare meno del 20% dell’elettorato, si ritroverebbe in un quadro istituzionale fortemente centralista a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Con un’opposizione frammentata e una società civile indebolita dal processo – non solo insito nella riforma – di disarticolazione dei corpi intermedi; con una maggioranza parlamentare “monoblocco” in grado di determinare l’elezione del Presidente della Repubblica e di controllare direttamente o indirettamente gran parte delle nomine relative alle posizioni apicali dello Stato, come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Forze Armate, CdA della Rai, ecc.. In questo modo si altererà sensibilmente quel bilanciamento dei poteri che i costituenti nel dopoguerra hanno voluto porre per scongiurare la possibilità di derive autoritarie come quella fascista, da poco superata.

Proprio il fascismo esordì con la Legge n. 2444 del 18 novembre 1923 (cosidetta “Legge Acerbo”, dal cognome del promotore), che regolò le elezioni politiche del 1924: si trattava di un sistema proporzionale con premio di maggioranza pari a due terzi dei seggi per la lista che avesse eventualmente superato la soglia del 25% dei voti. A quelle elezioni la Lista Nazionale di Mussolini superò in ogni caso addirittura il 60% delle preferenze, seppure in un clima di brogli. Senza proporre alcun improprio paragone – sono certamente diversi i tempi e le persone -, il rischio prossimo, se vincesse il sì al referendum, è quello di un partito privo di un consenso popolare effettivamente legittimante che potrebbe fare approvare leggi anche impopolari o, peggio, inique con una facilità estrema, fuori da una piena dialettica democratica tra forze plurali adeguatamente rappresentative.

Se lo Stato educa all'affettività
Robi Ronza (La Nuova Bussola Quotidiana del 3-10-2016)

No all’affettività di Stato. Se l’istituzione scolastica ritiene di aver qualcosa di suo da offrire in materia proponga piuttosto dei momenti di formazione e di confronto ai genitori, i quali vedranno poi se avvalersene o meno. Questa a nostro avviso dovrebbe essere la risposta dei genitori e dei loro organismi di rappresentanza a proposte del genere: che cioè siano rivolte ai genitori stessi e non agli allievi. Se così fosse questi momenti potrebbero anche diventare dei positivi momenti di confronto dei genitori tra loro e con gli esperti per professione.

All’ombra di documenti di vario genere (linee-guida, circolari, piani dell’offerta formativa, proposte di “laboratori” e così via), con l’inizio dell’anno scolastico tornano infatti alla ribalta in molte scuole statali del Paese proposte di momenti per lo più extra-curriculari in tema di “educazione all’affettività”: offerte didattiche che non sono affatto “obiettive”, né lo potrebbero essere, ma risultano di regola ispirate a culture di orientamento relativista se non nichilista; culture che trovano oggi largo sostegno nei media, ma nelle quali un gran parte delle famiglie degli allievi non si riconosce affatto. De jure la scuola statale sarebbe tenuta a fornire ai suoi allievi istruzione nel quadro dei programmi ministeriali. De facto ormai da quasi vent’anni, dai tempi del primo governo Prodi, è in atto un… assalto alla diligenza da parte di forti ed esperte lobbies impegnate a introdurre per vie traverse nuovi temi e materie nella scuola statale aggirando i programmi ministeriali e quindi eludendo i meccanismi di pubblico dibattito e di aperta consultazione che essi implicano. È un processo che nel caso specifico è tra l’altro ampiamente descritto da Roberto Marchesini nel suo Uomo, donna, famiglia e “gender”, I libri della Bussola n.4 (clicca qui).

Di fronte alla forte pressione, accompagnata da forzature spregiudicate di leggi e di circolari, che in molte scuole statali caratterizza tale processo, troppo spesso anche molti genitori contrari a che i loro figli ricevano dalla scuola questo genere di “educazione” si rassegnano ad accettarla in cambio dell’eventuale possibilità di influire sulla scelta dei docenti e sul metodo e i contenuti del loro insegnamento. Ad esempio ci si piega a una forzatura dell’art.1 comma 16 della legge della “Buona Scuola”, in forza della quale si pretende che da esso derivi una legittimazione dell’insegnamento del “gender”, quando invece ciò è stato esplicitamente escluso da una circolare ministeriale del 15/09/2015.

Si tratta a nostro avviso di un’abdicazione del tutto ingiustificata. In tema di affettività e di educazione sessuale i genitori hanno il dovere e quindi il pieno diritto di non cedere la loro responsabilità educativa alla scuola. E questo non soltanto perché l’«educazione all’affettività» è quasi sempre la foglia di fico verbale dietro la quale si nascondono iniziative legate alla cultura “gender”. Fossero anche proposte in sintonia con la realtà delle cose e con il buon senso, accompagnate da corrispondenti maggioranze negli organi di rappresentanza dei genitori, vanno respinte ugualmente.

È il tema in sé che non può trovare spazio nella scuola. Per natura sua l’argomento non si presta alla lezione in aula. Sono i genitori che vi devono provvedere “su misura” per ciascun loro figlio o figlia quando e come opportuno. È vero che dei genitori possono non essere preparati a farlo, ma la soluzione giusta del problema non è quella di fare leva sulla loro eventuale impreparazione per espropriarli di un compito educativo che per le sue specifiche dimensioni valoriali ed emotive è innanzitutto e sostanzialmente loro.

In pieno contrasto con il principio della libertà d’educazione il nostro è uno degli ultimi Paesi europei in cui ancora persiste il monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita. In questo quadro va tanto più fermamente difeso il limite che alla scuola statale venne fissato sin da quando nel 1861 nacque il nuovo Stato italiano. Malgrado avesse la Francia come suo grande modello, il nuovo Stato si dotò di un Ministero della Pubblica Istruzione, e non di un Ministero dell’Educazione nazionale. Fissato il monopolio statale, almeno non si pretese che lo Stato educasse. Ci si accontentò che si limitasse ad istruire.

Fu poi significativamente il fascismo nel 1929 a cambiare nome e funzione al vecchio ministero dando vita appunto a un Ministero dell’Educazione Nazionale. Nel maggio 1944 il II governo Bonomi tornò al vecchio nome, durato sino al dicembre 1974; e poi scomparso e ricomparso fino a quando nel 2008 confluì nell’attuale nome di Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, MIUR. Soltanto dunque in epoca fascista e per meno di quindici dei suoi oltre 150 anni di storia il Ministero e quindi la scuola di Stato cui presiede hanno preteso di educare.

Questa salutare limitazione, che salvo la parentesi del fascismo è stata sempre confermata, va difesa senza esitazioni dall’“assalto alla diligenza” che, dicevamo, la scuola di Stato sta attualmente subendo. Nei modi più diversi, a colpi di iniziative e di corsi extra-curriculari ma non solo, vi si introducono nuovi temi e nuove materie prescindendo dai programmi ministeriali; e quindi eludendo il pubblico dibattito e gli obblighi di consultazione che i programmi ministeriali implicano. A questo processo si deve a nostro avviso rispondere con un’opposizione di principio, punto e basta.

Sarebbe ben grave che accadesse adesso quanto non accadde in epoche in cui gli spazi formali di libertà erano ben più ristretti di quelli di oggi. E ad opera nemmeno dello Stato ma di spregiudicate lobbies decise ad approfittare della confusione del momento per imporre a tutti il loro relativismo come cultura unica della scuola italiana.

Con l’intervento dell’avv. Luca Basilio Bucca prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan. Gli interventi sono pubblicati ogni lunedì e giovedì.
Come si è già osservato su queste pagine, il sistema istituzionale di uno Stato non si determina esclusivamente attraverso il disposto costituzionale, bensì pure – fra l’altro – con la legge elettorale. Per questo motivo è importante, analizzando la riforma costituzionale, guardare anche alle norme che regolano le elezioni.

Al momento non è ben chiara la sorte dell’Italicum. Il presidente del Consiglio non ne ha escluso modifiche, ma non assume alcuna iniziativa in proposito, rimettendo a quella di altri; mentre, come è noto, la Corte Costituzionale si pronuncerà dopo il referendum. Allo stato, la legge elettorale in vigore per per le prossime elezioni nazionali è la n. 52/2015 (c.d. “Italicum”), recante “Disposizioni in materia di elezione della Camera”: è stata approvata dal Parlamento al posto della legge n. 270/2005 (c.d. “Porcellum”), dichiarata incostituzionale, che disciplinava l’elezione sia della Camera che del Senato.

Per l’elezione dei membri del Senato oggi non esiste alcuna legge: è vero che essa sarebbe inutile nella vigenza della riforma costituzionale, visto che il Senato vien composto su indicazione delle Regioni. Tale scelta svela però non solo la presunzione di vittoria da parte dei sostenitori del Sì, ma anche la possibilità che questo vuoto legislativo possa essere usato come elemento di propaganda durante la campagna referendaria.

Il meccanismo elettorale dell’Italicum prevede un sistema proporzionale a doppio turno con ballottaggio, premio di maggioranza e soglia di sbarramento al 3%. Il territorio sarà suddiviso in cento collegi nei quali verrà designato un capolista, indicato anche sulla scheda elettorale, che potrà proporsi nel numero massimo di dieci collegi: se eletto in più collegi, potrà optare per uno di questi permettendo lo scorrimento della lista negli altri in favore del primo dei non eletti. L’elettore avrà inoltre la possibilità di esprimere un’ulteriore preferenza, o due se di genere diverso (un uomo e una donna). La lista – non la coalizione – che supererà il 40% al primo turno (caso non molto probabile), o arriverà prima con qualsiasi percentuale al ballottaggio tra le due liste più votate al primo turno, riceverà un premio di maggioranza equivalente al 55% dei seggi, escludendo i dodici seggi della circoscrizione estero, che non rientrano nel premio di maggioranza e verranno assegnati autonomamente.

Leggendo i dati delle elezioni precedenti in proiezione, per quanto operazioni del genere non siano mai precise e totalmente prevedibili, si può affermare che questo sistema elettorale porterebbe a premiare la lista più votata con una percentuale di seggi che potrebbe anche raggiungere o superare il doppio della percentuale, o addirittura il triplo, di voti effettivamente ricevuti, mentre tutte le altre liste si vedrebbero distribuire un numero di seggi percentualmente assai inferiore all’effettivo numero di voti ricevuti, dovendosi ripartire il restante 45% tra tutti i partiti che hanno superato il 3%.

Dal combinato dell’attuale legge elettorale e della riforma costituzionale emerge uno scenario nel quale il capo di un partito che realisticamente, anche in considerazione di una fisiologica astensione, potrebbe rappresentare meno del 20% dell’elettorato, si ritroverebbe in un quadro istituzionale fortemente centralista a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Con un’opposizione frammentata e una società civile indebolita dal processo – non solo insito nella riforma – di disarticolazione dei corpi intermedi; con una maggioranza parlamentare “monoblocco” in grado di determinare l’elezione del Presidente della Repubblica e di controllare direttamente o indirettamente gran parte delle nomine relative alle posizioni apicali dello Stato, come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Forze Armate, CdA della Rai, ecc… In questo modo si altererà sensibilmente quel bilanciamento dei poteri che i costituenti nel dopoguerra hanno voluto porre per scongiurare la possibilità di derive autoritarie come quella fascista, da poco superata.

Proprio il fascismo esordì con la Legge n. 2444 del 18 novembre 1923 (cosidetta “Legge Acerbo”, dal cognome del promotore), che regolò le elezioni politiche del 1924: si trattava di un sistema proporzionale con premio di maggioranza pari a due terzi dei seggi per la lista che avesse eventualmente superato la soglia del 25% dei voti. A quelle elezioni la Lista Nazionale di Mussolini superò in ogni caso addirittura il 60% delle preferenze, seppure in un clima di brogli. Senza proporre alcun improprio paragone – sono certamente diversi i tempi e le persone -, il rischio prossimo, se vincesse il sì al referendum, è quello di un partito privo di un consenso popolare effettivamente legittimante che potrebbe fare approvare leggi anche impopolari o, peggio, inique con una facilità estrema, fuori da una piena dialettica democratica tra forze plurali adeguatamente rappresentative.

Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi
Andrea Zambrano (La Nuova Bussola Quotidiana del10-10-2016)

Grazie all’Unione Europea avremo molto presto i manager della causa gay. Sarà un lavoro altamente qualificato e a giudicare dall’impegno che la comunità europea sta mettendo nel progetto Get Equal Empowerment for LGBT Activism siamo sicuri che il governo ne approfitterà per creare nuovi sbocchi lavorativi per Arcigay, magari per aumentare i dati del job act.

In sostanza il programma, che letteralmente significa “ottenere una responsabilizzazione per le attività Lgbt” sarà finanziato con i fondi che l’Unione Europea per il programma Erasmus+.

Sì, proprio il programma che affascina migliaia di giovani sparsi per l’Europa alla ricerca di esperienze di vita lontano da mamma e papà e contatto con il mondo.

Questa possibilità è data solo ai militanti dell’Arcigay, unico prerequisito oltre ad una conoscenza basilare della lingua inglese. Così al bando promosso da Erasmus hanno risposto gli affiliati dell’ormai potente associazione e da questo mese di ottobre ben 33 attivisti se ne andranno in giro per l’Europa a imparare buone pratiche per l’indottrinamento della causa gay.

Il tutto al costo di 51mila euro che l’Ue sborserà all’Arcigay per pagare le trasferte.

Di che cosa si tratta? I corsi, che si svolgeranno tra ottobre e aprile 2017 a Linz, Copenaghen, Gouda nei Paesi Bassi e Portogallo sono finalizzati – leggiamo – «a condividere nuovi linguaggi, pratiche e conoscenze con organizzazioni Lgbt di altri paesi europei». In sostanza: se le associazioni della causa gay vogliono mettere in rete le loro esperienze e le loro battaglie, liberissimi di farlo, ma il fatto che lo facciano a spese dei fondi della comunità la dice lunga su come l’ideologia omosessualità abbiamo ormai occupato gli scranni più alti di Bruxelles.

Il fatto che per farlo si utilizzino i fondi dell’Erasmus fa comprendere che la posta in gioco sono i giovani. E anche questo è un problema se si pensa che così facendo l’Erasmus diventa di fatto un protettorato della causa gay. Anche se si scopre che il settore di Erasmus che se ne occupa sarà quello chiamato “Educazione degli adulti dell’Unione europea”. Che non si capisce se si tratta di adulti da educare, cosa che sarebbe curiosa o ragazzi che devono diventare adulti grazie alle best practices del mondo lesbo gay.

Dagli uffici dell’associazione italiana non si nasconde la soddisfazione: «Arcigay si conferma così un’associazione in grado non solo di accedere a linee di finanziamento europeo, ma anche di fornire opportunità di formazione e di crescita continua per i propri volontari/e, permettendo loro di acquisire nuove competenze tecniche manageriali, comunicative e relazionali. Tutto ciò arricchito dalla dimensione europea, nella quale scambiare buone pratiche e ragionare su opportunità di sviluppo, in particolare rafforzando i legami con partner europei per future opportunità di attività internazionali di formazione».

Insomma: le condizioni per trasformare l’Arcigay come un direttorio con potere esecutivo su tutte le cause sensibili che vive la politica ci sono tutte. Riconoscimenti come questi si possono spendere molto bene presso i governi, le Regioni, i comuni e scendendo per li rami nelle scuole dove la presenza di volontari Arcigay attrezzati e formati sarà ancora più preponderante.

Grazie all’Ue avremo manager della causa gay in giro per lo stivale e un’Arcigay forte come una corazzata e protetta dalle istituzioni di fronte alla quale i nostri europarlamentari ormai non hanno più nessun potere decisionale.

Curiosi poi gli obiettivi del progetto. Eccone alcuni: «Affermarsi come un’Associazione che fornisce opportunità di formazione e di crescita continua per i propri volontari formatori». Certo, usando soldi dei contribuenti, però;

«Fornire nuove competenze tecniche manageriali, comunicative e relazionali per il pool di formatori volontari». E se si parla di competenze manageriali siamo certi che dal volontariato passeremo molto presto alla professione.

Infine: «Sviluppare una comunità europea di formazione per i volontari di associazioni LGBT, nella quale scambiare buone pratiche e ragionare su opportunità di sviluppo». E qui siamo al riconoscimento della lobby gay non solo come gruppo di pressione, ma come agenzia di emanazione diretta delle istituzioni europee. In fondo le lobby fanno questo: orientano le politiche. Il problema è capirlo prima che i buoi, cioè i soldi dei contribuenti. escano fuori.

Non risulta che esistano progetti simili per l’introduzione alle buone pratiche nelle famiglie naturali, magari numerose. E anche questo vorrà pur dire qualcosa.

Una petizione e un film per fermare l'utero in affitto
Luigi Renzelli (La Nuova Bussola Quotidiana del 5-10-2016)

Una petizione per impegnare il governo ad agire a livello nazionale e internazionale per fermare la pratica dell’utero in affitto, e la diffusione di un film-documento sulla terribile realtà della maternità surrogata, sono le due novità presentate ieri al Senato dall’associazione Provita Onlus, rappresentata dal suo presidente Toni Brandi. Con lui, a testimoniare un impegno trasversale in Parlamento le senatrici di tre diversi partiti: Maria Rizzotti (FI), Laura Bianconi (NCD), Donatella Mattesini (PD).

Brandi ha presentato la raccolta firme come uno strumento teso a fare pressione sulle istituzioni italiane ed europee affinché applichino la legislazione vigente che vieta ogni forma di maternità surrogata e la compravendita di gameti. In Italia, ha denunciato Brandi, “non vengono rispettati questi divieti, come mostrano le denunce ai tribunali e le sempre più numerose agenzie straniere per le quali il nostro Paese rappresenta un mercato in crescita”. Un mercato, ha proseguito, che “rappresenta un giro di affari di decine di miliardi di euro e che riduce il bambino a una merce da acquistare, e che non manca di provocare danni alla salute delle donne, troppo spesso male informate, se non ingannate, sui veri effetti delle pratiche della surrogazione”.

Ed è proprio “di fronte all’immobilità delle istituzioni”, che nasce l’idea di lanciare la petizione “Avanti per la famiglia” – sottoscrivibile sul sito dell’associazione www.notizieprovita.it  – che ha lo scopo di impegnare il Governo a perseguire tutti coloro che promuovono la maternità surrogata in Italia e chiede anche all’esecutivo di lavorare per una messa al bando dell’utero in affitto a livello internazionale”.

Di pari passo ci sarà anche un lavoro di sensibilizzazione della società civile, affinché siano le stesse donne a tenere alta la guardia verso questo inumano modo di distruggere la catena della filiazione e dell’identità della persona. A tal fine Pro-vita ha acquistato i diritto per l’Italia del documentario statunitense “Breeders: donne di seconda categoria?”, che sarà diffuso in diversi circuiti e sarà disponibile da oggi sul sito notizieprovita.it. La pellicola raccoglie le testimonianze reali di persone coinvolte in questo mercato, di ciò che hanno subito, delle conseguenze psicofisiche che si sono verificate.

Unendosi al consenso per l’iniziativa, altri parlamentari da sempre impegnati nella lotta alla pratica dell’utero in affitto, hanno voluto aggiungere alcune precisazioni riguardo alle modalità con cui poter raggiungere risultati concreti. Afferma infatti l’on. Eugenia Roccella (Idea) che sebbene siano buone tutte quelle «iniziative che riportano al centro del dibattito la questione dell’utero in affitto e del mercato del corpo di donne e bambini,  è impossibile però, con una semplice mozione, cancellare questa vergogna». Alla Camera infatti – ricorda la Roccella – «durante la discussione in commissione, la maggioranza ha bocciato gli emendamenti contro l’utero in affitto, e il testo della legge sulle unioni civili comprende il famigerato comma 20 che è un invito ai tribunali a legittimare la pratica della maternità surrogata». Per la Roccella dunque «l’unico modo per bloccare il commercio di madri e figli è votare una legge apposita o indire il referendum per abrogare una parte della legge sulle unioni civili, tra cui, ovviamente, il famoso comma 20».

In Francia il Papa ha toccato un nervo scoperto
Leone Grotti (La Nuova Bussola Quotidiana del 6-10-2016)

Il ministro dell’Educazione francese, Najat Vallaud-Belkacem, ha accusato il Papa di farsi plagiare «da integralisti e dalla loro follia menzognera». Di ritorno dal viaggio in Georgia e Azerbaigian, Francesco ha criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole francesi. Questo ha fatto molto «arrabbiare» il ministro transalpino, che ha reagito così: «Il Papa sembra essere convinto che gli insegnanti francesi passino il loro tempo a insegnare ai bambini che nella vita si può cambiare sesso. Nei programmi scolastici, che sono di mia responsabilità, c’è forse scritto che nella vita l’uguaglianza tra donne e uomini significa che si può cambiare sesso? Evidentemente no». In realtà, l’evidenza porterebbe a dire un’altra cosa.

Il governo socialista di François Hollande ha sempre avuto il pallino per la teoria gender. Nel 2013 l’allora ministro dell’Educazione nazionale Vincent Peillon, lo stesso che diceva che «non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica», ha introdotto in 275 scuole e circa 600 classi una sperimentazione intitolata: ABCD dell’uguaglianza. L’obiettivo del programma era «decostruire gli stereotipi di genere», «educare alla cultura dell’uguaglianza fra i sessi» fin dall’età di sei anni per «eliminare pregiudizi e stereotipi che possono essere alla base di discriminazioni», con particolare attenzione «alle violenze commesse a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere». Per insegnare ai piccoli a riflettere sulla loro identità di genere, sono stati proposti libri come “Ho due papà che si amano”, “Papà porta la gonna”, “Signora Zazie (ha il pistolino?) e “La nuova gonna di Bill”. Con bambini dai sei anni in su, si parlava di temi delicati come la possibilità di cambiare sesso, la pratica della masturbazione e l’esistenza di molteplici tipi di famiglia.

Il programma doveva essere esteso a tutte le classi dopo la sperimentazione, ma siccome si è rivelato un fallimento, anche grazie alla veemente protesta dei genitori, nel 2014 è stato sostituito da un «programma molto ambizioso», secondo le parole del successore di Peillon, Benoit Hamon. Il nuovo programma prevede infatti ha esteso l’indottrinamento a «tutte le scuole, tutti gli insegnanti e tutti gli allievi». I 25 mila francesi che ogni anno diventano insegnanti devono partecipare a un corso di formazione «sull’uguaglianza tra maschi e femmine» organizzato dal ministero. Tutti i presidi e i responsabili già inseriti nella scuola, inoltre, si devono aggiornare. Tutti gli insegnanti già abilitati, invece, possono formarsi su un sito internet appositamente predisposto dal governo. L’insegnamento dell’uguaglianza è ormai rivolto agli alunni dai 6 ai 16 anni non più attraverso un corso o singola materia, ma attraverso tutte le materie. Ciascun insegnante, infatti, ha in questo senso obiettivi formativi precisi dettati dal ministero.

Un’insegnante di musica delle medie che ha partecipato ai corsi di aggiornamento ha elencato i temi che sono stati affrontati: «Il primo giorno è stato consacrato alla riflessione sul tema “l’uguaglianza tra bambini e bambine è…”, seguito da 21 affermazioni, tra le quali: “Decostruire i pregiudizi e gli stereotipi”, “includere il genere in modo trasversale nei programmi scolastici”, “inculcare la teoria del gender”, “mostrarsi femministi”». Tra gli obiettivi c’era anche «spiegare che bambini e bambine sono complementari», con questa precisazione: «Fare attenzione alla nozione di “complementarietà” perché può riferirsi a certe “ideologie religiose”».

Ma come si possono insegnare contenuti di questo tipo nelle normali ore di lezione? È più semplice di quanto si pensi. Un genitore francese ha pubblicato su internet un compito per casa, preso dal libro di matematica di suo figlio “Maths repères”, per il liceo scientifico. Nell’esercizio si chiede di calcolare quante probabilità hanno gli abitanti di un immaginario pianeta “Herma” di cambiare genere da maschio a femmina e viceversa. “Gli abitanti del pianeta Herma possono scegliere ogni giorno il loro genere: maschio (M) o femmina (F)”, si legge. “Si osservi come ogni giorno un terzo degli hermiti che aveva il genere maschile scelga il genere femminile il giorno successivo e come un quarto di quelli che avevano il genere femminile scelga il genere maschile il giorno dopo. Si consideri la variabile aleatoria Xn che dà il genere di un abitante di Herma nel giorno n”. Domande: “1) Rappresentare la situazione con un grafico e scrivere la matrice di transizione T associata. 2) Con l’aiuto di una calcolatrice, calcolare T alla decima. Qual è la probabilità che un abitante di Herma, il cui genere fosse inizialmente femminile, resti femmina dopo 10 giorni?”.

Se la matematica non è un’opinione, nelle scuole francesi la teoria gender si insegna in continuazione e la propaganda del cambio di sesso, di cui ha parlato anche il Papa, esiste eccome. Con buone pace del ministro Najat Vallaud-Belkacem e delle sue risposte piccate.

Maternità surrogata: Consiglio d’Europa dice no alla legalizzazione
Bocciati anche agli emendamenti che ne chiedevano il divieto totale
Redazione (Famiglia & Vita del 11-10-2016)

Ancora uno stop al Consiglio d’Europa per la maternità surrogata: il testo della Raccomandazione proposto dalla deputata Petra De Sutter è stato bocciato dall’Assemblea con il voto finale slittato verso le 18.40. I contrari sono stati più numerosi dei favorevoli, ma in realtà la Raccomandazione avrebbe dovuto ottenere la maggioranza dei due terzi per passare.

In precedenza erano stati bocciati a strettissima maggioranza due emendamenti proposti dalla parte che voleva il divieto totale della maternità surrogata (tra gli altri vari deputati italiani: Cimbro, Centemero, Santerini, Divina, Giro) e che erano stati approvati in precedenza dalla Commissione Affari Sociali. Bocciati questi emendamenti, si è andati al voto finale sul testo come era presentato, con il risultato della bocciatura.

Ancora una volta, quindi, l’Assemblea Parlamentare non ha prodotto alcun testo sulla maternità surrogata.

“Probabilmente da parte di chi era favorevole alla legalizzazione della maternità surrogata “altruista” si sottolineerà che l’Assemblea non ha avuto la forza di approvare un divieto totale”, è stato il commento di monsignor Paolo Rudelli, Osservatore Permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa.

“In realtà – ha aggiunto il presule – mi pare si debba porre l’accento sul dato di fatto: l’Assemblea ha respinto una Raccomandazione che, come è apparso chiaro anche dal dibattito, spingeva per la legalizzazione”.

Rizzo, il comunista che reputa le unioni civili “un'arma di distrazione di massa”
Il segretario del Partito Comunista ritiene queste leggi un mezzo per distogliere l’attenzione dal massacro sociale ai danni dei lavoratori. E sull’utero in affitto: “Una mercificazione con l’eugenetica di sfondo”.
Federico Cenci (Famiglia & Vita del 02-2016)

Quello contro le unioni civili è un fronte trasversale. Fuorviante ricorrere alla vetusta dicotomia sinistra/destra per individuare i favorevoli e i contrari all’introduzione di questo nuovo istituto simil-matrimonio.

A testimoniarlo è Marco Rizzo, torinese doc, che si definisce orgogliosamente comunista. Ha alle spalle una lunga carriera politica a forti tinte rosse, che lo ha visto peregrinare dal Pci ai Comunisti Italiani, passando per Rifondazione Comunista. Oggi è il segretario del Partito Comunista (fondato da lui stesso nel 2014) e candidato sindaco a Torino.

Il suo disappunto nei confronti delle unioni civili è quello di chi è allievo del filoso Herbert Marcuse e della sua teoria dei “falsi bisogni”. Ritiene che il ddl Cirinnà sia un’esigenza artificiale, creata appositamente per distogliere le attenzioni del popolo dai problemi reali che lo affliggono (i salari, il lavoro, le pensioni). Pertanto, come spiega nell’intervista che segue, non esita a definire questo testo “un arma di distrazione di massa”.

Segretario, qual è il suo parere sul ddl Cirinnà?

Questa legge è un po’ il paradigma della sinistra europea, nella quale io non mi riconosco affatto. L’esempio concreto è la Grecia di Tsipras, dove vengono tagliate le pensioni, viene ridimensionata l’assistenza sanitaria, aumentano i meccanismi di sfruttamento, si cancella lo stato sociale. Vengono accolte dunque tutte le richieste delle strutture di comando vere – Fmi, Bce e Ue – ma al contempo vengono approvate le unioni civili. Insomma, si fa grande propaganda intorno a queste concessioni superflue mentre si perpetra un vero e proprio massacro sociale. La sinistra è oggi una costola del capitalismo, che crea false esigenze e contrapposizioni ingannevoli: il problema non è tra omosessuale ed eterosessuale, bensì tra gay povero e gay ricco. Quest’ultimo rimane un privilegiato alle spalle del primo.

Ha parlato della Grecia. Ha il sentore che anche in Italia, mentre si tenta di approvare le unioni civili, stanno per essere adottate misure ai danni dei lavoratori?

È più di un sentore personale. Nelle scorse ore si è parlato di un disegno di legge delega del Governo che andrebbe ad incidere sul diritto alla pensione di reversibilità. Mia madre, che ha 88 anni e vive con la sua pensione sociale e con la reversibilità di mio padre che era operaio, arriva a stento a ricevere 800 euro al mese. Di fronte a realtà del genere, come posso reagire al fatto che Nichi Vendola se ne va Oltreoceano a comprarsi un figlio? Lui che è ricco potrà continuare a concedersi simili lussi, mentre le donne proletarie d’Italia dovranno rinunciare anche al diritto alla reversibilità.

Il ministro dell’Economia Padoan ha tuttavia garantito nelle scorse ore che non sono previsti interventi sulla reversibilità…

Mai fidarsi di queste smentite. Se andiamo a ritroso nel tempo, negli anni ’90 si diceva che mai sarebbe stato introdotto il sistema contributivo e che sarebbero stati fatti solo degli aggiustamenti. Ebbene, oggi siamo al sistema contributivo delle pensioni. Queste dichiarazioni sono dei grimaldelli: se ne inizia a parlare, così le persone si abituano a convivere con l’idea, e poi certe misure vengono attuate concretamente provocando un massacro sociale.

Prima ha fatto riferimento all’utero in affitto. Ultimamente è stata firmata una Carta per l’abolizione universale di questa pratica. Hanno aderito anche gruppi della galassia femminista e comunista, qual è il suo parere?

Si tratta di una mercificazione. Già l’idea di “comprarsi” un bimbo, per giunta sottraendolo alla donna che lo porta in grembo per nove mesi, mi sembra una follia. Ma la questione è ancora più grave se si pensa che alcune coppie persino scelgono le caratteristiche fisiche del bambino: il colore degli occhi, dei capelli, l’altezza… Così si arriva all’eugenetica, alle teorie del dottor Mengele. Trovo tutto ciò abominevole prima ancora che una forma di sfruttamento del ricco sul povero.

Ne ha fatto accenno prima. Non è ancora confermata, ma circola voce che anche il suo ex compagno di partito Nichi Vendola starebbe aspettando un bambino da una madre surrogata in Canada o forse in California…

Il problema è che un tempo in tanti si dichiaravano comunisti, ma evidentemente non lo erano. Quando il comunismo era di moda, offriva seggi parlamentari e vetrine mediatiche, parecchi brandivano bandiere rosse e alzavano i pugni chiusi. Oggi che il comunismo non tira più dal punto di vista elettorale, sono rimasto io da solo…

Ha sorpreso l’opposizione del M5S al cosiddetto “super-canguro” e il conseguente rinvio della discussione sul ddl Cirinnà. Secondo lei come andrà a finire?

Al di là di queste beghe sui voti, il M5S è solo un attore del teatro della politica. Con la forza parlamentare che possiede, se davvero fosse una voce contro il sistema, gli obiettivi dovrebbero essere ben altri che non lo stare a disquisire sulle unioni civili. Un tempo i poteri forti costruivano il consenso erogando risorse al popolo (penso ad esempio al “piano Marshall” degli americani all’inizio della guerra fredda). Oggi, dato che le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochi, i poteri forti non hanno più risorse da erogare, pertanto si generano proteste. Ecco allora che i poteri forti hanno pensato di indirizzare queste proteste verso contenitori politici che urlano tanto ma che non vogliono cambiare il sistema. Penso a Podemos in Spagna, a Syriza in Grecia e, appunto, al M5S in Italia: sbraitano per le unioni civili e assistono passivi al dominio del capitale.