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MAGNIFICA HUMANITAS: UN’ENCICLICA PER VIVERE IL CAMBIAMENTO D’EPOCA

La parola della Chiesa News Riflessioni

La prima Enciclica di Leone XIV ha molto colpito gli “addetti ai lavori”, benché spesso atei o comunque non credenti (cfr. l’intervista a Christopher Olah, fondatore di Anthropic, fra i leader nel campo dell’I.A.) ed ha un’importanza ancora maggiore per i credenti, cattolici e non.

Raccomandiamo anzitutto la lettura diretta del testo, che è straordinariamente chiaro e profondo; per dare da subito una sorta di panorama dei contenuti, proponiamo di seguito una brevissima sintesi schematica; per chi volesse approfondire i temi principali, senza sobbarcarsi la lettura diretta, proponiamo invece una sintesi per citazioni, più estesa.

Il tema dell’Enciclica

In occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, Papa Prevost, che non a caso ha scelto il nome di Leone, ha voluto applicare la Dottrina Sociale della Chiesa al “cambiamento d’epoca” del nostro tempo, riferendosi in particolare all’irruzione dell’Intelligenza Artificiale.

  • La Dottrina sociale della Chiesa non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario… nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia.
  • La Dottrina sociale della Chiesa è il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo.

  • L’essere umano immagine del Dio trinitario.
  • L’uguale dignità di tutti gli esseri umani.
  • L’altissimo valore dei diritti umani.
  • Il principio del bene comune.
  • Il principio della destinazione universale dei beni.
  • Il principio di sussidiarietà.
  • Il principio di solidarietà.
  • Il principio della giustizia sociale.
  • Lo sviluppo umano integrale è l’orizzonte entro cui leggere le trasformazioni del nostro tempo, incluse quelle della rivoluzione digitale.

  • La crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato tende a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche.
  • La tecnica non è un semplice strumento e, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi.
  • Quanto all’I.A. occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Essa imita alcune funzioni dell’intelligenza umana, ma resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non maturano nella relazione, non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze.
  • Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni.
  • Il potere tecnico, se non viene bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione.
  • Alcune correnti interpretano il progresso come superamento dell’umano (transumanesimo e postumanesimo). Esse costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di ‘uomo potenziato’ oppure di ‘uomo ibridato’ con la macchina.
  • Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.
  • Da secoli, la tradizione cristiana afferma che l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso: la fede conosce un “oltre” che nasce dal dono di Dio, trasformazione che è opera dello Spirito Santo.

La verità come bene comune
  • La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.
  • La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistono più» (Hannah Arendt).
  • Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali, una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti.
  • La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, mentre i processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente.
  • Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo.
La dignità del lavoro nella transizione digitale
  • Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e I.A. sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro; occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.”
  • Data la disuguaglianza che caratterizza il nostro mondo, la diffusione dell’I.A. e dei sistemi computazionali produce effetti differenti nei diversi luoghi. Le società ricche si automatizzano rapidamente e in modo caotico, riducendo la necessità di manodopera, producendo aree di disoccupazione. Vaste regioni del mondo, invece, rimangono intrappolate in economie ibride, dove lavoro umano sottopagato e tecnologie parziali convivono.
  • Pensare che le nuove tecnologie porteranno automaticamente beneficio a tutti significa ignorare un’evidenza: se non si governano le trasformazioni ponendo come obiettivo prioritario, già in fase progettuale, la prevenzione di ulteriori e nuove disparità, il progresso tecnologico produce automaticamente disuguaglianze strutturali.
  • La famiglia è un bene sociale primario, è la cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria. Quando i progetti politici e le grandi decisioni economiche la relegano a un ruolo marginale o secondario, viene compromessa la crescita autentica dell’intero corpo sociale.
Custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione
  • Non vanno sottovalutate le forme più sottili di dipendenza legate all’economia digitale dell’attenzione, dove piattaforme e servizi sono progettati per catturare il tempo e lo sguardo degli utenti, sfruttandone le fragilità e indebolendo la libertà interiore.
  • Un ulteriore rischio è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici; il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dalla scelta di cosa rendere visibile.
  • Alcune correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani di seconda classe, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori. […] Anche certe logiche di indebitamento strutturale, che mantengono interi popoli in condizioni di dipendenza, rivelano la stessa mentalità che accetta, in forme nuove, relazioni di subordinazione vicine alla schiavitù.
  • Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali. In molti casi si tratta di giovani, per lo più donne, che lavorano duramente per compensi minimi. A questa fatica invisibile si aggiunge quella, ancora più brutale, dell’estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei dispositivi e dei microprocessori su cui poggia l’I.A.
  • La lotta contro le nuove schiavitù è un banco di prova decisivo per il discernimento etico dell’IA e della trasformazione digitale.
  • Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili.
  • Se la tecnica diventa criterio assoluto, la persona rischia di essere trattata come dato, ingranaggio o merce; se invece la tecnica è assunta dentro un orizzonte di sapienza, può diventare occasione di crescita, di giustizia e di fraternità. In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa.

  • Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti.
  • E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di ‘civiltà dell’amore’.
  • Sono ancora attuali le parole del Concilio Vaticano II sull’interdipendenza crescente tra i popoli: il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana. Il progetto della civiltà dell’amore assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta.
  • Gli ultimi sessant’anni sono stati attraversati da conflitti di una ferocia impressionante, che hanno spesso coinvolto in modo massiccio le popolazioni civili. Tuttavia, nel discorso pubblico, era comune la convinzione che la guerra dovesse restare una extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi, e comunque da un orizzonte politico orientato alla pace.
  • Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.
  • Quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”.
  • Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto.
  • La forza militare, la debolezza delle iniziative diplomatiche e la complessità degli interessi in gioco favoriscono conflitti che tendono a cronicizzarsi, con un costo umano e ambientale altissimo. È molto più semplice iniziare una guerra che fermarla, e tuttavia la riflessione sulla prevenzione dei conflitti rimane drammaticamente marginale.
  • In questo scenario lo sviluppo e l’uso dell’I.A. in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita.
  • Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile.
  • La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale. Le istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite, non soltanto per limiti strutturali, ma perché manca spesso una volontà condivisa di sostenerle, riformarle e riconoscerne l’autorità morale.
  • Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico. La semplificazione in schemi – ‘prima io’, ‘amico-nemico’, ‘noi-voi’ – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’.
  • Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi.
  • In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.
  • Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza. Tutti i protagonisti di questo ambito sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità, con la consapevolezza del quadro ampio nel quale si collocano i progressi tecnologici a cui contribuiscono, compresi quelli legati all’I.A.
Costruire la civiltà dell’amore
  • La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle.
  • Si può pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo.
  • Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
  • Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è fare attenzione alle nostre parole. «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha.
  • Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti».
  • Propongo cinque piste di responsabilità:

    • Assumere lo sguardo delle vittime

    • Coltivare un sano realismo

    • Rilanciare il dialogo

    • La necessità della diplomazia e del multilateralismo

    • Pregare e sperare

  • Il Verbo si è fatto carne
  • Un solo corpo in Cristo
  • Il cantiere del nostro tempo
  • Il canto della speranza: il Magnificat