Incontri di conversazione con apericena

Rosetum

La Libertà in gabbia

Come annunciato, mercoledì 7 novembre scorso abbiamo tenuto al Rosetum di Milano il primo “incontro mensile di conversazione”; erano presenti una quarantina di vecchi e nuovi amici e la serata animata dallo spirito “il nonno deve stare sul pezzo” che vivacemente aleggiava, è stato un indubbio successo.

Il tema sul quale ci siamo focalizzati è stato quello dell’attenzione che dobbiamo avere sulla corrosione progressiva dei cardini fondamentali delle libertà individuali (pensiero, opinione ed espressione) indotta dal “pensiero dominante” e dal conseguente “politicamente corretto”, che strozza la persona e ne restringe l’area di relazioni, col fine ultimo di trasformarla in individuo: da soggetto a oggetto.

Numerosi sono stati gli interventi dei presenti (ai quali ricordiamo di farcene avere una breve sintesi), che verranno a breve pubblicati sul nostro sito, per poi essere utilizzati per tradurli in azioni e iniziative tese a sensibilizzare figli e soprattutto nipoti sui pericoli che questo stato di cose comporta; ovviamente ne sarete tenuti al corrente.

Il prossimo “incontro di conversazione” si terrà mercoledì 5 dicembre. Vi daremo tempestivamente maggiori dettagli sul tema sul quale intendiamo lavorare. Intanto prendete buona nota della data e invitate vostri amici a partecipare; è il modo migliore per far conoscere la nostra Associazione e reclutare nuovi associati.

Maurizio Redaelli
 

  • Il problema di una reale libertà di espressione nell’attuale società di massa è centrale: oggi sta prendendo piede una sorta di “pensiero unico”, che toglie la reale possibilità di esprimere pubblicamente posizioni non “politicamente corrette”.
  • Alla radice del problema non sta però tanto una sorta di “potere occulto” alla Orwell – anche se è reale una predominanza dei poteri economico-finanziari sulla politica, anche nelle democrazie evolute – ma una ideologia che è “vuota”, apparentemente tollerante e ipocritamente e subdolamente sempre più totalitaria: l’idolo intoccabile, il pregiudizio originario si può riassumere così: ciascuno deve essere libero di dire e fare quello che vuole senza essere giudicato.
  • La conseguenza immediata è un processo alla verità, compresa quella scientifica: ciascuno può credere quello che vuole, ma non ha il diritto di affermarlo pubblicamente come vero. In questo senso aveva e ha pienamente ragione Joseph Ratzinger – Benedetto XVI quando afferma che la “cifra” della nostra società – che è anche la causa della sua debolezza culturale – è il relativismo.
  • La società digitale, con la sua sovrabbondanza di informazioni e la superficialità di rapporto con esse – quella che Alberto Contri chiama genialmente “costante attenzione parziale” – fa crescere esponenzialmente l’inconsistenza del rapporto con la realtà che, almeno come rischio, viviamo tutti.
  • Significativo in questo senso è il fatto che, nei giornali come ovunque, si vedano e si sentano solo frasi coordinate: è quasi scomparso l’uso delle subordinate. Questo non è un tecnicismo, perché noi pensiamo con parole e la scomparsa dei nessi causali si riverbera su un modo di pensare che è sempre più per analogia e non per “ragionamento” in senso stretto, per ripetizione di giudizi slegati che diventano semplici slogan.
  • Mia moglie, che insegna in liceo, mi dice che i ragazzi di oggi sono fragili – molto spesso hanno alle spalle famiglie disastrose, anche nelle scuole cattoliche – e che non sanno ragionare, perché nessuno li ha mai abituati a ragionare, a cominciare dal fatto che non si insegnano più la grammatica e la sintassi.
  • Quello che dobbiamo anzitutto fare, con i nostri figli e nipoti, è “provocarli” a ragionare, ad argomentare i loro giudizi, a “rendere ragione” di quello che credono e di quello che desiderano.
  • Tutte le iniziative pubbliche che possiamo fare, meritorie e spesso doverose, non possono prescindere dalla consapevolezza che “sotto” la superficie del nostro tempo, come fondamento della cultura dominante, c’è questa ideologia: riproporre dei valori, per veri e vitali che siano, senza tener conto di questa “stanchezza della ragione”, che attraversa la nostra società, rischia di renderle vane, rischiamo di non accorgerci di parlare una lingua che non è più comprensibile fuori dall’esperienza di Chiesa… e, purtroppo, spesso anche al suo interno.
Alberto Teatini
 

Cari Nonni 2.0 cerco di riassumere e chiarire brevemente quanto ho detto alla ultima conversazione: sono partito dal fatto che in questo periodo sto leggendo alcuni scritti di don Giussani sul tema della conoscenza.

Da quanto ho letto (vedi per esempio gli atti del convegno di Lugano sul suo percorso teologico e l’apertura ecumenica) don Giussani parte dal presupposto che la conoscenza è “affettiva”: noi conosciamo investendo la nostra energia affettiva nell’impatto con la realtà.

E che relazione ha l’avvenimento Cristiano con la conoscenza?

Credo che l’incontro con Cristo, proprio in quanto afferra la persona determinandone un radicale cambiamento, incida anche sul modo di conoscere, generi cioè un diverso modo di percepire e giudicare ogni fenomeno e ogni esperienza. (è questa l’origine del concetto di cultura che don Giussani ci ha sempre comunicato).

A questo punto mi sono interrogato su come affrontare con questo metodo di conoscenza il tema della affettività e della sessualità (compresi omosessualità e gender), sul quale oggi si è scatenata una propaganda a senso unico a sostegno di una concezione sviante e ideologica del rapporto uomo donna, della fecondità, della generatività, della famiglia… Non mi dilungo : durante l’incontro al Rosetum avevo fatto l’esempio di una fotografia vista per caso, ritraeva un gruppo di giovani di Dublino festanti, dopo la vittoria dell’aborto al referendum: facce piene di soddisfazione per una conquista promettente, simbolo di liberazione da ogni vincolo e responsabilità… Che dire a giovani che non presentano una domanda irrisolta, anzi sono convinti di essere più liberi e felici, anche se in realtà sono inconsapevolmente assoggettati a una mentalità che riduce i loro desideri e la possibilità di realizzare una vera storia, un futuro.

Quindi come fare una proposta controcorrente se non partendo dall’esperienza di conoscenza della “verità” che rende liberi?  

Mi sono trovato a dover affrontare questa questione in occasione di una cena (organizzata per una raccolta fondi a sostegno del centro culturale di Como) che aveva messo a tema proprio l’affettività e l’amore nel rapporto uomo-donna.

Riprendendo sempre don Giussani ho trovato un’intuizione importante nel famoso episodio già citato più volte in cui don Giussani vedendo i fidanzati abbracciati chiede loro (pur rendendosi conto di una certa paradossalità della situazione (“poveretti”)): “Quello che state facendo che c’entra con le stelle?”

Quel giudizio poi si estende, a maggior ragione giudicando oggi l’origine dell’alienazione che si verifica per chi considera la sessualità come indipendente da un rapporto con l’infinito (vedi le “scelte” che portano a una autodeterminazione della propria sessualità legata soltanto all’istinto e al dictat dominante che sta imponendo le sue mode).

Come dire che solo se la affettività sessuale è orientata al destino (le stelle), può generare un rapporto umano non condizionato da una misura” (reciproche pretese) e che dura nel tempo (la Chiesa lo definisce con il termine vocazione). E da quello che vediamo solo la affettività eterosessuale può avere un simile respiro. Il giudizio di don Giussani (tornando all’episodio citato) è geniale e attualissimo: evidenzia l’origine dell’alienazione che si verifica per chi considera la sessualità come indipendente da un rapporto con l’infinito ed è così indotto a “scegliere” una un comportamento sessuale legato soltanto all’istinto (che può anche essere mal orientato).

In questa dinamica ho trovato illuminante l’esperienza di Therese Hargot, una filosofa e psicoterapeuta che si professa laica e distante da una concezione religiosa, autrice del libro “Una gioventù sessualmente liberata, o quasi” che documenta la sconfitta di una certa libertà sessuale svincolata da ogni criterio e riferimento valoriale.

Mi pare che questa esperienza sulla quale ho espresso queste riflessioni possa offrire degli spunti per testimoniare ai nostri nipoti (e ai nostri figli) che c’è un modo più autentico e promettente per   vivere i rapporti affettivi con una prospettiva e un respiro che crescono nel tempo.  

Quindi il lavoro che ci spetta è prima di tutto testimoniare ai nostri figli e ai nostri nipoti che nel rapporto affettivo tra un uomo e una donna si può sperimentare un amore che il mondo non conosce e aiutarli a giudicare le altre forme di espressione sessuale come limitanti il cammino umano della persona. 

Un caro saluto

Alberto

Peppino Zola
 

Ragionando su quanto detto il 7 novembre ecco alcune mie riflessioni per il lavoro che ci aspetta.

  1. Generale accordo sul fatto che sia effettivamente in pericolo la libertà di pensiero e di opinione. Il “politicamente corretto” ed il “buonismo” si condensano in un “pensiero unico” che tende inesorabilmente a diventare dittatura, se non totalitarismo. Questa tendenza attraversa tutte le forze culturali dell’occidente e tutte le forze politiche e si manifesta soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione.
  2. Molto numerosi sono gli esempi eclatanti di questa situazione.
    • con l’espressione “omofobia” si mette a tacere chiunque voglia esprimere un pensiero non omologato in tema di omosessualità
    • con l’espressione “islamofobia” in Francia e Belgio vengono addirittura condannate penalmente persone che osano esprimere giudizi severi circa il terrorismo islamico
    • quando un desiderio viene fatto passare per “diritto”, ogni discussione di merito viene chiusa
    • è sempre più difficile esprimere giudizi sereni riguardanti l’animalismo, la moda vegerariana, l’ecologia, i rapporti sessuali, e così via
    • in gran parte del mondo non è possibile applicare il principio e la prassi relativi alla libertà religiosa, nella pratica indifferenza del mondo occidentale
    • etc.
  3. Vi sono evidenti punti di debolezza che facilitano l’espandersi di questa tendenza contraria alla libertà. Ne indichiamo almeno tre
    • la gestione della cultura e della comunicazione, che, spesso inspiegabilmente, confermano la strada del politicamente corretto, salvo poi lamentarsi quando qualcuno si ribella a questo andazzo
    • la difficoltà o, sempre più spesso, la mancanza di una solida vita familiare: genitori che si fanno paralizzare da un complesso di inferiorità educativa e, quindi, figli senza punti di riferimento solidi e capaci di giudizi alternativi
    • la scuola, in evidente crisi di identità e di autorevolezza
  4. Dobbiamo reagire di fronte a questa grave situazione con un giudizio che si riferisca a tre livelli.
    • Il livello del SOGGETTO. Cosa significa per ciascuno di noi tutto questo? Come possiamo non farci influenzare noi? Cosa facciamo per questo?
    • Il livello SOCIALE. Creare un soggetto alternativo dentro la società. Compito specifico dei nonni?
    • Il livello ISTUTUZIONALE. Partecipare ad una rete per influenzare le istituzioni?
  5. L’associazione NONNI2.0 può iniziare ad avanzare una proposta contro il tentativo di omologazione con una lettera aperta ai nipoti e con un video (più adatto ai giovani di oggi)
  6. Tempi dell’operazione.
    • definire tema e strumento entro il 28/2/2019
    • pubblicare la proposta in aprile, all’inizio della campagna delle europee (periodo sensibile): potrebbe essere una lettera aperta ai nipoti, inviata per conoscenza a tutti i partiti e candidati.

N.B.
1) Dare contenuto culturale all’iniziativa
2) Vivere tutto questo senza ansia, perché siamo comunque certi di un destino buono.

Peppino