Approfondimento sul secondo tema indicato dal cardinal Scola: “il lato ombroso della vita”

Lavoro sul secondo tema propostoci dal card. Scola nell’incontro del 1° aprile.

Incontriamoci ancora per crescere insieme, questo era il titolo della mail con la quale abbiamo “lanciato” l’incontro tenuto lo scorso 18 novembre nell’accogliente Centro Pastorale Arcivescovile di Seveso.

Presenti una settantina di associati e amici che al mattino hanno potuto ascoltare Don Alberto Cozzi il quale, partendo dalle domande a suo tempo ricevute da alcuni di noi, ha ripreso e ampliato il secondo tema educativo assegnatoci dal Cardinale Scola in occasione dell’incontro pastorale di primavera.

Parole chiare e pacate le sue e rinfrancanti, per un argomento “oscuro” (quello della morte e delle altre difficoltà gravi della vita), che se non con grande fatica ognuno di noi accetta di affrontare.

Qui sotto trovate la traccia che Don Cozzi ha seguito nella sua esposizione che ha suscitato molte domande grazie alle quali gli aspetti esperienziali delle testimonianze fornite hanno permesso ulteriori approfondimenti.

Il pomeriggio è stato dedicato alla vita della Associazione:

  • abbiamo visitato insieme il nostro sito per meglio spiegarne il funzionamento onde facilitarne l’accesso anche da parte di chi tentenna ancora ad approcciarvisi. Non accedendo allo stesso si perde l’opportunità di conoscere o riprendere gli argomenti della nostra attività; inoltre ricordiamo che questo strumento è, con la nostra pagina Facebook, l’unico mezzo per poter “pubblicizzare” la nostra Associazione e acquisire nuovi associati, cosa estremamente importante per la nostra sopravvivenza; nuova linfa per nutrire un ricambio è indispensabile.
    A richiesta è possibile organizzare sessioni di istruzione informatica per singoli o gruppetti di max 5 persone a costi contenuti.
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  • In seconda battuta dopo aver ricordato i passaggi salienti della nostra passata attività, abbiamo tracciato il programma di massima dei prossimi mesi che vedranno prima della fine dell’anno un incontro per festeggiare chi si è meritato il nostro premio per la migliore laurea magistrale dell’Università Cattolica di Milano, con argomenti concernenti “la figura del nonno”. A fine gennaio terremo poi un Convegno in tema di “Libertà”, concetto questo di cui avvertiamo una progressiva erosione ad opera del prominente “pensiero unico”; nube pesante sul futuro dei nostri nipoti.

La giornata si è poi conclusa come da “tradizione” con la celebrazione della santa Messa accompagnata dalla nostra nascente corale. Volontari cercansi; contattare Adriana Mascagni.

Presto su questa pagina troverete la registrazione testuale dell’incontro con Don Cozzi, mentre delle iniziative annunciate sarà data notizia a parte a tempo debito.

Pierluigi Ramorino

Introduzione di Zola
 

Abbiamo mandato a Don Alberto alcune domande e, sulla base delle esperienze che don Alberto ha intravisto in quelle domande, a sua volta lui ci ha mandato un documento che costituisce la partenza per il lavoro di oggi. Ora lo rintroduce brevemente, poi possiamo intervenire e infine don Alberto farà una sintesi.

Don Cozzi
 

Vorrei che ci fosse una comunicazione sapienziale per imparare a dire le parole del mistero del dolore e della morte, vorrei soprattutto poi ascoltarvi e poi tiro qualche filo del discorso. Una cosa che mi è venuta in mente, ed è il primo punto della mia introduzione è una frase di Botturi che dice che i nostri ragazzi percepiscono la violenza. Ora bisogna domandarsi: di fronte a questa violenza, noi che cosa abbiamo da dire? Possiamo chiederci se ci sia una violenza giusta di fronte all’ingiustizia, voglio dire se ci sia una sana violenza.
Mi riferisco al fatto che anche nella Chiesa ci limitiamo a ricevere le parole dal mondo, invece dobbiamo condividere quelle parole della Fede che ci permettono di avere l’atteggiamento giusto davanti alla realtà. Veniamo dalla lezione bellissima di Ratzinger sulla Fede che allarga la ragione e che dà alla ragione delle parole che fanno intuire un atteggiamento diverse. Ecco, la sfida secondo me, è condividere con sapienza le parole che creano l’atteggiamento giusto davanti alla realtà, che siano parole di credenti che hanno esperimentato Gesù Cristo davanti alla realtà. Non si tratta di dare risposte, ma di condividere parole che diano uno sguardo giusto e diverso sulla realtà. Chiamo sapienziale tale operazione. Questa è la sfida: un gruppo che condivida parole anche inusuali per poter leggere la realtà in modo alternativo rispetto alla logica del mondo.
Da qui l’intuizione del secondo punto: la fede ci dona la forza di guardare la realtà intera. Stiamo attenti per esempio a non naturalizzare la morte, pensiamo al nipotino che, davanti alla bara, dice: “Non voglio che mia nonna sia dentro lì!”. Oppure dice: “Ma se io non vengo dal nulla, non voglio tornare nel nulla”. Ho raccolto due commenti di Giussani al profeta Isaia, in cui dice una cosa molto bella: la morte, il dolore e la sofferenza sono parole del Mistero a noi, è la cosa più bella è accettare. Che cosa ci dice questa parola del Mistero? Il nonno è chiamato a testimoniare ai nipoti che non ha una risposta naturale ma che in quel momento sta ascoltando la parola del Mistero e chiede di trovare un atteggiamento giusto sul piano esistenziale per non distrarsi nonché per non naturalizzare il Mistero, e dunque non dice al nipote vai pure avanti a guardare la televisione, come non lo ha detto mio nonno con me, in occasione di una morte in famiglia. Ci si deve porre davanti alla parola del mistero capendo che ci si chiede di trovare l’atteggiamento giusto. Dopo la citazione di Giussani cito Sant’Alfonso Maria de’ Liguori che ha scritto Apparecchio alla morte, di cui vi cito due capitoli belli: la considerazione decima e l’undicesima. Nella prima egli dice che io devo permettere che il mistero della morte mi purifichi per plasmare i miei ricordi. Se cioè penso alla morte, penso alla mia vita e mi viene in mente per esempio il non amore verso mio fratello, allora io mi rendo conto che devo riplasmare quel ricordo in previsione dell’incontro con Dio. C’è un apparecchio alla morte che riplasma continuamente i rapporti che ho avuto con i fratelli. Non è vero che quel che fatto è fatto, invece attraverso la meditazione si può saper dare il prezzo giusto al tempo, cioè mi posso accorgere di ciò cui mi chiama il Signore adesso, di quale sia l’atteggiamento migliore per vivere in pienezza il mio tempo. Allora ecco l’altra citazione di Giussani in cui dice di questo Cristo che in Avvento incombe sulla nostra vita, bussa alla nostra porta, pertanto chiede vigilanza e non distrazioni per lasciarlo venire.
Da qui il terzo punto: l’alternativa che si crea tra l’autoaffermazione e l’affidamento. L’autoaffermazione di fronte alla vita che non mantiene le sue promesse è una menzogna. I nostri ragazzi non hanno bisogno di questo, non hanno bisogno di persone con delirio di onnipotenza, hanno bisogno di persone che testimoniano che il senso compiuto della vita non se lo danno loro. Ciò di cui hanno esigenza sono le forme di affidamento di fronte al mistero della morte, della fatica, dei fallimenti. Giussani addirittura dice che a volte io ho bisogno che qualche parola del Mistero mi provochi quotidianamente perché io la smetta di scappare e lasci che il mistero possa rifondare la mia vita. Si tratta di far tornare i conti nell’affidamento a Lui.
Il quarto punto: la solitudine di fronte alla morte, al dolore e l’intuizione di una compagnia. Raccolgo qui vostre osservazioni: non c’è mai di fronte alla morte un’amicizia che sia una parola astratta, ma un’amicizia che esprime una prassi, una parola, una reazione. La parola deve dire un agire, soprattutto l’agire di una Chiesa capace di compagnia di fronte alla morte, alla fatica, al dolore. Una di voi riferisce di una testimonianza di una compagnia che si unisce per accompagnare il malato terminale alla morte. Tenete presente che la Chiesa celebra la commemorazione dei defunti il giorno dopo la messa dei Santi, per insegnare a scrutare il mistero della morte attraverso lo sguardo dei Santi. Intuite che è un altro modo di guardare la morte. La Badessa delle suore Romite mi ha raccontato che si è sentita tremare le ginocchia quando una sorella morente le ha detto: “Madre, raccontatemi come sarà il paradiso” E lei le ha risposto: “Finalmente vedrai le Beate Caterina e Giuliana”. Una era la maestra delle novizie che l’aveva sgridata ma le aveva fatto capire il senso della sua vocazione. Cioè la Madre Badessa ha offerto alla sorella morente una compagnia che l’aspetta. E’ una parola sulla morte che fa intuire quella che si chiamava la Chiesa dei Santi, una comunità di fratelli e sorelle che ci aspettano con Cristo. Voi sapete che la Bibbia ha quella bella espressione “il re Davide morì e si unì suoi padri”. Nella morte torniamo all’origine ma all’origine che ci ha comunicato la vita. Io trovo interessante questa immagine della morte come uno spazio abitato da una compagnia di santi a cui il signore Gesù ha dato una speranza. Una compagnia di Santi che ha aperto il cammino e che fa intuire una comunità di fratelli che ci aspetta con Cristo, in quel mistero.
Giussani cita la Madonna: nella Madonna il destino di ogni vita trova il suo inizio e il suo compimento. Ciò che tutti i giorni per noi sarebbe limite è destinato a diventare grande come lo sguardo della Madonna. Maria capiva che il contenuto di ogni azione umana sviluppa e realizza il disegno di un altro, non il disegno del proprio cuore ma del cuore di Dio. Allora cerco nella morte il volto di quei santi che mi danno la percezione che nella mia vita si compie il disegno di un altro. Allora di fronte ai miei fallimenti, alle mie fragilità e limiti scopro il volto di un altro. Uno di voi si chiede:” Come testimonio il fallimento del mio matrimonio ai nipoti che chiedono conto?”. Io trovo interessante affermare che comunque a quella verità io ci credo. E’ stato un fallimento in me, non nella promessa di Dio, e ciò è talmente vero che io rimango davanti al fallimento in un atteggiamento di invocazione E questa relazione mi fa dire che la promessa è ancora valida
Siamo al quinto punto: il senso del limite e la contraddizione. Ci sono interessanti osservazioni di alcuni di voi, c’è una citazione bella al quale abbiamo già fatto riferimento, di Giussani: “Una contraddittorietà profonda come una malattia originale rende iperbolico e impervio l’ideale umano ad ogni uomo, così che intelligenza e volontà esistenzialmente risultano come destituite della loro ultima energia e di fatto inette al possesso vero di ciò per cui l’uomo è stato destinato. Il santo è l’uomo che più acutamente e drammaticamente ha l’esperienza di tale fragilità nativa, cioè ha la coscienza del peccato.” Il santo avverte che le cose belle della mia vita sono frammenti che io non possiedo ma attraverso i quali mi affido a Dio. Ricordate la frase “Io sono tu che mi fai” E allora, completa Giussani, soltanto la compagnia del figlio di Dio che è entrato nella storia e si è collocato al fianco di coloro che il padre gli ha dato tra le mani rende alla vita dell’uomo la capacità di organizzazione finalizzata al suo destino. Pensiamo che i nostri nipoti hanno bisogno di una parola che tiene aperta la provocazione del mistero e di una promessa che fa Gesù. Non si butta via niente.
Passiamo al punto sesto, testimoni del risorto, un fatto che cambia tutto.
C’è un’espressione di un teologo tedesco protestante che faceva questo commento: è come nella guerra del Giappone contro gli americani dopo l’ordigno nucleare La guerra è già finita ma le battaglie sulle isole vanno avanti, ognuno sulla sua isola fa la battaglia, la deve fare nella consapevolezza che la guerra è già vinta. Noi non abbiamo nulla da conquistare se non permettere a quella vittoria di entrare nella nostra vita. E’ il già e non ancora, è l’evento della Resurrezione che cambia tutto. C’è una drammaticità della morte per cui sembra che nel mio limite mi sono perso, ma ho perso qualcosa, non ho perso me stesso perché io sono tu che mi fai, per cui io riesco a tenere aperto quel frammento della mia vita, a dartelo, perché tu mi consegni ancora alla promessa. La vittoria di Cristo è una vittoria sulla morte, tutto ha una positività, è un bene così invadente che, quando il Signore ci darà avviso e termine, formerà la grande suggestione del senso per cui questo mondo è stato fatto. Ho trovato, nello studio, delle testimonianze di Giussani, alla fine è ritornato bambino con uno stupore incredibile: ogni mattina diceva Signore io sono grato La gratitudine è interessante, quando percepiremo il Mistero del risorto vedremo quella positività che c’è in tutte le cose. Vi leggo questo brano:” che abbiamo ad essere ogni mattina come lo fu lei davanti all’Angelo, che l’inizio di ogni giornata sia un sì.” Il Signore che ci abbraccia rende fertile il terreno del nostro cuore per il compiersi della sua opera nel mondo, che è la vittoria sulla morte e sul male come ci ha insegnato il nostro grande Papa Giovanni Paolo II. Omnia vincit amor! Ciascuno si impegni ad affrettare questa vittoria, ad essa in fondo anela il cuore di tutti. Ricordate il “Dialogo coi Gentili” che a suo tempo faceva Monsignor Ravasi, ci fu il Presidente della Repubblica Napolitano, lui a un certo punto, da vecchio comunista disse:” Però guardi Eminenza che, in fondo in fondo, noi speriamo che abbiate ragione!”
Balthasar dice” avere una parola che ci permetta di sperare per tutti”, una speranza anche per ogni tuo frammento di vita, letto alla luce di Cristo. Capite perché io definivo come un faticoso lavoro sapienziale il condividere parole che, mentre raccolgono la provocazione del mistero e la contraddittorietà della morte, riascoltano quella promessa che, nella morte di Cristo, è vera.

Interventi
 

I intervento

E’ una domanda: cos’è il Mistero?

II intervento

Davanti a questi richiami beli e risolutivi, c’è la percezione che io, noi, facciamo resistenza e fatica. Una fatica che forse con i nipoti, per il bene che vogliamo loro, riusciamo a scavalcare, ma che c’è e ci fa piombare nella solitudine. Oltre al desiderio della comunione che ci aspetta dopo c’è sempre il desiderio di una comunione che ci aspetta ora e mi chiedo perché non mi muovo abbastanza per creare comunione, perché la soluzione è lì. Invece non è facile se non in qualche frammento, in qualche iniziativa buona ma non basta, il concetto di comunione vera è diverso, mi sembra di capirlo oggi per la prima volta.
Altra questione suscitata dall’introduzione di Don Alberto quando parla del fallimento Il fallimento si scontra in me con l’istinto di una realizzazione, non dico di un’autonomia, che è sempre un po’ stonata. Ma una realizzazione è sempre necessaria nella vita, non ci si può rinunciare. Nelle varie cose intraprese nella mia vita ho sempre sperimentato un attacco alla realizzazione e questo pone un interrogativo che vale anche per figli e nipoti, nel senso che pone la domanda: in che cosa crescono, per cosa crescono?

III Intervento

Come non mi sono scoraggiata per la fatica di questi mesi con la stampella, fatica che potrebbe continuare, così io e mio marito ci avviciniamo sereni alla morte, non ci vediamo tragedia, mentre vediamo la tragicità della malattia e della sofferenza che può precederla. Da piccola ho visto in modo sereno mia zia morta e ho avuto la testimonianza di come i miei genitori hanno vissuto la morte di due miei fratelli gemelli. Mio padre diceva che avevamo due angeli in cielo cui rivolgerci e al cimitero ha fatto un monumento con due angeli, su questa tomba noi fratelli andavamo a chiedere che ci aiutassero. Dobbiamo trasmettere questa visione serena anche ai nostri nipoti

IV Intervento

Ringrazio di questo lavoro su di noi che affronta un tema che, la cosa mi stupisce sempre perché è mancanza di realismo, è censurato. Mi rendo conto di essere sempre assai poco in confidenza con tutte le tante le morti cui ho assistito, è sempre una cosa per me così improvvisa, inusitata!
È importante essere aiutata a prepararmi alla morte, che vuol dire vivere pienamente, le due cose sono collegate. Per me lasciare spazio al mistero della morte vuol dire accettare un’oltranza rispetto alle mie aspettative, anche quelle che mi sembrano umane e modeste, è già un morire. C’è un andare oltre le mie misure, da individuare anche nel mio passato, quello personale (mi accorgo adesso di ferite nel rapporto con mia madre). Poi c’è un “oltre” più storico e collettivo, riguarda il modo con cui rileggere un passato di più di 50 anni vissuto con tanti altri. Non mi riconosco nel modo con cui viene letto da tanti di loro, ad es. in un articolo sul 68 di Tracce. Mi chiedo come rileggere questo tempo così importante per la mia vita senza restare agganciata alle mie magari strette misure.
Infine, dato che moriamo una sola volta, e che siamo figli di una inusitata censura di portata storica, è valido quello che diceva Cigoli: una mentalità e una cultura si imparano se c’è una ritualità e dei gesti che l’insegnano. Possiamo aiutarci per tempo, io sto lavorando su questo con gesti nuovi per me.

V intervento

Sto facendo fatica in questo periodo, accudisco a lungo i nipotini, per gli impegni dei genitori, che non vanno nelle scuole che avevo scelto per mia figlia. Faccio fatica a stare in una situazione in cui, per esempio, neppure si fa il Presepe ed è già tanto l’albero, ma ringrazio di essere in una situazione diversa da quella che conoscevo, nella quale il Signore mi chiede apertura ad una realtà diversa da quella che davo per scontato fosse la migliore. Mi sono accorta che i bambini ascoltano e assorbono tutto, sono delle spugne. Al mattino invito i nipoti a dare un bacino a Gesù che sia presente per tutta la giornata, ieri il piccolo di quattro anni che si era alzato male ed era piagnucoloso, mi guarda e dice:” Ma nonna, diamo un bacino a Gesù.” Ha colto ciò che mi sta a cuore e lo ha fatto suo. Per cui è vero che nostro Signore ci dona, attraverso le varie circostanze, anche quelle che noi non scegliamo, tutte le occasioni di essere aperti al mistero, in preparazione a quella vita in cui siamo attesi. Quando stamattina ho sentito che là siamo attesi, ho pensato al volto di Padre Scalfi e al suo sguardo che anticipa il paradiso.

VI intervento

Ho parlato con i miei nipoti romani, venuti a Milano, di mio suocero Tonino. Mio nipote più grande, che ha la fortuna di stare in una comunità guidata da preti della San Carlo, mi ha fatto una quantità di domande su Giussani “tu nonna l’hai conosciuto.” Mi sono accorta della possibilità di riuscire a trasmettere le tappe della mia esperienza, questo mi è possibile in questo momento della mia vita, con tutte le cose successe, dalla separazione alla malattia. Sono riuscita a trasmettere con parole mie, ma costretta a rispondere alle loro domande, la mia esperienza. Questo è fondamentale per me, e mi sono resa conto che avrei potuto farlo di più e lo farò di più perché è possibile introdurre una speranza forte, e i miei nipoti si giocheranno il loro futuro in cui una buona parte di me c’è.

La seconda osservazione è sul tema della solitudine e della proposta di una compagnia comunione, vorrei chiedere come sia possibile rivisitare questo durante la vecchiaia in modo nuovo, perché su questo mi rendo conto che ho come degli stereotipi, e ho una certa difficoltà nell’esperienza attuale.
Mi chiedono poi di citare la testimonianza di due allievi del mio corso in Università, mi hanno scritto un messaggio in cui dicono che lavorando con noi sono riusciti a passare dallo sconcerto per la prevalenza del negativo in ogni notizia ad una visione positiva, lavorando nella ricerca dei casi, addirittura su casi come il Vidas, hanno visto una positività pur nella gravità, per questo hanno deciso di fare un Blog intitolato il Polo positivo, dove ci si comunicano i problemi ma anche le possibilità di soluzione, tutto questo, dicono, grazie al lavoro fatto con noi in Università.

VII intervento

Abbiamo auto una grande testimonianza in Russia cristiana di un amico che è morto di SLA offrendo la propria sofferenza. Io sto aiutando un’amica malata di leucemia, e non è facile trovare le parole per accompagnare alla morte chi non ha fede oppure ce l’ha ma non è così chiara come noi abbiamo la grazia di avere. Possiamo aiutarci su questo. Anche per me da bambina la presenza della morte è stata affrontata in modo sereno. Quando è morto padre Scalfi la sua salma è stata esposta per tre giorni e nei cui occhi si poteva già contemplare il Paradiso. Mia figlio è venuta con le bambine che erano serene davanti al volto di santo del Padre. Ringrazio mio figlio per questo.

VIII intervento

Sono nuova e alla mia età mi piace poter dire questo. Molti si stupiscono quando io dico che sono in lista di attesa, ma io vissuto a lungo e mi sembra inerente alla mia natura umana desiderare di andare incontro all’amore. Oggi però si è molto soli davanti alla morte perché si muore nelle strutture sanitarie, io ho avuto il privilegio di accompagnare amici sino all’ultimo respiro, c’è una richiesta enorme. So che a Vicenza ci sono persone che si propongono per questo, a Milano non mi risulta. E’ possibilità che tutti dovrebbero poter avere. E il proporsi di dare compagnia negli ultimi passaggi, compagnia di preghiera, compagnia affettuosa, dovrebbe essere per noi credenti un imperativo, oggi che la morte è negata o proposta come negazione della sofferenza.

IX intervento

Racconto un’esperienza antica del 1994, che ho vissuto come mamma già di due figli, incinta del terzo con un problema placentale abbastanza grave. La malattia di mio padre si dichiarò al mio terzo mese di gravidanza, non gli fu possibile vedere il nipote. Racconto questo episodio perché sono rimasta provocata dalla prima domanda su cosa sia il mistero. Mio padre chiese al confessore della sua parrocchia di poter suonare le campane a festa nel momento in cui arrivava il suo feretro e così l’11 di agosto le campane suonavano come il giorno di Pasqua, qui mi riallaccio al discorso che si faceva dell’importanza dei gesti intesi come esperienze piene di significato: la campana ha questo significato di festa. Mia figlia mi venne incontro e disse che il sacrestano aveva sbagliato a suonare le campane, ma mio figlio disse alla sorella (io ero reduce di due aborti spontanei precedenti): “Ti ricordi il bimbo morto in pancia alla mamma? E’ corso dal nonno a fargli festa”.
I miei figli sono stati al capezzale di mio padre (che era l’ombra di se stesso) fino all’ultima ora. Il suo sorriso contava più di tutto il resto, L’ultimo sorriso l’ha avuto per i suoi nipoti. Noi dunque non abbiamo nascosto niente, però di fronte alle domande che ci facevano, noi talvolta non avevamo risposta. Avevano tuttavia un’attesa: che si rivelasse il volto anche per mio padre, che era in una posizione certa. Lui fino all’ultimo è stato padre, è stata una testimonianza che ha generato continuamente, ha testimoniato un significato alla vita, e la risposta di mio figlio per noi è stato il punto del compimento. Il mistero non si può raccontare o definire, se non dentro l’esperienza, Se l’attendi a un certo punto lo vedi, lo riconosci. Io non posso dire cosa sia il mistero, posso dire che l’ho vissuto, che è venuto incontro dentro ad una attesa certa. Prima di tutto quella di mio padre. Noi poi, per obbedienza a questo dolore, ci siamo affidati e così la risposta è venuta incontro. Per noi è stata la trasfigurazione della morte, ora per me c’è un’orma davanti a me, la morte mi è stata consegnata vittoriosa

X intervento

Un punto da approfondire è il fatto che il limite non sia un’obiezione alla nostra realizzazione. Poi cosa voglia dire che non si butta via niente

XI Intervento

Noi siamo dentro una storia, mio nonno raccontava sempre ai nipoti, poi ha scritto un diario, quando è morto io ho continuato. L’ho dato ai figli e ai nipoti: veniamo da una storia e continuiamo una storia.

Don Cozzi sintesi
 

Il fallimento non è tanto un’obiezione alla realizzazione, ma alla verità della mia vita. Ricordo quando accompagnai a Seveso una ragazza che voleva consacrarsi al Signore, era affetta da problemi di anoressia e la congregazione non la volle, ma nonostante tutto andò avanti a fare una bella esperienza spirituale e dopo qualche anno mi disse “Capisco don Alberto che quando riconoscerò la presenza del Signore nella mia anoressia avrò vinto l’anoressia”. L’anoressia era un limite che è stato ostacolo alla sua consacrazione, eppure lei dice: “Io intuisco che in quella cosa lì c’è il Signore che mi permette di non buttare via nulla; mentre cerco la verità della mia vita, questa è una potenzialità della relazione con lui”.
Io trovo che sia una cosa bella di un gruppo come il vostro, si sia eredi del 68 o altro o ci siano dei fallimenti, c’è un contesto in cui comunque potete condividere delle parole che vi costringono a rileggere e a riplasmare quello che si è vissuto con, direbbe Guardini, la grande esigenza di totalità senso, l’esigenza del chi sono. I filosofi dicono che la coscienza funziona così: bisogna ristabilire la continuità dell’io, una unità di senso del mio mondo per abitarvi. Si diceva di una storia che ci precede e che va avanti e che io sono chiamato a ristabilire un nesso per una continuità di una storia.
Pensiamo ad un rapporto con una persona malata: io non posso dare delle ragioni al suo soffrire, sarebbe terribile, ma posso accompagnarla a rileggere continuamente questa prova, questa malattia e la totalità della sua storia, con le tante cose belle che hanno preceduto e vanno avanti. Allora stare con lei vuol dire anche tenere aperto questo giudizio, è una fatica, si può farlo in maniera positiva, si può farlo nella maniera di un superamento di una contraddizione. E’ interessante quando uno fa questa fatica, perché davanti ai fallimenti il Signore lo autorizza a farlo, a cercare questo livello della verità della sua vita.
Sul tema del Mistero richiamo quello che è stato detto: il Mistero non lo si definisce, lo si incontra. Ci sono incontri che aprono al Mistero. Mi permetto ricordarvi che, nella predicazione di Giussani Mistero ha a che fare con il destino, cioè con l’essere, cioè con Dio. Però, se ci fate caso, nella nostra tradizione di pensiero questi tre termini non sono facilmente sovrapponibili. Io li raccolgo in questa indicazione: il Mistero è l’essere mio come dono intenzionato, io sono voluto, però non è un possesso garantito, non è mio perché ce l’ho. E’ una promessa, ho visto una volta una trasmissione in cui Augias ascoltava uno che ha accompagnato alla morte un malato e il pubblico era fatto di studenti. Augias era colpito dalla situazione appiattita, dei ragazzi che erano presenti, attorno a questa affermazione: se la vita è un dono, ne faccio quello che voglio, perché la devo restituire? Ne faccio quello che voglio io. Augias era spaventato dal fatto che non ci fosse uno straccio di scolaro cattolico che dicesse che questo passaggio non era vero. Augias diceva:” Però capite che è pericoloso nel caso in cui si dice a uno che è diventato inutile e gli si chiede il permesso di ammazzarlo. Un laico come Augias si spaventa e chiede se per tutti sia così pacifico che di un dono ne faccio quello che voglio io.
Allora capite che il mistero ha a che fare con l’essere come dono intenzionato, ha a che fare con l’essere voluto e questa è la fede: io non mi invento, c’è una storia che mi precede e che va avanti, una storia a cui devo dare i volti. E’ terribile quando i bambini possono dire: “Mia madre mi ha detto che non mi voleva, io sono capitata.” Sono delle ferite che si portano nella vita. È invece importante, dicono i pedagogisti, che si dica al bambino: “Tu prima di nascere eri nella mia testa e nel mio cuore”. Questo essere voluto ha la forma di una promessa, non di un possesso, i nonni con i nipoti sono testimoni di questa promessa che non è un possesso. Possono dire al nipote tu sei voluto non perché puoi fare di questo dono quello che vuoi, ma perché hai una responsabilità grande: lo devi far crescere.
La morte è il Mistero che ci dice: “Tu sei voluto all’interno di una promessa, ma non ti possiedi”. È il passaggio in cui tu sperimenti che c’è una cosa bella non perché tu la possiedi, ma perché la ricevi da una intenzione buona, da un Mistero buono. Questo non può che testimoniarlo una compagnia o una comunione, altrimenti c’è solitudine e una resistenza. La morte come luogo di compagnia come diceva una testimonianza, ma c’è anche un consegnarsi, quindi la prima cosa non è il tentativo di definire ma quello di indicare il mistero. Certo la consegna è un morire, però lo ha detto chiaramente anche Cristo: il chicco, se muore, vive. A questo livello devo sentire la promessa, pur nella presenza delle fratture.
Il Signore mi autorizza a cercare la continuità nella discontinuità, la continuità nella frattura di senso, la continuità nei miei fallimenti e nelle mie con sconfitte. Così tu puoi credere ancora nel cammino coniugale perché è stato un cammino nel quale Dio ti ha chiesto di verificare la verità di te, quella verità che ti è data da Dio. Una di voi diceva “Io sono stimolata a dire continuamente la verità di una esperienza”, e proprio nei fallimenti siamo autorizzati a cercare la verità della nostra esperienza. Con Lui niente è da buttare via. Agostino, nelle Confessioni, che in fondo sono una lode a Dio, ha il coraggio di raccontare tutti i suoi inganni. Se c’è una cosa che l’uomo odia è mostrare, davanti alla verità, tutti i suoi inganni. Agostino ha il coraggio di raccontare i suoi inganni davanti a quella luce che li ha illuminati, perché è una luce amica. La lettura delle proprie fratture è un invito a continuare a riplasmare la vita. E’ il lavoro di Nonni 2.0: colgo la provocazione del Mistero della morte con i miei fratelli, rileggo le fratture, i fallimenti della mia vita, dentro una compagnia che rinnova la promessa, non la do per scontata e alla fine sento rivolta a me la frase: “Tu dovevi esistere.”
Non è frutto di un Logos, di un ragionamento astratto, è frutto di un incontro. Come si diceva, è un incontro, è un’esperienza che di fronte alla morte ti fa dire: “Io dovevo esistere, sono stato voluto gratuitamente, dovevo essere per quello che sono, per quello che sono stato. “Se diamo ai nipoti una percezione del genere é liberante, che credano o non credano. Oppure: io ti accompagno nella tua malattia perché ti voglio autorizzare a rileggere le promesse che c’erano nella tua vita, non ti abbandono dicendoti che sei un illuso. E’ un’esperienza meravigliosa, il Signore ci ha detto di diventare amici per alimentare questo sguardo.
Sono poi d’accordo che tutto questo deve passare attraverso gesti, addirittura una ritualità che introduca una mentalità. Da questo punto di vista è bello inserirsi nella pratica della Chiesa che guarda al mistero dei morti attraverso la cooperazione dei Santi, che guarda alla morte contemplata dal Crocifisso. C’è per noi tutta una ritualità Cristiana, un agire che è portatore di senso. Blondel diceva che nell’azione noi portiamo più significati di quanto siamo consapevoli: mi alzo al mattino, vado a messa, vado al lavoro e non sono consapevole fino in fondo del significato di quello che faccio, l’azione mi precede. Ma ogni tanto mi accorgo di quanto sia bello quello che sto facendo. Importante dunque la ritualità della chiesa e anche la ritualità, testimoniata da voi, di famiglie che hanno ritualizzato certi passaggi. In questo c’è molto più di quanto noi possiamo essere consapevoli. Il problema della nostra società è che questa cosa non c’è più, una madre che portava al catechismo il figlio diceva che le spiaceva di non avere vissuto le emozioni di certi gesti perché nella sua famiglia erano atei. I nipoti, andando a trovare un malato, recandosi ad un funerale, sono partecipi di un agire che è più grande del significato che colgono
Però non mi devo distrarre, devo essere attento alle parole con cui il Mistero si fa presente. Non si tratta tanto di fare riflessioni sulla morte, ma di vivere dentro una compagnia che rinnova la promessa. Ecco allora la bella immagine della lista d’attesa che fa dire a tanti – non dire così- però è quella presente in San Paolo Corinzi 15 dove si indica prima Cristo poi quelli che sono stati con lui, poi veniamo noi, è proprio una lista d’attesa per entrare nel mondo dei risorti.
La sfida è iniziare qui a sentire i fermenti della vita risorta, come dice papa Francesco, e li sente solo un popolo che cammina nella storia, voi nella la storia da cui venite. Se diventiamo un popolo che vive questa esperienza, non saremo nella solitudine di fronte alla morte e diventiamo popolo in cui questo germoglio di resurrezione è presente, senza la solitudine e la resistenza. Gli esercizi di condivisione sono questa possibilità di una bella esperienza del Mistero che continua a promettere. Il Mistero non può che promettere.
Però un grande nemico, come nella Bibbia, è il tempo. Il tempo è il grande nemico della fede: perché, se Dio mi ha promesso così tanto, non mi dà tutto subito? È la mormorazione nel deserto. Dobbiamo chiederci cosa vuol dire trasformare il tempo in questa opera del riplasmare che ripensa la promessa, che porta a rileggere la propria vita, per esempio con la provocazione dei nipoti. La domanda su cosa voglia dire trasformare il tempo dovete farvela.
Perché Dio non ci dà tutto subito? La risposta più bella è quella di in un teologo francese: perché nel tempo noi diventiamo noi stessi, noi non siamo già tutto subito e allora Dio rispetta il tempo durante il quale noi diventiamo noi stessi e ci plasmiamo con lui, piuttosto che senza di lui. Una testimonianza ha detto “io non mi ero accorta di ciò che Dio mi stava dando, c’è voluto del tempo”. Nel tempo riplasmato si sente la promessa. Questo del tempo è il luogo della grande sfida della fede, il tempo è il luogo della promessa.
Allora le varie forme di morte fanno meno paura e l’imperfezione non è irrigidimento. C’è un pensiero di Avvento di Giussani, rivolto ai memores, sul pericolo dell’irrigidimento. Diceva: “Io ho paura che la vostra consacrazione vi irrigidisca in un possesso pacifico.” E’ la stessa tentazione di una che dice: “Conosco mio marito da 60 anni, che cosa ci sarà di nuovo?”. Eppure ci si accorge che, di fronte ad una malattia o a una fatica del coniuge, si deve rileggere tutta la storia con lui per andare avanti. Cristo mi autorizza a non irrigidirmi nelle mie posizioni, a rileggere tutta la mia storia per arrivare ad una verità nuova. Sant’Alfonso de Liguori viveva di una certezza, che la morte non è la fine, è piuttosto un passaggio, ma il problema è che in questo passaggio noi diventiamo definitivi. Sì, nella morte ci irrigidiamo: quello che abbiamo plasmato rimane o con Dio o contro Dio. Per cui affrettiamoci, finché abbiamo tempo, a riplasmare continuamente quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, perché tutto sia poi irrigidito nel rapporto con Dio, e perché, successivamente, lui sciolga tutto e con lui si ricominci nella pienezza.

Allegato in formato PDF: Di fronte alla morte e al fallimento – Alla ricerca di parole per dire il mistero che ci interpella