Incontro di conversazione 2

Mercoledì 5 dicembre abbiamo tenuto al Rosetum di Milano il nostro secondo Incontro di Conversazione durante il quale, come previsto, abbiamo ripreso e ulteriormente approfondito il tema dei limiti sempre più stringenti, imposti alle fondamentali libertà individuali di pensiero, opinione ed espressione, dal prevaricante diffondersi del pensiero unico.

Ricco il dibattito sull’argomento, vari e mirati gli interventi che hanno trovato sede nel documento finale “Libertà in gabbia – conclusioni” elaborato dall’amico Francesco Botturi e che trovate qui sotto.

Libertà in gabbia - conclusioni
 

F. Botturi

  1. Constatiamo un fenomeno diffuso che mette in pericolo la libertà di opinione e di azione. Si chiama “pensiero unico”, che molti riconoscono esistere, ma che tutti subiscono, come un’atmosfera entro cui ci si muove, si valuta, si decide e che toglie l’effettiva possibilità di esprimere pubblicamente posizioni non accreditate.a) Sono molti gli esempi ricorrenti di questa situazione.

    la grave questione delle immigrazioni è assunta nella prospettiva di un generico multiculturalismo, come sinonimo di accoglienza, non discriminazione, integrazione, con la corrispettiva accusa di inospitalità, discriminazione, emarginazione, se non razzismo, per chi formula delle critiche, oscurando la vera complessità della questione, la necessità di approcci interculturali, il loro alto e prolungato costo, la problematicità dell’esito di integrazione, ecc. con il termine islamofobia in Francia e Belgio vengono addirittura condannate penalmente persone che osano esprimere giudizi severi circa il terrorismo islamico e la cultura islamica; in generale, sono denunciate tutte le considerazioni critiche circa le oggettive difficoltà di armonizzare la cultura europea moderna con la cultura islamica;     

    l’ecologia è un altro vasto ambito di questioni che l’ambientalismo tende a monopolizzare; la cultura ambientalista cerca di gestire i criteri pubblici di giudizio e di accreditare come progressiste solo certe soluzioni degli innegabili problemi ecologici, quelle soluzioni cioè in cui la salvaguardia della natura sospende o rende marginale l’intervento dell’uomo;

    similmente, la maggioranza delle correnti animaliste mirano a una massima riduzione dell’intervento dell’uomo e della sua interazione con la vita animale; conservare l’ambiente naturale e la vita animale significa preservarle il più possibile nelle loro forme spontanee;

    il tema dell’omosessualità è un esempio fin troppo chiaro di una questione emergente usata entro una strategia culturale a senso unico, che vuole affermate a ogni costo un nuovo paradigma dell’identità sessuale, anche con consistente carica aggressiva nei confronti delle resistenze, come appare nel termine “omofobia” usato come minaccia incriminatoria nei confronti di ogni dissidenza culturale;

    la dottrina del gender, a sua volta, è stata oggetto di una campagna di opinione, vasta e insistente, affinché divenisse un tema pubblico, urgente e fortemente dialettico, determinante l’ordine del giorno dell’agenda culturale e politica del Paese, così come già è stato per altre questioni etiche (divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia).

    b) Ma del pensiero unico fa parte anche un lato negativo, ovvero il silenzio mantenuto o favorito su altri aspetti della realtà antropologica e sociale. Ad esempio,

    il tema della demografia e del grave calo demografico, che si prospetta come uno dei maggiori problemi sociali dell’Europa e in particolare dell’Italia del XXI secolo. La questione non riesce ad essere del tutto tacitata, ma è trattata come dato di cronaca senza attribuirle il rilievo di uno dei problemi strategici contemporanei e senza impegno circa i possibili rimedi che hanno a che fare con gran parte dell’attuale organizzazione sociale;

    similmente avviene per la famiglia, così come essa è intesa e vissuta ancora dalla maggioranza dei cittadini europei e italiani: famiglia eterosessuale, stabile e generativa, di cui invece si parla anzitutto per ridefinirla come una delle forme possibili di famiglia. Si sottace così il suo specifico e ampio contributo sociale (ricambio generazionale, educazione, solidarietà, risorsa produttiva, tradizione culturale, ecc.) e non se ne affrontano i problemi e gli impegni sociali e gli aiuti pubblici necessari;

    tra le problematiche sociali di origine famigliari un assordante silenzio si registra a proposito dei fallimenti famigliari e delle relazioni precarie (convivenze, ecc.) in termini di costi umani, in particolare giovanili, e di destabilizzazione e insicurezza della società;

    la realtà giuridica e sociale dell’aborto, una volta acquisita, è divenuta un oggetto “intrattabile”, sottratto al dibattito pubblico e per così tabuizzato; reso indiscutibile, nonostante le nuove problematiche in campo, da quelle dell’aborto chimico, della crescente obiezione di coscienza da parte del personale medico a quelle dell’emergenza demografica, delle nuove sensibilità circa l’identità materna relazionale, l’etica della cura, l’accoglienza, la solidarietà, ecc;

    la libertà religiosa, minacciata in gran parte del mondo, è trattata in modo estemporaneo e parziale, spesso con l’indifferenza della pura cronaca;

    ci sono poi le realtà di cui, all’occorrenza, si parla moltissimo – come nei fatti di delinquenza minorile o di femminicidio −, ma sulle cui cause e sui cui motivi, in grado di dare qualche spiegazione ragionevole, si tace sistematicamente perché è palese che bisognerebbe mettere in discussione questioni (sulla sessualità, l’affettività, l’educazione, l’informazione) che contrasterebbero con le certezze protette dal pensiero unico.

    c) Infine, un terzo lato del pensiero unico è la promozione di un’attitudine molto permissiva, in cui tutte le opinioni e le scelte sono possibili e non passibili di giudizio, come espressione di rispetto per le sensibilità altrui; le cui corrispettive virtù sono l’atteggiamento dialogico (ascoltare le ragioni), non divisivo e non discriminante (evitare il dissenso). È quello che possiamo chiamare sindrome buonista, che si combina con le due dimensioni precedenti: da una parte i valori dell’ascolto e del rispetto vengono subordinati a una premessa relativista (tutte le opinioni e le scelte stanno di principio sullo stesso piano), dall’altra, un’assenza programmatica di valutazione è funzionale alle esclusioni e ai silenzi del pensiero unico stesso.

  2. Il cd pensiero unico è dunque qualcosa di complesso e che fa sistema, influenzando in modo determinante il contesto sociale e politico; non a caso è chiamato anche pensiero “politicamente corretto” ovvero conforme alle regole comuni di comportamento che esso contribuisce a formulare e a sostenere.
          

    In senso stretto, il pensiero unico è una tipica caratteristica dei regimi totalitari; ma, di fatto, è anche una forma di autoritarismo possibile nelle democrazie, nella forma di un conformismo programmato e di un pensiero a senso unico controllato.

    In ogni aggregato sociale avviene infatti che si formi un’opinione pubblica che ne orienta e ne condiziona la vita; è una delle principali forme di potere, in particolare nelle attuali società della comunicazione, ed è anche un modo di rassicurazione e di unità, benché opaca e spesso ottusa.

    Ma quello che caratterizza oggi le società democratiche occidentali è il contrasto paradossale tra un accentuato pluralismo di opinioni, valori, culture, di cui esse vanno fiere, e un simultaneo tentativo di condizionare, anzi di pilotare e ridurre il più possibile tale pluralismo.

    Il pensiero a senso unico, dunque, fa leva sullo spontaneo conformismo sociale, ma è palesemente sostenuto anche da poteri culturali, politici, mediatici, che vorrebbero mettere sotto la loro tutela la società e la democrazia. Una democrazia frenata, perciò, il cui ideale sembra essere una democrazia autoritaria, con un severo danno alla libertà personale e sociale; cosa che le tecnologie contemporanee della comunicazione rendono oggi facile.

    Tutto questo mette in gioco il livello istituzionale della convivenza e la funzione superiore del potere pubblico statuale, che dovrebbero garantire il pluralismo effettivo, cioè su piede di parità, di tutte le culture e delle loro espressioni.

    Il politicamente corretto minaccia invece il pluralismo effettivo e tende a corrodere l’imparzialità delle istituzioni pubbliche (cfr. la magistratura). In tal modo viene messo in discussione il valore della “laicità” dello Stato, che consiste nell’equidistanza di principio dei poteri pubblici nei confronti di tutte le forze sociali e le presenze culturali di un Paese; non per creare distanza o indifferenza dello Stato nei confronti della società civile, bensì per rendere giusto l’esercizio del potere nei confronti della società civile ed eque le collaborazioni con tutte le realtà sociali protagoniste, ciascuna nel suo ordine.

    Laicità, dunque, non significa laicismo, ma equità attiva e astensione da ogni forma di privilegio di realtà, culture, poteri, siano essi religiosi o laici. Nei confronti di tutto ciò il pensiero unico non è oggettivamente favorevole.

  3. Se riprendiamo i contenuti esemplificativi del pensiero unico, ci possiamo domandare se si possa ritrovare tra essi un denominatore comune: che cosa vuole affermare il pensiero unico e che cosa vuole escludere? E dove vuole condurre? Se diciamo che esso “fa sistema”, attorno a che cosa lo fa?

    È abbastanza facile intravvedere delle direttrici costanti, che si possono riferire a due poli, l’uno antropologico e l’altro socio-politico, che fanno sistema tra loro.

    a) La polarità antropologica è caratterizzata da un vistoso individualismo, cioè da una considerazione degli uomini come soggetti ben identificati da una individualità senza relazioni costitutive e significative.Tutte le questioni identitarie evocate nelle precedenti esemplificazioni (sessualità, affettività, famiglia, vita e morte, educazione, cultura etnica, cultura religiosa) testimoniano di un approccio ai relativi problemi come misurati esclusivamente da un apprezzamento singolare e soggettivo; ma meglio sarebbe dire autoreferenziale.

    L’identità soggettiva sembra garantita principalmente dalla sua capacità di riferirsi a se stessa e dalla possibilità di estenderla sempre di più socialmente e giuridicamente, di imprimere per così dire la sua immagine sul mondo intero.

    Il pensiero unico promuove questa cultura e la persegue nella convinzione che essa sia l’unica forma possibile e adeguata per il futuro della cultura occidentale.

    Da dove proviene questa visione, diventata contenuto di una strategia culturale e politica? Alle spalle sta una certa interpretazione dell’età moderna, che vede nell’idea della libertà la sua eredità fondamentale e quindi la cifra dell’uomo adatto al futuro.

    Si tratta di un’idea di libertà estrapolata da ogni orizzonte complessivo di senso e di valore, al cui centro resta l’individuo con la sua solitudine e anche la sua arroganza.

    La cultura moderna nel suo insieme, infatti, è stata caratterizzata da un forte spirito universalista; i valori moderni (da libertà uguaglianza e fraternità della rivoluzione francese alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948; ma anche le idee di Stato e di politica, di scienza e di tecnica, di storia e di progresso, ecc.) sono carichi di universalismo, perché è propria della cultura moderna in generale la volontà di mostrare la sua capacità di instaurare un mondo nuovo (dopo il mondo antico e l’evo cristiano).

    Ma il cambiamento d’epoca in atto avviene piuttosto all’’insegna della crisi profonda dell’universalismo moderno (per questo si può essere parlare di cultura postmoderna), e quindi di un neo-individualismo autoreferenziale, narcisista, che tutto misura in riferimento a se stesso.

    Il libertarismo contemporaneo estremizza l’individualismo come unica prospettiva legittima e affida ad esso l’unico tipo di progresso che ci resta possibile e che perciò va realizzato contro ogni resistenza del passato.

    b) Il polo socio-politico. I temi sociali tipici del pensiero unico (immigrazione, pluralismo religioso, ecologia) sono improntati a uno spirito solidarista, che da un lato sottolinea le differenze, dall’altra le omogeneizza in un vago universalismo egualitario: ogni cultura ha le sue caratteristiche e tutte si equivalgono, così che il confronto tra culture si riduce ad una “caritatevole” tolleranza senza effettiva dialettica e senza autentica e realistica collaborazione. Così che anche l’accoglienza senza confronto e discernimento tende a un generico lasciar essere/lasciar fare o a una problematica pratica di integrazione (legittima? possibile?).

    Un’osservazione di fondo in proposito riguarda la compatibilità del radicato individualismo di cui si è detto con lo spirito sociale solidarista.

    È un’osservazione quasi banale, ma che coglie un punto cieco del politicamente corretto: a che cosa si appella infatti la necessaria solidarietà richiesta dalle pratiche di accoglienza, condivisione, attenzione ai bisogni primari e ai beni comuni, di cura delle condizioni ambientali del vivere, ecc?
    All’autoreferenzialità tenace e a volte furiosa con cui è rivendicato il diritto di por fine a una vita nascente e innocente, di disporre ad arbitrio delle relazioni famigliari, oppure con cui è attribuito significato puramente soggettivo e privato all’identità sessuale, alle dipendenze psichiche, al morire, ecc?

    Oppure, ancora, può essere sorgente di solidarietà una cultura ambientalista che, all’opposto dell’esaltazione della libertà individualista e in compagnia di molte teorie tecno-scientifiche, toglie all’uomo il privilegio della libertà e torna a farne un pezzo di “natura”, un elemento specializzato del cosmo materiale?

    In sintesi, è possibile una solidarietà di individualismi o questa non si risolve piuttosto in una solidarietà tra individualismi in funzione di qualche ulteriore scopo di convenienza?

    Una solidarietà autentica nasce dall’esperienza e dalla volontà di relazioni comuni o di essere relazionati in forza di qualcosa di comune, in grado di reggere nel tempo una costruzione comune.
    In concreto, un autentico solidarismo si dà solo in un contesto attivo di vita civile vissuta insieme e condivisa (in termini sia di collaborazione sia di dialettica).

    Se un solidarismo non nasce da qui e non torna qui, non costruisce; è piuttosto un volontarismo effimero (per quanto stimabile) oppure un comportamento “oggettivamente” ideologico, cioè che serve (anche inconsapevolmente) a un altro scopo, a una convenienza ulteriore.
    Si può dire infatti che oggi, ciò che non costruisce nuova società civile, rimane obiettivamente subordinato e a servizio dei grandi poteri globali, che stanno riconfigurando tutta la geopolitica del potere.

    Il globalismo tecnocratico (tecnologia+finanza+informazione) è sempre più il vero potere reggente, che ha dislocazioni, funzioni, strumenti inediti, che mettono in oggettiva crisi di governo della realtà sia gli Stati, sia la politica tradizionale (cfr. il “problema Europa”).

    Il globalismo tecnocratico non è per nulla incompatibile con l’individualismo libertario; al contrario ha in esso il suo termine complementare ideale nella costruzione silenziosa e invisibile di quella che potremmo chiamare un’ideologia del “puro potere”: potere dei grandi apparati e potere della libertà individuale.

    Potere inglobante che si legittima presso i privilegiati della storia (quelli che in qualche misura ne partecipano, rispetto alle masse diseredate non ancora inglobate) attraverso la soddisfazione dell’immaginario individualista e autoreferenziale che diventa costume di massa e che ostacola la crescita della società civile.

  4. Quali proposte?

    Siamo partiti dalla constatazione e dall’esperienza di un clima culturale costellato di coercizioni e di censure e ci siamo accorti procedendo nella riflessione che non si tratta di un fenomeno di superficie o di settore, ma che è articolato ed ha implicazioni sistemiche con l’intero sociale e con progetto postmoderno di società.

    La questione perciò non può essere affrontata superficialmente o settorialmente (non basta denunciare la situazione e contrastarla con slogan di senso opposto familisti, antimulticulturalisti, antiglobalisti, ecc.), ma bisogna affrontarne i presupposti (quello antropologico individualista e quello strutturale tecnocratico) e riaprire positivamente la grande irrisolta questione della costruzione dal basso e del governo dall’alto della società civile.

    Segnaliamo alcune attenzioni metodologiche e educative.

Da tale documento verranno tratti poi gli elementi di fondo per procedere ad una puntuale azione di sensibilizzazione di figli e nipoti, sul reale pericolo del progressivo condizionamento delle persone attraverso l’annacquamento di ogni loro  difesa culturale e sociale, al fine di ridurle a individui soli, quindi più facilmente dominabili.

Per dare ancor maggiore consistenza al messaggio che intendiamo diffondere, è stato richiesto a chi ha partecipato all’incontro, ma che ora giriamo a tutti coloro che ci seguono, di volerci comunicare esempi reali di situazioni nelle quali sono stati coinvolti o hanno avuto da altri notizia certa e documentabile, di limitazioni palesi delle libertà di cui sopra ispirate al “pensiero unico” o al di lui figlio il “politicamente corretto”, sotto forma di azioni giudiziarie, campagne di denuncia o diffamazione a mezzo stampa o altri media, ecc..

Il tempo dell’incontro è stato assorbito interamente dallo svolgimento di questo tema, così è mancato lo spazio per la raccolta delle domande da presentare ai relatori che terranno gli incontri del ciclo “Di generazione in generazione”, che di terranno tra gennaio e marzo prossimi con il seguente calendario

28 gennaio 2019

Titolo “Essere generativi in famiglia e nella società civile”
  • Il primo incontro
    Relatori prof.a Eugenia Scabini (prof. emerito di Psicologia Sociale della Famiglia, Università Cattolica di Milano) e prof.a Lucia Boccacin (Prof. ordinario di Sociologia dei processi culturali, Università Cattolica di Milano).

25 marzo 2019

Titolo “Il Dio generatore”
  • Il secondo incontro
    Relatore prof. Don Alberto Cozzi (professore di Teologia Sistematica, Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale). Introduce prof. Francesco Botturi (già ordinario di Filosofia morale, Università Cattolica di Milano).

 9 aprile 2019

Titolo “Proposte di policy per una società generativa”
  • Il terzo incontro
    Relatore prof. Leonardo Becchetti (prof. ordinario di Economia politica, Università di Roma Tor Vergata.

Chi si volesse nuovamente aggiornare sui contenuti e i motivi dell’intero ciclo può farlo cliccando il seguente link  dove trova il testo delle relazioni di presentazione.

Le domande relative al primo incontro dovranno cortesemente essere presentate prima del 9 gennaio, data in cui si terrà il nostro prossimo Incontro di Conversazione.