Politiche familiari, cinque punti per evitare equivoci

Giovanna Rossi

Direttore Centro di Ateneo Studi Ricerche sulla Famiglia

Università Cattolica di Milano

Nel dibattito pubblico è sempre stato difficile promuovere politiche per la famiglia, per una serie di resistenze di varia natura, che vale la pena di ripercorrere sinteticamente. In primo luogo, sono individuabili due “pregiudizi negativi” contro le politiche familiari, che hanno spesso penalizzato il dibattito e impedito l’adozione di misure sostanziali “family friendly”: da un lato, l’assimilazione delle politiche familiari alla retorica della battaglia demografica del fascismo. Dall’altro, una variegata ideologia ostile alla famiglia, sia proveniente dal laicismo borghese che dall’ideologismo di sinistra, con motivazioni molto eterogenee, ma tutte alleate, come esito concreto, nel paralizzare qualunque azione pubblica che avesse come destinatario la famiglia. Come osserva Belletti (cfr. F. Belletti, Le politiche familiari in Italia: il grave peccato di omissione della Repubblica italiana in  CSSC (Centro Studi per la Scuola Cattolica) ( a cura di) , “Una scuola per la famiglia”, 17° Rapporto sulla scuola cattolica in Italia in  2015, La Scuola, Brescia, pp. 55-84):  “Certamente dopo la Seconda guerra Mondiale in tante parti del mondo, ma soprattutto in Europa, era forte la consapevolezza che per evitare il ripetersi di una tragedia così devastante occorreva rifondare un progetto di persona, di società, di Stato. E fu subito chiaro, anche in ambito internazionale, che in questa sfida culturale epocale, anche la famiglia avevo un ruolo da giocare” (p. 57). “La famiglia si pone pertanto come filtro e protezione della libertà della persona, rispetto al potere di uno Stato totalitario. Non fu per caso, quindi, ma proprio in diretta reazione alle tragiche esperienze dei totalitarismi, che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 (di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario n.d.r.) dedicò una particolare attenzione alla famiglia, soprattutto con l’art. 16, definendone alcune qualità e prerogative che sono tuttora di grande rilevanza (alcune ancora da implementare, in tante parti del mondo)… Due preziosi elementi emergono: da un lato, la famiglia veniva definita come uno spazio di libertà della persona, sia rispetto a vincoli imposti dalla società, sia rispetto alla dignità della persona dentro le relazioni familiari (la parità tra uomo e donna come caposaldo di questa libertà, il libero e pieno consenso, anche contro i vincoli di tradizioni familiari autoritarie); dall’altro, veniva affermata la dimensione e la vocazione sociale della famiglia, cellula fondamentale della società e per questo – perché costituisce la società – meritevole di protezione da parte dello Stato. Esattamente quella protezione che oggi nel nostro Paese appare così fragile” ( p.58).“D’altra parte non poteva mancare, nel “Papa polacco”, nel pieno dell’esperienza del totalitarismo statale del regime comunista dell’epoca (la Familiaris consortio è del 1981), una ferma sottolineatura della titolarità educativa della famiglia, primo e più efficace  “scudo” a difesa della libertà di coscienza e di giudizio dei propri figli, di fronte al progetto di dominio del potere politico sui corpi e sulle menti delle generazioni più giovani” (p.58).

Come proposto magistralmente da Pierpaolo Donati (cfr. P. Donati, La politica della famiglia: per un welfare relazionale e sussidiario, Siena, Cantagalli, 2011) bisogna introdurre forti cambiamenti nelle politiche sociali per la famiglia   superando l’impostazione assistenzialistica che si fonda su una concezione della famiglia pensata come un peso che produce vincoli alle libertà individuali. La conseguenza di tale approccio è che molte delle funzioni familiari vengono affidate a servizi extra-familiari, con un conseguente sovraccarico del welfare state. Si rende allora necessario quanto prima passare a politiche sussidiarie, ovvero politiche che aiutino i soggetti a vivere i loro compiti familiari, senza però sostituirsi ad essi. Lo Stato deve quindi, da una parte, lavorare con la famiglia per sostenerne autonomia ed empowerment (è chiarito nel seguito), fornendo regole e mezzi necessari affinché essa possa assolvere da sé i propri compiti specifici, dall’altra, promuovere le associazioni familiari. In questo modo si introducono altri attori nelle politiche sociali, oltre allo Stato e al mercato: il terzo settore (anche detto “privato sociale”) e la famiglia. Ci si dovrebbe muovere allora in un’ottica promozionale, indirizzata a leggere ogni sistema familiare alla ricerca di capacità e potenzialità (più o meno latenti), per rimetterle in gioco, anziché mettere al centro – della diagnosi e della relazione con le famiglie – i problemi, le mancanze, le fragilità. Occorre cioè andare oltre il deficit model (modello del deficit), alla ricerca di “quello che non va”, a favore di un empowerment model (modello di empowerment), alla ricerca delle competenze residue (o capabilities, usando le parole dell’economista premio Nobel Amartya Sen).

Un’altra caratteristica delle politiche sociali per la famiglia in Italia è che sono state matrifocali, ovvero centrate principalmente sulla donna e sul bambino. Questo perché è ancora presente una concezione del padre come figura quasi interamente dedicata al sostegno economico della famiglia, ma in questo modo si perdono la relazionalità della coppia genitoriale e il senso della famiglia come relazione tra i generi e le generazioni. È necessario oggi passare a politiche che siano dedicate all’intero nucleo familiare, centrate sulla reciprocità fra i sessi e fra le generazioni, e che siano organiche, cioè capaci di includere le diverse dimensioni della famiglia, senza interventi settoriali e sconnessi. Ciò implica anche la capacità di valutare l’“impatto familiare” di provvedimenti in settori diversi da quello sociale, come ad esempio lo sviluppo urbanistico, o le regole del mercato del lavoro. Questo esigerebbe anche che, ad esempio, quando si discute la legge finanziaria, si affronti “prima” la famiglia, come motore di sviluppo sociale ed economico del sistema Italia, e non da ultima, a contendersi le briciole con altri temi.

Spesso le politiche familiari hanno perso specificità e diventano indirette, ovvero riguardano principalmente i bisogni generici di vita quotidiana, e implicite, ovvero si soffermano sui bisogni dei singoli individui, differenziati lungo il ciclo di vita. È importante al contrario che le politiche oggi si dedichino direttamente al nucleo familiare come tale, creando misure operative unicamente dedicate alla “famiglia in quanto tale”, e non solo ai singoli membri. Al contrario, spesso politiche di protezione di singoli membri o condizioni, pur necessarie, vengono etichettate come familiari: è il caso di molti provvedimenti costruiti e pensati sulle pari opportunità e sulla donna, sui minori, sui disabili, sugli anziani, che trattano solo gli individui, e non le singole condizioni “dentro” le relazioni familiari. È importante, ancora, che le politiche familiari si trasformino in politiche esplicite, cioè concentrate sul nucleo e sulle qualità della famiglia, ossia sulla sua natura di relazione di reciprocità tra sessi e generazioni, a promozione, tutela e sostegno delle relazioni di coppia e intergenerazionali, sia interne alla famiglia sia tra generazioni nel sociale.

Infine, in Italia sono state attuate politiche di privatizzazione dei valori familiari secondo le quali la famiglia è considerata un mero affare privato, come risultato di scelte e preferenze private. Occorre volgersi verso politiche di valorizzazione delle relazioni familiari come bene relazionale, secondo le quali la famiglia è un bene relazionale primario. Si tratta di attuare politiche distintive, nel senso che devono essere in grado di distinguere tra contesti di vita che sono “famiglia” e contesti caratterizzati da altri criteri e scelte. Dell’importanza di questo criterio è esemplare conferma la perdurante discussione sull’importanza del matrimonio, così come quella della regolazione giuridica delle coppie di fatto, eterosessuali e omosessuali.

Questi sono i cambiamenti necessari riguardanti le politiche familiari in Italia e, allo stesso tempo, anche le politiche sociali: senza una definita ed accorta politica familiare, infatti, le stesse politiche sociali “girano a vuoto”, perdendo il loro orizzonte. È una nota di valore molto positiva la segnalazione dell’impegno del Forum delle Associazioni Familiari che da anni si impegna per la promozione del “fattore famiglia” in ambito politico e istituzionale.

Caratteristiche delle politiche fino ad ora perseguite

Caratteristiche che oggi si rendono necessarie

a) Politiche assistenziali a) Politiche sussidiarie: più servizi per la famiglia, lo stato deve sostenere l’autonomia e l’empowerment della famiglia e delle associazioni familiari.
b) Politiche di privatizzazione dei valori familiari b) Politiche di valorizzazione delle relazioni come bene relazionale: privilegiare il contatto umano e la relazione di cura poiché nella famiglia i diritti familiari hanno carattere relazionale.
c) Politiche indirette c) Politiche dirette: ovvero direttamente orientate al nucleo familiare come tale.
d) Politiche implicite d) Politiche esplicite: con focus sulle relazioni fra i sessi e fra le generazioni, con interventi sull’intreccio
e) Politiche matrifocali e) Politiche per il nucleo familiare
La famiglia come entità residuale. Famiglia come soggetto sociale.