Incontro di autunno

Ancora insieme per parlare di “nonnità”

Il 6 ottobre abbiamo trascorso un’altra bella giornata insieme nella splendida Villa Cagnola (Gazzada VA). L’incontro ha sigillato con molto gradimento da parte dei partecipanti la presentazione del programma della nostra Associazione per i prossimi 6 mesi.

Di seguito trovate il testo delle relazioni e degli interventi del pubblico.

I punti affrontati sono stati:

  • Presentazione del trittico di incontri “Di generazione in generazione” sul tema della generatività che si terranno a partire da gennaio 2019; ce ne hanno parlato Giovanna Rossi e Francesco Botturi per sollecitare la successiva presentazione di domande da formulare ai relatori che terranno i singoli incontri.
  • Famiglie in difficoltà; il fare famiglia e il vivere in famiglia diventa sempre più difficile: ce ne ha parlato Costanza Marzotto aiutandoci a meglio comprendere le relative dinamiche e a come gestirle.
  • Presentazione del concorso scolastico “IO E I MIEI NONNI” rivolto a tutti gli allievi delle scuole italiane di ogni ordine e grado, con l’obiettivo di favorire una riflessione sulla funzione della figura del nonno nella società di oggi, riferimento non solo affettivo, ma anche legato alla trasmissione della tradizione familiare e dei suoi valori condivisi. Ne ha parlato Peppino Zola
  • Annuncio dell’iniziativa di liberi incontri mensili di conversazione (con apericena) che si terranno ogni primo mercoledì del mese al Centro Rosetum di Milano, a partire dal 7 novembre. Una occasione di lieta convivenza finalizzata a rinfrancare i nostri rapporti di amicizia dandoci l’occasione di affrontare di volta in volta argomenti per noi di grande interesse.

La giornata si è conclusa con la santa messa celebrata da Mons. Luca Bressan che ci ha invitato nell’omelia a procedere con costanza nel nostro cammino di preziosi testimoni della fede nelle nostre famiglie.

 
Mattina
Prof.ssa Giovanna Rossi
 

Nel dicembre 2017 in occasione della festa di Natale del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-home dell’Università Cattolica abbiamo consegnato ad Eugenia Scabini il volume “La generatività nei legami familiari e sociali. Scritti in onore di Eugenia Scabini” Ed. Vita e Pensiero. Ci sono i contributi di tutti i collaboratori del Centro, di tutte le generazioni. Siamo tutti debitori ad Eugenia dell’approfondimento condotto negli anni su questo tema.

Riprendo alcuni concetti chiave.

Si può essere generativi- e come noi nonni ci auguriamo di esserlo- nella misura in cui si riconosce di essere inseriti in una storia generazionale, debitori verso chi ci ha preceduti, grati per quanto ricevuto ma anche consapevoli della finitezza della propria esistenza. La generatività è una caratteristica intrinseca delle relazioni familiari, ma non solo, in analogia ad esse, anche delle relazioni sociali in quanto umane, fintanto che producono e fanno circolare il bene. La generatività sociale è un’estensione/espansione del codice familiare che, essendo primario, è a fondamento di ogni altra relazione. Per questo, essendo oggi messa in discussione la famiglia, si stanno verificando processi degenerativi nel sociale. Se il codice familiare scompare, viene messo in latenza, in discussione, la generatività viene a mancare.

La generatività deriva dall’incontro e non di rado scontro di differenze, in particolare, le differenze di genere e generazioni e al tempo stesso le differenze specifiche di ciascun membro, nella misura in cui esse vengano riconosciute e valorizzate e non negate e appiattite.  Di fatto, armonizzare e congiungere le differenze è il compito perenne della famiglia e tale ‘lavoro’ ha esiti generativi in quanto consente a ciascun membro di vedere riconosciuta la propria identità e il suo essere altro. Se questo non avviene, se emergono forme di trascuratezza, di abbandono, addirittura di perversione si verificano processi degenerativi. Siamo continuamente sfidati non solo dalle differenze di genere uomo donna, ma anche dalle differenze fra le generazioni. Bisogna pensare a come fronteggiare le sfide e quali sono gli ostacoli che abbiamo di fronte per la promozione di un’autentica generatività fra le generazioni.

La generatività è una lente utile per mettere a fuoco non soltanto i processi intra-familiari, quindi nella famiglia, nel nucleo familiare, fra le generazioni familiari, ma anche gli scambi sociali. C’è quindi un percorso virtuoso che avviene se la generatività familiare è buona, promozionale, un percorso attivo tra le generazioni, ma anche, e qui si consideri il compito di una associazione come la nostra, un percorso che promuove nel sociale forme virtuose di aggregazione. Quindi, non una famiglia privata, ma una famiglia che espande il suo codice primario nel sociale, lo allarga. L’espandersi dell’impegno degli adulti nelle diverse forme di generatività sociale (dal volontariato al trasmettere conoscenze, competenze professionali e artistiche), può contribuire a contrastare le spinte degenerative che sono all’opera e che tendono a contrapporre le generazioni sul piano sociale. La generatività dunque attraversa gli scambi familiari tra passato, presente e futuro e si dilata a cerchi concentrici verso il sociale. I fenomeni associativi che hanno a che fare con le relazioni familiari sono l’espansione del codice familiare, come è il caso di Nonni 2.0. Naturalmente, poi, possono diventare articolati, complessi, e assumere varie modalità di aggregazione, possono diventare dei forum, dei network. Ripensavo ieri alla nostra associazione e ringrazio Peppino e Pigi di avermi coinvolto negli anni perché realmente mi hanno aiutato a rendermi conto che essere generativi nel sociale è fondamentale, anche nella trasmissione ai nostri nipoti.

Abbiamo pensato a un “trittico”, cioè a tre incontri. Per il primo abbiamo invitato la Prof.ssa Eugenia Scabini (emerito di psicologia sociale) e la Prof.ssa Lucia Boccacin (ordinario di sociologia), entrambe della nostra Università Cattolica. Il titolo di questo incontro sarà “Essere generativi in famiglia e nella società civile”. Tutti conoscete la Prof.ssa Scabini, che avete sentito spesso parlare nel nostro contesto; la Prof.ssa Boccacin è una dei maggiori esperti in Italia per quanto riguarda i fenomeni associativi legati al terzo settore. Questo incontro si terrà il 28 gennaio 2019.

Il secondo incontro, per il quale ci siamo molto arrovellati con Francesco e con il nostro amico Colozzi dell’Università di Bologna, volevamo fosse legato all’area tematica dell’economia così che si vedesse la possibilità della generatività anche in essa. Vogliamo comprendere quali siano le caratteristiche, le contraddizioni, le possibilità di una promozione della generatività nel contesto economico. Abbiamo invitato il Prof. Leonardo Becchetti, ordinario di Economia Politica, Roma Tor Vergata, di frequente articolista di Avvenire. Mi ha risposto entusiasta: “Vengo assolutamente”. Il tema che tratterà è “Proposte di policy per una società generativa”.  Con il termine policy non si intende soltanto la politica sociale ma anche interventi economici. Il prof Becchetti ha lavorato su questo tema mettendo in risalto una linea prospettica e noi desideriamo muoverci verso il futuro e non piangere su quello che fin qui non siamo riusciti a fare. Così come le Prof.sse Scabini e Boccacin metteranno in luce come si fa ad essere generativi nella famiglia e nella società civile, il Prof. Becchetti ci dirà quali azioni potrebbero essere promosse e magari a qualcuna potremmo collaborare. La data di questo secondo incontro sarà il 27 febbraio 2019.

Nel terzo incontro sarà relatore don Alberto Cozzi, che già conoscete, e avrà come titolo “Il Dio generatore”. L’incontro, introdotto da Francesco Botturi, sarà il 25 marzo 2019. Annunciazione.

Due note di carattere tecnico: abbiamo pensato di lavorare insieme per prepararci a questi incontri in modo un po’ generativo e scambievole, non solo come auditori di una lezione. Pigi e Peppino diranno più nel dettaglio l’idea che abbiamo di fare dei mercoledì al Rosetum, intesi come momenti conviviali in cui potremmo preparare delle domande da mandare ai relatori che ho indicato. Per questo abbiamo presentato il corso oggi, perché poi possiamo, trovandoci, porre dei quesiti, mandarli a questi relatori e chiedere di rispondere. Tutti gli incontri saranno condotti da Robi Ronza a cui è un compito arduo ma alla sua altezza. Abbiamo pensato anche di far precedere questi incontri da interviste agli stessi relatori, che saranno pubblicate su Tempi, in modo tale che questa tematica diventi condivisa.

Prof. Francesco Botturi

Giovanna ha già detto ciò che è necessario per enfatizzare questa iniziativa che ci si augura non passi inosservata come scontata oppure strana. Le cose da dire sarebbero tante. Vorrei contribuire brevemente cercando di far percepire come il fatto di addensare l’attenzione verso la categoria della generazione è una scelta culturale precisa e significativa. Sabato scorso molti di noi sono stati ad un evento di inizio d’anno con un video straordinariamente toccante di don Giussani. Risentendo quelle parole dopo tanti anni, mi ha colpito la cura della parola, che tutti noi sappiamo essere stata tipica di don Giussani; la scelta della parola come un luogo strategico sia del pensiero, sia dell’esperienza, che hanno bisogno della parola giusta per sapere che cosa sono e dove devono andare. E poi il tentativo, in quel caso particolarmente accentuato − con buona pace di tanto spontaneismo e di tanto banale anti-intellettualismo −, di ragionare sulla parola, sulla serie di parole necessarie. Se c’è un problema oggi è che non si scelgono le parole, le parole sono scelte da qualcun altro e ci vengono imposte, noi siamo tutti dentro questa condizione, perché c’è una circolazione mediatica, trans-mediatica, un po’ casuale e un po’ governata, in cui le parole sono già prestabilite e tu sei insistentemente “invitato” a star dentro quelle parole prestabilite (logica del “pensiero unico”). È già tutto precostituito, guai a te se usi una parola diversa; e la parola generazione è una parola diversa, perché è una parola strategica.

Ma le parole si mantengono vive finché sono accompagnate da un pensiero, come dice il libro di Qoèlet: “Oggi la parola è usurata come una moneta”, che a furia di essere usata, non se ne vede più l’immagine.  Questo Corso sarà un tentativo di introdurre, con persone competenti e vivaci, la questione che nasce dal codice primario del familiare, si estende al sociale e all’economico, e poi ha come sussulto finale la domanda sulla sua origine assoluta, Dio. Meglio, è il cristianesimo che porta l’annuncio del “Dio generatore”, fondamento e senso primo di ogni forma generativa. Dio esiste generando. Anche dell’uomo si può dire che è il vivente generatore perché nessuna creatura “genera” se non l’uomo; le cose non generano, gli animali non generano, ma si riproducono. Una delle tante spie che abbiamo della decadenza di questa coscienza dell’umano è proprio che oggi si tende a teorizzare che generare vuol dire riprodursi, a cui può anche bastare un laboratorio.

Uno degli ambiti, in cui verificare la portata della categoria del generativo, può essere quello – apparentemente lontano ed estraneo – della formazione del pensiero politico moderno. Veniamo da una cultura, la cosiddetta cultura moderna; dovremmo dire meglio “la seconda modernità”, che dopo i drammi assoluti delle guerre di religione e la spaccatura della cultura europea con tutto quello che poi ne seguì, si trovò a dover ripensare l’assetto teorico e il riordinamento pratico dell’Europa, al fine di garantire l’unità socio-politica. Questo avvenne in un modo che emarginava le forme del codice primario della convivenza, le forme della comunità, dell’aggregazione spontanea, forme generative della convivenza e de sociale. Veniamo da una cultura europea che ha cercato di ricostruire la convivenza a partire dall’esclusione delle forme di autorganizzazione sociale, perché avvertite come fattori di conflitto e di disordine. La direttiva consistette nel mettere da parte il più possibile le identità, tutti i processi produttivi e creativi dal basso. Si aveva bisogno di un potere dall’alto, che finalmente riordinasse e garantisse. L’occidente si è giocato le sue sorti su questa scelta. L’idea dello stato moderno (evoluto in Stato assoluto e degenerato poi anche a Stato totalitario) è associata in origine con l’dea di potere indipendente e sovrano rispetto alle forme primarie (comunitarie) della vita associata. Questo è un pensiero tipicamente anti-generativo o falsamente generativo, come è quella “perversa” dello Stato come generatore di società. Per Thomas Hobbes, il principale teorizzatore dello Stato assoluto, lo Stato può fare il suo compito nella misura in cui si difende dalla società e lo Stato deve essere in grado di disaggregare il più possibile le forme di base, perché ogni aggregazione è un contropotere che entra in antitesi con quello centrale. A fronte dello Stato può porsi solo l’individuo solitario.

Se si allargasse il discorso, vedremmo che oggi non abbiamo più il problema dello Stato assoluto, lo stato anzi è in crisi (non riesce nemmeno a fare i suoi compiti elementari come si vede ampiamente, per cui l’Europa è in crisi profonda anche sotto questo profilo), però esiste un apparato tecnologico ricco, anonimo, efficiente ed efficace che non ha nessun interesse a riandare ai fenomeni primari, al codice primario del sociale. Piuttosto, l’organizzazione su base tecnologica dell’esistenza, che ormai infiltra tutto e influenza anche il potere apparentemente democratico, favorisce forme di potere tecnocratico centralizzato, fortemente lobbistico.

Quindi, di nuovo, rivendicare la generatività vuol dire che l’umano è un’altra cosa, che l’umano non è una dipendenza statale, che l’umano non è neanche un ingranaggio del globo tecnocratico. È un’altra cosa. A fronte di questi fenomeni di sistema ci accorgiamo che quella di “generazione” è una categoria in grado di dire l’umano in una condizione che tende esattamente a non farlo emergere, e a soffocarlo; è dunque anche una categoria critica. Anche tutti i fenomeni degenerativi che Giovanna richiamava prima, se ci pensiamo, che sia l’aborto, l’ingegneria genetica, l’omosessualità come grado zero della sessualità, ecc. hanno in comune una dimensione chiaramente anti-generativa. In generale l’individualismo libertario è espressione e maestro insieme di tante forme estremizzate, dove proprio il generativo è programmaticamente escluso. Abbiamo dei segnali, da una parte della necessità di questa categoria per ri-descrivere l’uomo, dall’altra parte della sua espulsione, come mai è avvenuto prima. Si vorrebbe distruggere la famiglia con un anti-familismo perseguito a tutti i livelli e in tutte le forme, evidentemente perché l’espressione sistematica del concetto di generativo come di un concetto decisivo.

Quindi siamo nel pieno di una disputa; cosa che spesso non si vorrebbe che fosse, con un irenismo interessato e un buonismo un po’ stupido. Dobbiamo rendiamoci conto, invece, che interessarsi di una tale questione è interessarsi di un punto critico che viene da lontano e che nello stesso tempo riapre lo spazio a un umano considerato come ‘soggetto’ nel senso forte, relazionale e dinamico. In fondo dal punto di vista della cultura cattolica tradizionale il tema del generativo potrebbe essere rappresentato dal termine di ‘persona’; ma culturalmente il termine persona non è più evocativo, è una parola usurata. Dire “generatore” vuol dire invece indicare in che cosa consiste l’essere ‘persona’ di un soggetto umano: consiste nell’essere capaci di una relazione generativa. La parola generazione’ va studiata attentamente, dunque, perché è una parola multi-livello, è una parola analogica. ‘Generare’ non è soltanto far figli, non è soltanto educare, non è soltanto creare delle cose, ma è tutto questo e tanto altro. In realtà è il modo di essere al mondo, la postura stessa dell’umano.

Dott. Costanza Marzotto (testo non rivisto dall'autrice)

Grazie tantissime di avermi invitato, uno, a parlare di cose che mi appassionano da ormai parecchi anni e, due, a venire in un posto così bello, in una cornice straordinaria.

Mettere a tema le famiglie fragili, come sono chiamate nella “Amoris laetitia” e come diceva anche il volantino, significa valutare come aiutare, come affiancare famiglie all’interno delle quali si è verificata una transizione critica, drammatica anche, a volte, che è quella del divorzio.

Mi sentirete speso usare parole delle mie maestre, io infatti lavoro da tanti anni al Centro Studi Ricerche sulla Famiglia e in particolare mi occupo delle iniziative di aggiornamento e di formazione e, come psicologa clinica, mi occupo di separazione e divorzio, facendo mediazione familiare nelle situazioni dove le coppie hanno deciso per la separazione,  dunque sono già in fase di divorzio e vogliono comunque essere accompagnate anche nella riorganizzazione della vita familiare in due case, sotto due tetti, come avviene nella transizione tipicamente impegnativa del divorzio. Mi permetto di dire che sono qui sia perché amica di molti di voi, e collaboratrice del Centro studi Ricerche e del Servizio dell’Università Cattolica per la Coppia e la Famiglia, sia come persona che in questi anni ha incontrato, in un momento critico, tantissime coppie, anche separate, che hanno chiesto di essere aiutate a formulare un progetto educativo per i figli, a formulare quello che si chiama un accordo di mediazione da presentare in tribunale.

La mia, per così dire, autorizzazione a prendere la parola su questa vicenda, è data da due incontri; sappiamo bene che nella vita le cose ci succedono perché c’è un incontro.

Uno è stato l’esperienza in Canada nel 2000, in cui ho conosciuto i gruppi di parola per figli di genitori separati; ho molto utilizzato questo dispositivo, questa risorsa che sono i gruppi di parola per figli di genitori separati. Li conduciamo all’interno di un Servizio della Cattolica. Nei gruppi di parola la vicenda della transizione del divorzio – poi vediamo questo termine cosa vuol dire – è raccontata, nominata dal punto di vista dei figli. Il secondo incontro riguarda la conoscenza di cosa pensino i nonni in merito alla transizione del divorzio. Su questo abbiamo moltissime ricerche del Centro studi.

Personalmente, per costruire il testo che ho scritto su nonni e separazione, ho incontrato, in modo assolutamente casuale, senza un campione significativo, delle persone; ho chiesto e ottenuto generosissimamente da molti nonni una loro narrazione di questo evento. Mi sono allora permessa di rispondere positivamente alla San Paolo che mi chiedeva questo libro, mettendo insieme sia l’esperienza clinica su genitori separati e sui figli di famiglie divise, sia le interviste che ho fatto direttamente ad alcuni nonni che hanno voluto generosamente condividere la loro esperienza. Vorrei aprire un dialogo, dunque io faccio una breve introduzione, poi mi piacerebbe che ci fossero delle domande, nel pomeriggio.  Comincio col dire qualcosa sul fatto che il divorzio rientra nella categoria delle transizione: una delle cose che i miei maestri – Scabini, Cigoli, Rossi, colleghi con cui ho la fortuna di lavorare – hanno sempre detto infatti è che il corpo familiare ha una sua vita, delle sue transizioni, alcune prevedibili, ad es. quando nasce un bambino perché ci si sposa per fare bambini (adesso molto pochi). In ogni caso, prevedibili o no, sono transizioni che si costruiscono attorno a un evento critico. Noi lo chiamiamo sempre critico, che sia prevedibile, non prevedibile, positivo, negativo, esso comunque, me lo diceva qualcuno poco fa, coinvolge tutto il corpo familiare. Ora, cosa, riconosciuta da noi e dal diritto, la transizione del divorzio è una transizione critica, non prevedibile, perché tutte le ricerche con i giovani dicono che tutti pensano che il matrimonio sia eterno. Succede invece che qualcosa si incrina, qualcosa va in crisi in modo negativo e a quel punto si smette la convivenza e inizia, in un contesto familiare, sicuramente sempre molto complesso nelle sue relazioni, proprio una guerra, e la guerra può portare a qualche armistizio, ma sicuramente è una fase difficilissima per i figli, che siano bambini piccoli, adolescenti e giovani adulti, non c’è differenza. Poi per la coppia e per tutto quello che è il corpo familiare.

Ora, la mia esperienza è questa, sono 20 anni che incontro coppie: la famiglia è un corpo con delle sue transizioni e la faticosità di questo corpo che è anche il suo bello, è che quando si ha un legame entro questo corpo familiare, questo è eterno, è per sempre. Stiamo praticamente parlando di una cosa paradossale: il divorzio taglia giuridicamente una relazione e contemporaneamente le vite, ma si dice “sì, è l’ex marito di mia figlia, però io lo vedo, io lo stimo, è venuto al funerale l’altro giorno”. Voglio dire che, dal punto di vista interattivo con le persone con cui c’è stata rottura, continuano dei legami, ma soprattutto, dal punto di vista simbolico, ci sono delle continuità, appunto dei legami che non c’è giustizia che possa recidere.

È un discorso che è un po’ più ampio di quello che riguarda il divorzio, ma mi viene spontanea l’analogia con le persone decedute, con i morti: quando si rivede un certo luogo ci si ricorda che è un luogo di cui persone non più in vita mi avevano parlato, mi avevano raccontato; quando, di fatto, qualcuno esce dalla vista nostra, rimane però molto nella memoria. Inoltre noi portiamo anche tantissimi segni fisici di questa relazione, sul nostro corpo, ma anche nel nome che portiamo ecc. Per cui, da un lato parliamo della fatica, della complessità dell’organizzazione della vita familiare dopo la fine della convivenza della coppia coniugale, (sposata o non sposata come molto spesso avviene) ma dall’altro ci stiamo occupando di tante modalità naturali, spontanee di continuità dei legami; forse ci dobbiamo anche prendere cura di inventare nuove modalità con le quali permettere, come dire, la cura del ricordo.

La mia ipotesi finale è che, proprio nel momento in cui la coppia coniugale – sulle cause del divorzio possiamo ritornare e approfondire – si separa, l’incarico di tenere viva la memoria di alcune cose, delle tradizioni ecc. è molto in carico ai nonni. Io non so se la fine del trittico (cioè degli incontri del prossimo anno) mostrerà anche che la cura della generatività è in capo ai nonni – che pure sono già vecchi e non fan più bambini – ma la questione oggi è di avere, anche nelle nuove generazioni, qualcuno che ha l’incarico ufficiale, sociale, di curare la memoria, il ricordo di ciò che c’è stato.

Naturalmente questa funzione non è così scontata. Infatti ho avuto un’impressione, intervistando dei nonni, che possa esserci il tutto bianco o il tutto nero. Una delle cose che ho inventato, dopo le interviste, è stata una tipologia di nonni: ci sono i nonni sorpresi del divorzio avvenuto, i nonni maghi (“te l’avevo detto”), i nonni colpevolizzati, i nonni capaci di tenere le giuste distanze e i nonni “del diritto”. La transizione – riprendo il concetto generale – che avviene per moltissimi motivi, per esempio l’avere un bambino adottivo, può essere per i nonni molto traumatica; nel caso della separazione e del divorzio, qualcuno ha un po’ l’atteggiamento di minimizzare (statisticamente succede in tante situazioni), qualcuno invece, che davvero non ne aveva sentore, che non ne aveva il sospetto, si spaventa e, dopo lo spavento, la cosa ricorrente è il sentirsi responsabili, colpevoli e da lì poi le varie tipologie: siccome sono responsabile, colpevole, intervengo in modo massiccio (prendo in carico i nipotini, comincio a curarli in modo, diciamo, intenso); c’è anche chi, sentendosi  colpevole, si allontana o si dispera.  Ho riscontrato, nel lavoro di preparazione di questo testo e vedendo tantissime ricerche, anche in altri paesi, in Irlanda, in Australia, che ci sono delle patologie psichiatriche nelle nonne, soprattutto nelle mamme del papà separato, perché questo cambiamento, che consiste nell’allontanamento anche materiale e a volte nell’emarginazione della nonna paterna, porta in queste persona una depressione grave.

Non vi nascondo che il tema della separazione e del divorzio è venuto alla ribalta dopo che è stata fatta un’operazione di normalizzazione a cui anche alcuni psicologi italiani hanno contribuito, ma  adesso torna ad essere allarmante in termini di costi sanitari: uno dei costi emergenti è quello della cura psichiatrica, o anche solo della psicoterapia, per queste figure delle nonne paterne messe ai margini e molto sofferenti per la distanza da un nipote, col quale c’è stata molta familiarità, distanza dovuta alla  volontà di cancellazione  del  partner e di tutto l’universo che c’è dietro. Quest’atteggiamento – scusate la parola – consumistico da parte dei partner e da parte a volte delle famiglie d’origine dell’uno e dell’altro, è rischioso, è pericoloso per i nipoti quasi quanto le guerre permanenti. Dunque come dicevo prima, c’è bianco e c’è nero, ci sono delle situazioni post-divorzio nelle quali ci sono dei tentativi di chiusure totali e di emarginazioni totali che davvero sono dolorose per gli anziani e molto faticose per i bambini. A proposito di costi, non so se ricordate che qualche anno fa Cameron in Inghilterra – il paese che in Europa ha la più alta percentuale di divorzi – aveva immaginato una tassa sui divorziati, perché era necessario prevedere il costo del supporto riabilitativo nella scuola per i bambini che, come è dimostrato, hanno molto spesso delle difficoltà di apprendimento. Il che comporta la necessità di mettere una maestra d’appoggio, così la proposta di Cameron era di far pagare una tassa. Questo provvedimento non è stato attuato, ma si sta facendo mente locale su questi costi e su quelli sanitari legati al divorzio.

Mi sento però di fare una piccola digressione, che mi ha suggerito Francesco, sull’approfondimento dei termini. Siccome il titolo che è dato è “separazione” e non “divorzio”, io vorrei fare l’elogio della separazione e l’elogio del conflitto, prima di entrare a parlare delle risorse per gestire la transizione del divorzio e della separazione. Mi è venuto in mente questo  perché uno dei passaggi strutturali, fondamentali perché il soggetto sia tale è quello della separazione; parliamo ovviamente della separazione del bimbo dalla madre alla nascita, ma parliamo  anche di quella separazione faticosissima per noi genitori quando i nostri figli lasciano la casa, vuoi perché vanno a studiare, vuoi perché si sposano, parliamo della separazione non facile degli adolescenti dalla famiglia, per  reincastrarsi in un gruppo, ma parliamo  anche della giovane coppia che deve separare i propri punti di riferimento, i propri modi di cucinare, di gestire il tempo ecc. per costruire un’identità di coppia, un’identità familiare propria. Io vorrei solo che ci ricordassimo, in sintesi, che il termine separazione indica uno dei possibili e indispensabili passaggi, attraverso i quali si costruisce il soggetto. Voi sapete che la parola in uso nel mondo anglosassone è divorzio, perché non esiste, come da noi in Italia, un primo passaggio che è la separazione fisica, la separazione legale per poi passare al divorzio. Dove il divorzio è la situazione che, dal punto di vista civile, rende di nuovo l’uomo celibe e la signora di nuovo nubile, così che si riapre la possibilità delle seconde nozze. Voglio dire che troppo spesso la separazione come tale tende ad essere considerata solo un evento negativo, mentre è un evento fisiologico indispensabile per crescere.

Parlando con le coppie che si separano, nei colloqui di mediazione familiare, scopriamo che una concausa è Il modo con cui sono state vissute le varie separazioni delle varie transizioni della vita: ciò di cui le coppie ci parlano nei primi incontri di mediazione familiare per definire gli accordi di separazione, è una difficoltà soggettiva, o di lui o di lei o come coppia, di separarsi in altre transizioni della vita ora.

Nel libro accenno a uno strumento che usiamo molto nel lavoro clinico, nel lavoro di ricerca del Centro studi della Cattolica: è un genogramma, una sorta di albero genealogico che permette di mettere sulla scena sia i genitori che si stanno separando, sia tutto il corpo familiare e le genealogie che ci stanno intorno. Su questo genogramma possiamo collocare dunque anche altre figure significative della storia familiare. Noi non ci addentriamo ad approfondire, nella mediazione, le cause profonde e recondite della separazione, però alcuni eventi vengono da loro condivisi. Spesso la coppia imputa, recrimina accusa la difficoltà vissuta nella separazione tra la loro coppia di nuova costituzione e la famiglia di origine di lui e di lei.

Riprendo, scusate, le parole di Giovanna, riguardanti il codice familiare primario della tolleranza della diversità. Esso è assolutamente all’origine della costituzione della coppia, e tutti voi avete fatto questa esperienza, immagino, più o meno una cinquantina d’anni fa, perché tra tutti abbiamo avuto le nozze più o meno in quell’epoca. La sperimentazione della difficoltà a tollerare le differenze del partner secondo me è gigantesca, è gigantesca per la diversità nel gestire il tempo, nel riporre le cose negli armadi, come vedete non sto parlando di questioni di alto livello, parlo della diversità nel riporre le cose nel frigorifero. Io credo che, quando Scabini e Cigoli ci dicono “fate attenzione alle dimensioni interattive relazionali simboliche del familiare”, intendono far sì che non ci si soffermi solo su quelle preoccupazioni espresse con frasi come “non sposare quello lì perché è di un altro partito, perché ideologicamente è molto diverso da te”. Intendono dire che quello è un dettaglio, quello che fa fare molta fatica è la tolleranza nelle interazioni del quotidiano.  Sicuramente la tolleranza della diversità di genere era, fino ad oggi, una delle cose più affascinanti nel matrimonio, l’avere accanto qualcuno di diverso; per questo non so che cosa affascini nel matrimonio omosessuale dove questa differenza di genere non c’è. Certamente la differenza delle culture familiari è qualcosa che, se gestita, presa in mano, anche nominata nella sua provocatorietà, ha una sua possibilità di essere elaborata e, viste le diversità delle culture e dei corpi familiari, può portare all’ integrazione. Occorre evitare che si faccia apparentemente tutto grigietto, che si prendano “in mano” solo le cosiddette cose che stanno unendo tutt’e due.  Sto pensando, ad es. all’organizzazione delle feste di nozze, che sono uno dei momenti di scontro gigantesco fra le culture familiari dei due partner. C’è la possibilità di dare tutto in mano alla mamma di lei, che faccia come vuole, però poi arriva la famiglia di lui con la parentela e davvero può esserci una grandissima discrepanza. La diversità va guardata nella sua profondità e composizione.

Riassumendo: il non esserci stata separazione e differenziazione è una delle radici delle cause dell’implosione della coppia. Lavori recenti, fatti anche da Camillo Ragalia, sulle coppie miste, dove marito e moglie sono di diversa etnia, mostrano che queste sono di per sé le coppie a più alto rischio di separazione e di divorzio, in esse, se posso fare un’ipotesi, proprio questa diversità di codici di riferimento è coperta, cioè c’è una apparente omologazione, nata dal fatto che si prendono in considerazione solo le cose che si hanno in comune, quelle quattro abitudini di consumo che sono condivise. Per questo, è un tema che mi è capitato di discutere molto all’Istituto Giovanni Paolo I, i corsi di preparazione al matrimonio non dovrebbero essere fatti per individuare le cose analoghe, per omologare la coppia, ma in un certo senso per enfatizzare questa diversità e mettere in esercizio la tolleranza.

C’è un esordio nelle nuove famiglie, un po’ trionfalista, certo c’è l’innamoramento, ma nessuno ti fa pensare alle differenze; non lo può fare la coppia, la coppia si innamora per delle cose che hanno in comune, che hanno fatto insieme, che hanno guardato e desiderato congiuntamente, ma noi suoceri, tanto per intenderci, abbiamo il compito, in un certo senso, di non nascondere queste diversità, di poterle così nominare, metterle a confronto, anche ironicamente in alcune situazioni. Dobbiamo, come dire, fare “sostare” sulle diversità. Dicevo della valorizzazione della parola separazione e della parola conflitto, noi abbiamo pubblicato un testo sulla mediazione come strumento di rigenerazione dei legami in occasioni di conflitto nelle famiglie e nelle comunità. Sulla parola conflitto, si enfatizzava la radice, affermando che comunque le persone in conflitto sono strettamente legate; è chiaro che subito dopo è necessario precisare che può esserci un conflitto molto costruttivo – come dice quel proverbio “l’amore non è bello se non è litigarello” – e invece c’è una conflittualità che è davvero devastante e distruttiva.

Allora fare un libro, un incontro, lavorare molto oggi con le famiglie che attraversano la transizione del divorzio significa permettere di contenere, smontare, dipanare – non facilmente annullare – i conflitti distruttivi; si tratta cioè di fare in modo che la conflittualità, spesso generata dalla diversità (“ma come… allora tu pensi così, sei così…”) venga nominata, perché non si attui quello che ahimè anche molte ricerche ci dicono, e cioè la distruzione dell’interlocutore del conflitto. Si tratta di immaginare che dal conflitto non si esca con un “io vinco, tu perdi”. Questa è una modalità semplicistica, anche se ahimè diffusa, di solito praticata da chi non ha grandi storie relazionali. E’ una modalità non adeguata per i corpi familiari, perché anche se può esserci conflitto, come ho detto all’inizio, il legame familiare rimane e non possiamo negarlo.

 
Pomeriggio
Puntualizzazione richiesta a F. Botturi

Prima osservazione. La parola generazione e generatività con gli altri termini connessi non è un insieme di parole occasionali o circostanziali, ma ha un notevole peso, un significato elevato, dal momento che ciò che questa parola vuole dire ha sempre riguardato la natura propria dell’uomo, la natura specifica dell’uomo. Il termine generativo sta indicare che una soggettività è costituzionalmente in relazione con l’altro, in una relazione-azione con l’oltre sé, un oltre se che lo precede e lo segue, lo accompagna. Dinamicamente inteso il termine generare vuol dire in qualche modo far essere gli altri, essere stati fatti essere e fare essere, quindi la riflessione minima su questa parola ci dice di relazioni feconde che costituiscono l’umano, senza le quali l’umano non esisterebbe, senza le quali l’umano deperisce, si perverte, si smarrisce. Il richiamo che si farà sul tema divino nell’ultimo incontro del Corso mi sembra importantissimo, perché da lì nasce tutto, perché questo mistero di generatività si apre in Dio; se l’uomo è immagine di Dio, l’uomo e la donna sono l’immagine della generazione divina. In fondo Cristo che cosa è venuto a portare? È venuto a portare nella sua persona questa generazione: “chi ama me ama il padre, chi ha visto me ha visto il Padre”. Questo rapporto, questa novità assoluta è la novità definitiva

Seconda osservazione Questa si generatività ha valore assoluto perché è il fondo e in un certo senso lo scopo della realtà. La realtà infatti é rigenerazione continua sotto ogni aspetto e il paradiso stesso sarà una generatività continua. Ma un altro aspetto che verrà detto riguarda il valore strategico di questa parola; strategico perché fa fronte a una situazione molto stratificata, dotata di tante facce e capace di tante metamorfosi storiche, in cui il soggetto umano si è sempre più spesso pensato in senso antitetico, nel senso del soggetto autopossessivo. Mi riferisco all’uomo che si fa da sé, all’uomo che presuntuosamente vuole essere Dio, oppure, molto più semplicemente, in modo nichilistico, dice che non c’è senso a porsi il problema, che l’uomo deve vivere nelle circostanze senza cercare senso. Ci sono tante forme estremizzate di cancellazione di questa immagine divina dell’uomo. L’esempio che facevo stamane, per capire la rilevanza non privatistica della questione, riguarda lo Stato moderno. Esso ha un pensiero di questo tipo perché progetta la razionalizzazione completa della realtà in mano ad un potere che sia il più possibile estensivo e capace di controllare. Certo questa vicenda dello Stato ha avuto tante contestazioni e revisioni, ma questo pensiero arriva fino a noi: uno Stato che va contro la concezione cristiana della società civile, come società che si aggrega da sé, fatta di scambi generatori. Quindi la logica di una società non è quella di un potere preesistente e organizzatore, ma di una fecondità di relazioni che cercano una forma e delle regole; quindi lo Stato è un buono stato nella misura in cui amministra, regola, aiuta, sostiene un dinamismo che non genera lui. Invece l’idea moderna aberrante è che è lo Stato a generare la società. L’invenzione dello Stato moderno si è accompagnata ad un colpo con l’invenzione dell’individualismo, cioè del soggetto le cui relazioni sono concepite solo in modo funzionale e il soggetto – contro ogni evidenza − può essere pensato da solo. Nascita una mentalità per la quale è il potere che gestisce le relazioni, che governa il tutto nel modo più compiuto possibile. Questi due livelli, da un lato la questione antropologica della identità umana, dall’altro la condizione storica di cui ho richiamato un aspetto, quello dell’individualismo e dello Stato, giustificano l’interesse per questi due lati (antropologico e sociale) del generativo.

Peppino Zola

Ogni genio che origina qualcosa dice sempre parole nuove e quindi la questione sollevata da Francesco, circa il fatto di testimoniare quello che siamo noi e nel contempo combattere gli errori del secolo, passa attraverso parole nuove, che possono nascere solo da un’esperienza. Stamattina Francesco ha citato don Giussani: se c’è una persona che non ha inventato parole nuove, ma che ha detto parole nuove, nate da un’esperienza nuova, è don Giussani, che ha aiutato molti a stare da adulti di fronte ai problemi della nostra epoca. Credo che sia fondamentale il tema che è stato aperto, perché dobbiamo continuare a lavorare su queste parole – e quindi faccio ai relatori questa domanda: nello specifico qual è il ruolo proprio dei nonni di fronte a famiglie in difficoltà; è chiaro che non possiamo risolvere il problema oggi, ma anche qui si tratta di aprire una strada di approfondimento.

Costanza Marzotto (testo non rivisto dall'autrice)

Devo dire che anche durante il pranzo diverse persone hanno posto delle questioni molto complesse; mi veniva voglia di leggere, all’inizio del terzo capitolo del mio libro, la parte che riguarda l’esperienza del divorzio, della separazione della seconda generazione, raccontata dai nonni. All’inizio  v’è una citazione che ho “rubato” dal vostro sito: valorizziamo il ruolo dei nonni quali testimoni attivi dell’esperienza passata, per meglio affrontare le sfide, personali e sociali, del tempo presente; a seguire c’è poi tutta questa tipologia di nonni che non se l’aspettavano e quindi erano ingenuamente tranquilli e sereni, poi  di  altri nonni che è come se fossero lì ad aspettare (“te l’avevo detto io che non era la persona giusta”) e per questo sono, un po’ sadicamente, contenti che la questione si sia finalmente verificata, oppure ci sono nonni che dicevano: “sono molto colpevole, mi sento responsabile, forse non ho avvertito sufficientemente per tempo ”, e altri invece che invece sanno che questo evento critico, come dicevo prima, imprevedibile, ma assai ricorrente, può capitare anche nelle loro famiglie. Ecco, la mia proposta è: al di là della genesi di come questa coppia si separa, il ruolo dei nonni di trasmissione, soprattutto ai nipoti, dei valori dell’appartenenza, alla stirpe familiare, è un compito fondamentale. Per un verso c’è il rischio della banalizzazione (“non fa niente, così anche i miei sono entrati nella norma”), per un altro ci sono quelli che dicono: ”ah, aiuto adesso cosa succederà ai bambini, che diventeranno sofferenti, malati”. Tra queste due posizioni estreme c’è quella invece che i figli – nei gruppi di parola – hanno espresso in più modi: “vogliamo continuare a voler bene al papà e alla mamma e essere amati e frequentare le nonne, i nonni, le feste di famiglia”. Accanto alla parte del testo che tratta più di tipologie, di indagine su ciò che sta avvenendo nella nostra società, c’è una parte propositiva e in questa c’è la risorsa del gruppo dei nonni. A questo riguardo si potrebbe creare un gruppo di persone interessate ad approfondire l’argomento,  potrebbe cioè essere costituito un gruppo di nonni – anche questo in analogia con l’esperienza dei colleghi francesi di Lione dell’Association de grands parents – che si trovano per un numero circoscritto di incontri, con cadenza quindicinale ad esempio e con un paio d’ore di lavoro, con la possibilità di condividere questa esperienza, di apprendere dall’esperienza, e di non sentirsi giudicati cattivi o intrusivi, ma di essere aiutati dal lavoro del gruppo, che ha una conduzione professionale, ad individuare delle piste buone per aiutare, per ascoltare questi nipoti. C’è una lettera di una nipote, per la quale ho avuto l’autorizzazione alla pubblicazione, che dice proprio che la domanda che si fa ai nonni  è l’essere al fianco dei nipoti, non sbugiardare, non parlar male della nuora o del genero che hanno deciso per la separazione, non parlar male dell’altra famiglia; queste piccole attitudini utili per le famiglie potrebbero essere trovate, messe a fuoco in un gruppo di nonni, che si sentono e hanno voglia di confrontarsi fra di loro, in tutta riservatezza ovviamente, alla ricerca di strategie buone per fronteggiare questa transizione critica.

Giovanna Rossi

Costanza Marzotto ha usato il termine separazione per indicare che si cresce secondo un processo di differenziazione. A questo mi pare opportuno aggiungere che nella nostra esperienza personale e nel contesto sociale siamo continuamente messi di fronte all’emergere delle differenze. Questo è inarrestabile, cioè tutti i giorni, quando ci alziamo al mattino, noi incontriamo gli altri e siamo messi di fronte ad altro da noi. Allora la domanda che emerge è come si fronteggi la differenza perché si può negarla o si può invece far tesoro di essa. Nella prospettiva sociologica che condivido (Relational Studies in Sociology https://www.relationalstudies.net/) la differenza è ritenuta un vantaggio perché è legata alla sfida del relazionarsi, appunto tra diversi. Certo è una sfida impegnativa, è più semplice negare, ma se si nega ci si rinchiude, invece se si accetta la sfida in questo processo di relazionamento, ci si rende conto che ci si arricchisce.

Non vorrei che ci sfuggisse il nesso fra la generatività familiare e la generatività sociale; è decisivo per noi, perché abbiamo costituito e portato avanti un’associazione. Quindi avere coscienza che questa è una forma di generatività è fondamentale e lo è in quanto costruisce una relazione diversa tra noi, nello scambio che possiamo avere con i nostri figli e con i nostri nipoti e nel contesto sociale. Non è la stessa cosa concepire la famiglia come un ambito privato e partire da un’esperienza di condivisione come quella della nostra associazione, contro corrente in una società orientata all’individualismo.  Inoltre, rileggendo durante l’estate alcuni testi di don Giussani, mi sono resa conto dell’importanza della sua sottolineatura circa la differenza tra il movimento e un’associazione, che può essere un’opera di persone appartenenti al movimento. Il movimento è un quid di sorgivo, con sue modalità d’azione che si rinnovano nel tempo ma sempre con una identità distinta dai fenomeni associativi che ha generato attraverso la libertà di intrapresa degli adulti.

Aggiungo un’altra osservazione che si collega a quanto diceva Costanza.   Quando Costanza mi ha chiesto gentilmente di fare una presentazione del suo volume ero a Houston. Non è stata una cosa agevole non solo per via della differenza di fuso orario e per il mio coinvolgimento nella cura dei miei nipoti ma anche in quanto mi ha messo di fronte ad un’esperienza che definirei drammatica. E cioè quella di un nonno/a che si trova a dover fronteggiare la separazione/divorzio di un suo figlio/a.  Occorrono nuove energie personali che consentano di capire quale è la relazione possibile con i nipoti. Mi preme sottolineare che un fattore che aiuta è affrontare insieme le difficoltà che emergono. Questo non risolve tutti i problemi ma aiuta.

Peppino Zola

L’osservazione di Giovanna mi sembra molto importante, perché noi abbiamo la forma di un’associazione, ma dovremmo avere il metodo di un movimento.  Qual è il difetto possibile di un’associazione? Chi si è iscritto a una bocciofila sa che, se va alla bocciofila, gioca, paga un euro, ha dei compiti prefissati che lo rendono sicuro e tranquillo; un’associazione come questa dovrebbe invece avere il metodo di un movimento, cioè mettere in comune le esperienze personali, che avvengono nella vita; quindi un movimento è più sorprendente di un’associazione. Noi dovremmo considerarci un piccolo movimento nel Movimento.  Pensavo prima, noi siamo qui in una sessantina oggi; molti potrebbero dire: “ah, ma siete pochi”, ma, guardandoci in faccia, sessanta persone a Milano, convinte di un’idea e che la vivono nella loro quotidianità, possono essere una bomba, possono essere anzitutto uno spunto di conversione personale, ma anche uno spunto sociale che può cambiare la realtà intorno a noi. Questo anche per toglierci dalla testa e dal cuore la sensazione, che abbiamo ogni tanto, di una nostra debolezza; certamente siamo deboli, ma con una potenzialità che va oltre la nostra forza singola, se agiamo come movimento.

Ora possiamo ad interventi, domande, magari tutto in breve, perché il tempo a disposizione non è molto.

Dibattito (domande e risposte)
Prof. Mario Binasco (testo non rivisto dall'autore)

Volevo solo aggiungere un punto, rapidamente, a partire da quello che ha detto Francesco Botturi stamattina. Lui ha detto: “solo l’essere umano genera, gli animali non generano”; non so questo cos’abbia detto ai presenti, però se lui l’ha detto, supponiamo che abbia una sua importanza… Bisogna però spiegarlo, ciascuno se lo deve spiegare. Una delle mie spiegazioni è questa, spero che serva: l’essere umano genera perché genera qualcuno, genera un soggetto che gli chiederà conto della sua generazione, cioè l’essere umano genera, perché l’essere umano è l’unico essere vivente che ha il problema della sua origine, il problema della sua origine fa tutt’uno con la sua esistenza. Lo dico perché altrimenti si può avere un’idea meccanica della generazione, che va a senso unico: c’è chi genera, c’è chi è generato e allora la generazione diventa una delle tante azioni, a quel punto equivalente alla riproduzione.  Infatti   è vero che non si genera da soli – a parte il fatto che adesso con le tecniche si vuole fare da soli –  ma in ogni caso si genera qualcuno a cui si deve poi dare una risposta proprio circa la sua generazione, circa le circostanze, circa la storia. Si devono dare delle ragioni, si deve rispondere della origine; quindi, come dire, si fa in due perché c’è l’iniziativa e la domanda del generato, di cui tu hai l’oggettiva responsabilità anche se non lo sai, se non vuoi. Tu rispondi di fatto: il generato. l figli deducono qualcosa da quello che tu fai. Questo c’entra con l’eternità peraltro, perché anche lì il Generato ha la sua da dire, da chiedere al Generante. C’è sempre il rapporto tra generante e generato, c’è  la domanda sullo sfondo, la questione che chi è generato pone. Allora chi è generato è il figlio, ma è generato anche il nipote, diciamo, solo che in un’altra posizione; in fondo per i nipoti noi siamo quelli, o alcuni di quelli, che hanno sostenuto questa responsabilità con i loro genitori, quella  di rispondere, di dire qualcosa, di rispondere del da dove si viene; ora, siccome l’origine è un mistero, è chiaro che ciò che noi possiamo mettere lì come risposta è sempre, come dire, un tenente luogo un luogo tenente di questo, che può essere più o meno vero, più o meno autentico. Per i nipoti noi siamo in fondo l’altro dell’altro: se un genitore è l’altro, quello con cui tu direttamente sei in gioco, il fatto di essere l’altro dell’altro, quello a cui il genitore ha fatto le sue domande, quello con cui si è confrontato, tutto questo è una posizione che ci vincola a certi limiti, perché non possiamo prendere qualunque iniziativa,  però nello steso tempo è estremamente importante; quando Giovanna diceva che la nipote le ha chiesto del ’68, è lì la questione dove la generazione passa all’atto, emerge e la domanda è questa: “dimmi qualcosa, da dove vengo?” nel senso che quello è un significato, che non sappiamo completamente, ma che certamente c’entra con la generazione.

Innocenza Laguri

I nonni, nel vedere come un figlio sta con i suoi figli – dunque con i suoi nipoti – come anche nel vedere un matrimonio che non regge, possono scorgere le conseguenze di come a suo tempo sono stati vissuti i rapporti nella loro famiglia. Nel come mio figlio sta col suo ce li vedo. Si vedono dunque anche gli errori. Si diceva nel testo di Marzotto, che non si può riscrivere la storia. Viene la domanda sul come si possa vivere questa situazione.

Costanza Marzotto (testo non rivisto dall'autrice)

Provo ad aggiungere un dubbio al dubbio. La storia non si riscrive, l’ho detto perché pensavo fosse un modo per decolpevolizzare circa il come è andata; quello che invece si può fare è rinarrare la storia. In odo positivo, non come viene rievocato da certe storie o nomi: prima, a tavola, dicevamo che non bisogna più parlare di Cenerentola perché ha le sorellastre, le sorellastre sono un termine negativo e c’è tutto questo enorme problema dei bambini che hanno dei fratelli delle nuove unioni dei loro genitori, sorellastre, matrigna o patrigno. Questi nomi per fortuna in altre lingue sono diversi: il francese usa il termine belle-mère, beau-père, l’inglese step-father, step-family, termini molto più tollerabili. Dicevamo che la storia non è più riscrivibile, nel senso che è andata come è andata, ma esiste la possibilità di rinarrare queste cose; anche una cappellata che si è fatta io credo, perché personalmente l’ho vissuta così, può essere una cosa su cui si può tornare a parlare; il gruppo di parola, e con questo faccio l’analogia con l’eventuale gruppo dei nonni, serve perché il mattone della cappellata, l’imbarazzo di essere imbranati, ci pesa tantissimo. Spesso non è pesante di suo, è un problema che non ha trovato un significato, non ha trovato un modo di essere spiegato, dipanato. Ma ho visto che la possibilità di riparlare di alcune cose ha una funzione alleggerente, per i bambini sicuramente, per noi adulti altrettanto, nel senso che quello che ci pesa non è l’averlo fatto, ma non riuscire a capire il senso di quello che è avvenuto.

Accenno a una cosa che mi è venuta in mente prima, quando avete parlato di generatività, riguarda il problema dei bambini dei separati che si trovano a volte con uno dei genitori scomparso di scena, emarginato o che si ritira, perché si sente arrabbiato, colpevole o quello che è, e il bambino è appiattito su una relazione bipolare, binaria, lui e sua madre. Ora il genitore può anche aver fatto una cappellata nell’educazione di suo figlio, ma guardiamo con attenzione che il bimbo della coppia separata non si debba appiattire su un genitore, su una stirpe. In qualche modo è nostro compito ricollocare un figlio dentro un triangolo sacro; evoco la Trinità – e spesso io lo faccio quando parlo di queste cose. E il nonno o la nonna che non sono stati così abili, possono svolgere una funzione, la funzione di rimettere il bambino dentro un triangolo sacro, in modo che non ci sia questo appiattimento; si cresce e ci si può sviluppare solo se si è non onnipotenti o iperprotetti, ma se si ha accesso a delle diversità; ancora una volta questo paradigma triangolare ci salverà.

Giovanna Rossi

Il problema posto da Innocenza Laguri riguardante la storia passata credo sia rilevante. Penso che nessuno di noi abbia una storia senza falle, è però importante quanto affermava Costanza: non si può riscrivere la storia ma si può riflettere e ridire. Il termine che preferisco usare è riflessività, l’adulto è una persona riflessiva, altrimenti non è un adulto. Un’altra cosa desidero segnalare per quanto riguarda la relazione con i nostri nipoti: è importante renderci conto che la relazione con loro non è da pensare e da agire come qualcosa di esterno a noi, è una relazione che ci ricrea indipendentemente da quello che riusciamo a fare. E’ fondamentale per essere noi stessi, non è un dettaglio perché è buona parte della nostra identità, l’essere nonno è un dato di fatto, non un optional.

Intervento

Riprendo quello che già dicevo a tavola. Cosa posso dare ai miei nipoti? Io ho due nipoti, uno di 10 e uno di 8 anni e in pratica, in termini di sovvenire ai bisogni concreti della famiglia, faccio poco o niente, perché mia nuora è figlia unica e i genitori, che sono pensionati, abitano a cinquanta metri e tutto quello di cui c’è bisogno lo fanno loro; quindi io mi godo i nipoti in vacanza o quando li invito. Allora mi chiedo: io cosa posso dare? Quando c’è stato bisogno, ho dato una mano economicamente. Ma dov’è il punto? Cosa posso dare io ai miei nipoti? Sicuramente posso raccontare loro l’incontro che ho fatto, mi veniva in mente la domanda che un nipote ha fatto alla nonna: “Nel ’68 tu c’eri?” L’altra cosa è proporre quei giudizi culturali, quei giudizi sulla realtà che in qualche maniera ho maturato. Faccio degli esempi, uno suggeritomi dalla pubblicazione del libro di Camisasca sull’esperienza di GS – secondo me eccezionale. Se io avessi dei figli adolescenti lo proporrei. Altro esempio è il Convegno sulla marjuana, del Centro Livatino. E’ un tema interessante da portare anche nelle scuole, perché sta passando una logica per cui la marjuana fa bene; però, come mi è stato suggerito da un Docente, occorre anche proporre qualcosa di reale e di alternativo se non tutto è inutile; Vorrei una sera affrontare questo tipo di discorso, non per indottrinare la gente, ma per dire come stanno le cose, perché il rischio educativo è anche questo. Questa mi sembra una strada che vedrei bene nel nostro tentativo, la strada dell’elaborazione di un giudizio, da proporre a chi viene dopo di noi, come maturazione di un’esperienza.

Intervento

Una domanda molto breve. Io sono rimasta molto colpita dalla questione della generatività che è anche generatività sociale, ho capito l’efficacia di questo passaggio, insieme al richiamo che avete fatto sulla responsabilità, sul fatto che generare significa anche, come diceva Binasco, dare delle risposte, cioè dover trasmettere, essere propositivi. Mi sto rendendo conto di come la fatica di recuperare la volontà di dire, oggi, sia schiacciante; io almeno la vivo così, nel senso che mi sento impotente di fronte a tutti questi messaggi, che a volte vengono proprio anche dal mondo ecclesiale. Ad esempio a proposito del Sinodo dei giovani, si parla dell’importanza   di ascoltare i giovani. Mi sento a disagio, mi dico: ma noi come facciamo a smuovere, a portare qualche cosa? Qui, sentendo questa verità, che ha anche questa valenza sociale, di responsabilità, mi sto un po’ ricaricando di speranza.

Peppino Zola

Mi pare che questa domanda ponga un problema, dal punto di vista educativo, centrale nell’educazione di oggi, perché il dramma educativo di oggi è, in fondo, che qualcuno ha convinto gli adulti che è giusto che non dicano nulla, che è giusto che lascino fare.  Mi pare che il problema sia questo. Io credo che tra i nostri compiti c’è quello di non farci intimidire da questa cultura, che è anche violenta, violenta perché ti emargina. Quindi, come diceva Giovanna prima, è importante il mettersi insieme in un movimento di nonni, che si aiutino a non aver paura di quello che Chesterton chiamerebbe l’uomo comune, che abbiano dentro la voglia di dire ai propri nipoti, la voglia di educare, di non star zitti. Esprimiamo questo desiderio! Come diceva San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio, famiglia sii te stessa, non aver paura di esser te stessa. Anche dentro la Chiesa, i carismi che lo Spirito Santo ci porta – Chiara, Giussani – hanno avuto il coraggio di dire, di proporre, ciascuno con la sua sensibilità, magari qualcuno in modo più deciso e rude, qualcuno in modo più gentile, ma hanno fatto proposte. Io credo che questo, dal punto di vista dell’educazione, della nostra responsabilità educativa, sia uno degli aspetti che fa parte della responsabilità che abbiamo, non solo nei confronti delle famiglie in difficoltà, ma nei confronti delle famiglie normali. Anche questo è drammatico, c’è dramma non solo quando c’è una difficoltà in famiglia, ma anche nella normalità dei nostri rapporti, ma il fatto che sia drammatico non deve farci fare un passo indietro.

Mario Binasco (testo non rivisto dall'autore)

Quando prima dicevo che tu generi qualcuno che ti chiede, che tu lo sappia o no, te ne accorga o no, ma che di fatto ti chiede, mi viene in mente quello che dicevi tu Francesco sulla Chiesa, sul Sinodo. Mi spiego. Secondo me alla base c’è questa questione – sarà perché faccio l’analista da secoli, ma non è solo per quello: si genera nella misura in cui, anche, si chiede al generato, al generando, di chiedere conto. Che è diverso da quello che noi normalmente pensiamo: cioè fargli dire quello che noi vogliamo che ci dica. Ora questo è quello che fanno i vescovi, i cardinali, quello che ha fatto Baldisseri nel suo efferato questionario di qualche anno fa. Si dice – adesso ascoltiamo i giovani- benissimo! Però ascoltiamo i giovani se chiediamo loro davvero di porci le questioni che per loro sono vere, non se mettiamo loro in bocca le parole che vogliamo sentirci dire. Perché allora è come il sistema della pubblicità; il nostro mondo è fondato sulla pubblicità e la pubblicità dice: chiedi questa cosa che è esattamente quello che io ti sto proponendo. Da questa dinamica viene il senso di impotenza, per cui anche chi dovrebbe mettere i giovani in condizione di dire quello che non torna, alla fine fa dire loro quello che torna. Non ci siamo. Si finisce per mettere in bocca ai giovani   anche le contestazioni, si dice ai giovani quello che non va, mentre invece è interessante far dire a loro quello che per loro non va. Si è completamente perso il senso della generatività. Gesù Cristo è venuto per salvare, ma chi di noi, degli altri ha l’idea che l’essere umano è qualcuno che deve essere salvato? Si genera qualcuno se lo si mette nella condizione di essere salvato, si genera un problema non una soluzione. Senza questo cade tutto, perché la verità più profonda che uno può dire rispetto alla propria esistenza è questo modo di generare.

Peppino Zola

È arrivato monsignor Bressan, Vicario della Diocesi di Milano, che celebrerà per noi la Messa e che salutiamo e ringraziamo per la sua attenzione nei nostri confronti.

Adriana Mascagni

Mi colpisce la questione del rapporto fra generatività e diversità.  La ritengo molto importante, perché spesso tutte le questioni nascono proprio dall’affronto di una diversità, in cui non si sa riconoscere quel valore generativo. Credo che solo se si affronta questa questione si possano poi individuare tutte le soluzioni. Se gentilmente si può puoi riprendere il problema, ringrazio.

Giovanna Rossi

Costanza Marzotto ha usato il termine separazione per indicare che si cresce secondo un processo di differenziazione. A questo mi pare opportuno aggiungere che nella nostra esperienza personale e nel contesto sociale siamo continuamente messi di fronte all’emergere delle differenze. Questo è inarrestabile, cioè tutti i giorni, quando ci alziamo al mattino, noi incontriamo gli altri e siamo messi di fronte ad altro da noi. Allora la domanda che emerge è come si fronteggi la differenza perché si può negarla o si può invece far tesoro di essa. Nella prospettiva sociologica che condivido (Relational Studies in Sociology https://www.relationalstudies.net/) la differenza è ritenuta un vantaggio perché è legata alla sfida del relazionarsi, appunto tra diversi. Certo è una sfida impegnativa, è più semplice negare, ma se si nega ci si rinchiude, invece se si accetta la sfida in questo processo di relazionamento, ci si rende conto che ci si arricchisce.

Adriana Mascagni

Mi colpiva che la scaturigine stessa della generatività sia la differenza, si origini con essa. E il fatto che in una famiglia il vincolo della generazione, con la fatica della differenza, deve essere reso sempre nuovo, deve essere sempre rigenerato, non solo quando il vincolo si rompe ma anche nella normalità, per esempio con i figli. Per me importante è anche il fatto che questo recupero non possa essere fatto da soli, ma insieme dunque l’insieme è esso stesso generativo L’essere insieme oggi è importante e sono importanti le occasioni di incontrarsi ogni mese, non è cosa organizzativa, è la condizione per scoprire la nostra funzione personale e nella società, dalle idee si può così passare a quel movimento di cui si parlava prima.

Francesco Botturi

Su queste questioni importantissime, non facili ma anche decisive, mi viene in mente una frase che ho letta in Monsignor Angelini, teologo morale, in un suo bel testo sul tema dell’educazione: l’educazione consiste nell’assumere quella promessa e quella responsabilità che l’aver fatto nascere qualcuno ha comportato. Dunque far nascere qualcuno è come promettergli qualcosa: una vita, l’avvenire, un senso, una compagnia. Questa idea descrive con altre parole l’atteggiamento generativo, cioè l’assumersi la responsabilità dello spazio che si è creato, dell’interlocutore che, come diceva Mario Binasco, si è messo al mondo.

La responsabilità circa la promessa sta nel consegnare l’altro alla sua libertà; infatti la responsabilità della promessa non significa mettersi al posto dell’altro o dirigerlo dove si vuole che egli vada, ma creare lo spazio possibile affinché l’altro possa accorgersi di essere libero e possa essere consegnato alla sua libertà. Tra la promessa e la libertà sta tutto il tema della domanda, di cui diceva Mario Binasco. Tutto questo avviene soprattutto se l’interlocuzione è stabile: domande che ci vengono fatte, domande che noi stessi possiamo fare. Il rapporto coi nipotini da questo punto di vista è interessante per la capacità che i piccoli hanno di porre improvvisamente la domanda che non ci si aspetta, che non c’entra con quello che si sta facendo, ma sono spesso domande spiazzanti, a cui solo dopo due mesi si capisce che cosa si sarebbe dovuto rispondere…

È una esperienza attiva, per descrivere la quale aggiungo una parola in più, che non abbiamo mai usato e che in genere non si usa in questo ambito di gestioni. La parola e riguarda chi ha la responsabilità di creare lo spazio di interlocuzione. Questa funzione di creare lo spazio e di mantenerlo vivo accettando la sfida e il lavoro della cosa, l’interloquire, insomma, ha anche un aspetto essenziale di potere. Dobbiamo riconoscerlo, qui è la genesi del potere tra i soggetti, tutte le altre forme di potere sono derivate; d’altra parte, il generare è un potere, il potere generativo appunto.

Nelle relazioni c’è un’oscillazione continua tra il garantirsi la riuscita della cosa, reggere il mazzo della faccenda e l’essere coinvolto con l’altro in qualcosa che ci supera. Se un tempo prevaleva l’autoritarismo, oggi si assiste all’assentarsi il più possibile dalle/nelle relazioni, oggi siamo in questa situazione; si dice noi dobbiamo essere a servizio, ma per rendere un servizio c’è bisogno di un potere, per essere genitori c’è bisogno del potere genitoriale, per essere nonno idem, è un potere delicatissimo e importantissimo che incide, che può essere generativo o degenerativo. C’è il problema del sottrarsi alla gestione del potere, è la cattiva coscienza che oggi l’autorità in genere ha in ogni ambito.

Ne vengono atteggiamenti tipici, di bonomia a oltranza, di buonismo, in cui in profondità a me pare che prevalga in modo squilibrato il materno (accoglienza, protezione, cura, ecc.) sul paterno (norma, separazione, attivazione, potere dispositivo e “discriminante”). La componente virile del rapporto sembra marginalizzata (magari lamentandosi che la figura del padre è in crisi); la paternità sa che ha un potere e lo gestisce e che deve assumersene la responsabilità. Questo dovrebbe essere oggetto di riflessione perché è veramente il tono dell’esperienza che varia. I grandi amici della nostra vita sono sempre stati coloro che nei nostri confronti hanno esercitato il potere (generato dal ruolo o dalla stima e dal credito, ecc.) di cui disponevano in modo benefico; cioè hanno gestito attraverso il potere la possibilità di consegnarci alla nostra libertà (e non alla loro). E anche questo è divino perché è proprio Dio che, creando, consegna l’altro alla sua libertà esercitando un potere sommo tutto a favore della creatura.

Costanza Marzotto (testo non rivisto dall'autrice)

Mi preme aggiungere questo, circa il dare continuità all’interlocuzione: quando una coppia si separa una possibile cosa è che si interrompe l’interlocuzione, non si parla più, se non tramite avvocati come se non ci fosse più la possibilità dell’accesso al ramo diverso. Da questo punto di vista l’idea che quando ci si separa si va insieme da un terzo per inventare una possibile interlocuzione come genitori e per vedere come le stirpi familiari possano essere risorsa per i bambini io la sento così: attraverso un terzo neutrale equidistante puoi dare continuità all’interlocuzione, altrimenti c’è l’interruzione e il malessere che i bimbi portano nei gruppi di ascolto è proprio questo: se un papà se ne è andato potrebbe andarsene anche la mamma e io restare solo

Intervento

Importante che i nipoti si accorgano di essere amati, facilita la loro libertà.

Peppino Zola

Mi rifaccio a stamattina: c’è un problema generativo a livello della società e della famiglia, per contrastare questo pensiero unico, occorre che riaffermiamo la nostra identità cristiana, abbiamo sempre detto meno stato e più società, cerchiamo di trasmettere questo aspetto. Possiamo essere esempio e testimonianza di questo come nonni, dire da dove andiamo, dove stiamo andando, chi ci ha fatto

Ci siamo richiamati l’importanza dell’essere insieme. Sia per il peccato originale sia per il peccato che c’è in giro, è sempre più impossibile cavarcela da soli. Ci siamo messi insieme come associazione ma nella sostanza come movimento di persone che, vivendo, mettono in comune le proprie esperienze e le giudicano, credo questo ci faccia crescere e sia lo scopo ultimo

Insieme abbiamo messo a fuoco alcuni problemi che abbiamo.

Per confermare il nostro stare insieme, a partire da novembre ci vedremo ogni primo mercoledì del mese per un momento di dialogo tra noi e di convivenza, a partire da un tema specifico, verso le 18,30. E’ un parlare per confermare il nostro essere insieme approfondire le tematiche che dobbiamo affrontare.