L’ultima transizione fra generazioni: ombre e luci

Il 4 ottobre alle ore 17:30 si è svolto l’incontro pubblico di riflessione e di confronto sul tema “L’ultima transizione fra generazioni: ombre e luci” guidato dal Professore emerito Vittorio Cigoli, docente di Psicologia Clinica presso l’Università del Sacro Cuore di Milano.

Tale evento si inquadra in una serie di iniziative promosse dalla nostra Associazione, tese a disegnare gli ambiti più significativi che caratterizzano la responsabilità educativa del “nonno”.

Report sintetico dell’incontro con il Professor Cigoli
 

Il tema da affrontare potrebbe essere indicato con la parola “ferita” che, come si sa, è qualcosa che ha bisogno di essere curata. La ferita è l’essere generati, cioè il riconoscere che non ci facciamo da noi stessi. Oggi è più diffusa l’idea di essersi fatti da sé, è lo stile imprenditivo e così le generazioni che riescono a passare reaalmente dall’una all’altra sono pochissime. Dunque quello del passaggio tra generazioni è uno dei punti più delicati. Un’altra ferita è costituita dal genere: se io sono un genere non passo nell’altro genere, la terza tematica delicata o ferita è essere fratelli. Non a caso, in clinica, troviamo moltissime situazioni di fratellanza, a volte di sostegno, altre volte no. Ma il compimento della nostra umanità sta nell’affrontare queste ferite. L’immagine che abbiamo scelto, (che è stata messa nel volantino, tratta dal sito) illustra una questione che all’epoca di questo dipinto, nel 1936, la scienza psicologica non aveva ancora affrontato. Il Professore ha detto che, pur interessandosi dell’aspetto clinico del rapporto generazionale, però dialoga con artisti che se ne occupano, infatti nella ricerca artistica l’uomo si può esprimere ben prima che nella ricerca scientifica
Il quadro è molto rivelatore, la bimba al centro intanto dice il luogo: noi nasciamo nei luoghi, in quei luoghi, li respiriamo. Dunque sono importanti la storia la geografia e l’antropologia. Come Presidente della Commissione di laurea Cigoli voleva queste tre discipline, ma il Ministero le ha ritenute inutili. A proposito del luogo, va tenuto presente che anche noi nel passato siamo stati migranti, siamo andati in tutte le parti del mondo quindi parlare di luoghi significa anche collegarsi con le azioni e dunque con la storia cioè con il dramma, nel senso letterale del termine (che indica appunta l’azione). Ovviamente significa anche collegarsi con i dolori. I dolori delle generazioni precedenti passano in quelle successive. Geografia e tempo sono importanti, per esempio, se ci se ci sono più figli, il fatto di essere nato dopo e non essere il primo fa la differenza, in breve non tutti i figli sono concepiti nella stessa maniera, questo è un esempio del fatto che siamo diversi. La geografia e l’ambiente sono importanti, come la casa, il sentirsi a casa non è legato alla bellezza dell’ambiente. Molti figli sono legati alla loro casa perché per loro è la matrice, è un po’ come l’utero materno. Nel quadro la bimba, che è in un luogo preciso, è anche nuda, questo per indicare l’origine. La bimba, che è l’erede, tiene in mano un cordone che rimanda ad una complessa linea di sangue, anzitutto è indicata la sua abitazione dentro il corpo materno, questo a sua volta rimanda al tema delle matrici, e si nota che c’è sempre lo straniero: nelle immagini si veda dai tratti somatici dei volti questa provenienza da vari luoghi.
La salute dei legami familiari c’è quando i ceppi di origine e le rispettive culture riescono a parlarsi. Attraverso le generazioni si entra più in una linea che in un’altra: nelle nostre generazioni si entrava soprattutto nella linea paterna, lo si vede nei momenti cruciali come il Natale, quando si andava nella casa del padre, mentre oggi è prevalente la linea femminile. Oggi si respira più l’aria materna che paterna. Il rapporto tra le matrici può anche essere difficile e dannoso, lo vediamo soprattutto nelle questioni dei divorzi che non riguardano soltanto i due coniugi ma mettono in campo anche le famiglie d’origine che si pongono spesso da una parte o dall’altra. Quello che noi facciamo nelle terapie è ridare linfa ai passaggi generazionali. Nei passaggi generazionali è presente il limite, perché noi siamo generati, possiamo sì generare ma siamo esposti alla morte. Come già accennato, il tema del limite è sentito oggi come una cosa negativa Infatti viene chiesto soprattutto a noi anziani di essere persone attive e la morte viene sentita come qualcosa di negativo, come se invece non significasse delle cose importanti.
Su questo tema abbiamo delle ricerche a partire da 25-30 anni fa, per esempio su persone che stanno morendo con vicino qualche parente e anche riguardanti il periodo dopo la loro scomparsa. Ne risulta una cosa importantissima: la persona che scompare alla vista conserva anche il suo corpo, non solo la memoria. Intanto, quando ricordiamo le persone defunte, esse non si presentano a noi come anziane ma in una certa fase vitale specifica e intermedia della loro esistenza. Poi, dalle ricerche che noi facciamo sulla tematica della memoria, essa appare come cruciale, tant’è vero che, se la memoria è troppo frammentata, diventa fonte di male, se è troppo dolorosa si cerca di cancellarle ma quello che si cancella rimane e rischia di agire nei rapporti tra le generazioni.
Per quanto riguarda la memoria della madre, la madre la si vive, mentre il padre no, il padre ha bisogno di riconoscimento e di memoria. Per ricordare il padre bisogna cioè aver avuto la fortuna di vivere abbastanza a lungo con lui e quando il padre si rivela, si rivela nelle avversità della vita. Mentre sul fronte materno si ricorda la vita quotidiana, sul fronte paterno ci sono dei momenti cruciali. È lì che si può dire o meno di una vera presenza paterna. Quando si fa attività clinica si chiede alle persone che ricordo hanno, che tipo di riconoscimento hanno nei confronti il padre. Anche se il ricordo tende a svanire, non è così, si ricorda il padre se lo si è sentito vicino nei momenti delle avversità.
Il rapporto tra le anime e i viventi è un rapporto sicuro. Nella visione psicoanalitica si afferma che tutto questo è produzione della mente, ma in un’altra visione la presenza è una realtà fenomenica, è vera. Non è questione di proiezione, anche se non mancano gli aspetti proiettivi.
Del resto questa presenza è nella concezione della maggior parte delle culture, in cui le relazioni familiari non si esauriscono affatto nell’Interazione nel visibile. Psyché in greco vuol dire l’anima dei morti e infatti la nostra cultura è di origine greca. Un esempio è la narrazione omerica di Achille e Patroclo. Quando Achille perde Patroclo è come se perdesse una parte di se stesso, ci sono le cerimonie di lutto, c’è la nostalgia, c’è il pianto, poi Patroclo appare in sogno ad Achille e gli chiede la sepoltura. Noi veniamo da questa cultura, è un’eredità che la psicologia ha perso.
Questa dimensione c’è ad ogni latitudine. La consapevolezza del passaggio delle generazioni è visibile per esempio nella cultura africana: ci sono alcune tribù africane in cui i giovani che sono capaci di risalire e di dimostrare di conoscere addirittura 20 generazioni.
Questa è la famiglia: la relazione con le origini.
Anche noi, nonostante tutto, abbiamo ancora tracce di una tradizione così, pensiamo, semplicemente, ai dolci che sono le ossa dei morti, sono dolci cioè qualcosa di buono che viene dall’aldilà, oppure: in certe regioni italiane le anime mandano doni ai bambini.
Cioè non c’è consapevolezza del passaggio se non c’è un rituale dignitoso e valido, il rituale infatti dà il tempo di comprendere e vivere il passaggio generazionale. Al proposito viene citato un interessante rito armeno: quando c’è un lutto, i parenti non fanno da mangiare, sono i vicini che preparano per loro, così li aiutano a ricordare il morto. Un altro gesto rituale, diffuso anche da noi, è quando i parenti si trovano a mangiare insieme e a ricordare il defunto. Importante è anche il rito della tomba e della visita alla tomba (la tomba infatti sta all’origine delle civiltà).
In molte culture c’è il tema del ritorno alle origini, al tempo in cui gli uomini e gli dei comunicavano, questa concezione circolare del tempo però si differenzia da quella cristiana; nella versione Cristiana la freccia del tempo va in avanti, dopo l’evento di Cristo c’è un prima e un dopo irreversibili, e quel dopo porta al punto in cui si compie il trapasso delle generazioni: la resurrezione del corpo.
In sede clinica al paziente viene richiesto di ricordare i sogni, una realtà in cui si manifesta la presenza delle generazioni passate nella vita delle persone, si può dire che colui che ci ha preceduto entra nel corpo dei viventi. Anche a dei terapeuti è stato richiesto di raccontare i sogni. Un racconto di una terapeuta ha efficacemente documentato come l’esaudimento di un desiderio espresso dal nonno in sogno abbia eliminato un disturbo fisico che le era insorto come segnale dell’esaudimento da compiere. Sono stati fatti altri esempi, per esempio la presenza della madre nell’opera del pittore Segantini.
Tornando al tema centrale, è importante sentirsi di passaggio, ma avendo portato a termine un compito. Se non c’è il sentimento di un compito, tale passaggio è difficile, sentire di aver terminato un compito non vuole dire stare fermi ma appunto prendere atto che siamo di passaggio, che la vita non coincide con noi stessi e che lasciamo qualcosa di importante. Per cogliere questo lascito nelle generazioni che ci hanno preceduto, può essere interessante chiedersi come esse abbiano fatto davanti alle difficoltà, per esempio a perdite economiche.
Un autore importante ha parlato dell’ultima transizione come segnata da due possibilità: una è la saggezza, la parola significa c’è un sale che dà sapore; l’altra possibilità è la disintegrazione. La cosa più interessante è che questo autore collega la fine della vita con l’inizio. Qui questione fondamentale è la fiducia, il figlio non può che respirare la fiducia e anche alla fine della vita c’è la questione della fiducia, in quello che possiamo lasciare di buono, per il quale la nostra vita vale la pena di essere vissuta. Dove l’espressione “vale la pena” indica anche la fatica.
Questo è quello che possiamo lasciare come generazione che passa.
Rispondendo ad una domanda, Cigoli ha precisato che bisogna vivere il trapasso come consustanziale alla vita umana e che noi oggi possiamo testimoniare questo non tanto con la nostra morte ma con il ricordare le generazioni precedenti.

Note (file PDF): Sintesi i temi affrontati dal Professor Cigoli a cura di Pupa Laguri.